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Posts Tagged ‘Chiara Baretta Mazzotta’

La verità mi fa male, però…

Facebook: “Perle di Saggezza.”

19 agosto 2013 2 commenti

Quest’oggi bighellonavo in quel di Facebook e com’è, come non è l’Eccellentissima Chiara Beretta Mazzotta mi ha chiesto un commento sulla mia dieta preferita. Mi è riuscito così bene che non resisto alla tentazione di condividerlo con voi*** e quindi… eccolo:

La mia dieta preferita?

Oh sì, certo. La mia dieta preferita è quella che amo chiamare la “dieta della consapevolezza” ed invece che basarsi su tipologie alimentari, pesi e calorie ha il suo fulcro in quello che si potrebbe definire il “mantra della rieducazione alimentare”

Vuoi dimagrire? Smetti di mangiare come un suino!

SuinoCheMangia

Poiché non tutti riescono a cogliere le sfaccettature di questa perla di saggezza alimentare c’è chi l’ha indicizzata in tre punti:

1. Non mangiare nulla che la tua bisnonna non riconoscerebbe come cibo;
2. Mangia prevalentemente frutta e verdura;
3. Non esagerare nelle quantità.

Per qualsiasi chiarimento ricevo il lunedì, il mercoledì ed il venerdì…

*** Ricordate? Gli scrittori sono egocentrici…

Stay Tuned.

Tramando: “Vacanze d’estate”

28 febbraio 2013 14 commenti

Vacanze d'estate

Eccoci al terzo ed ultimo racconto. Come sempre vi lascio al racconto senza rubarvi altro tempo.

*** *** ***

«Aspettami, non correre così.» La voce di Lucy era squillante di giovinezza e trafelata per la corsa. L’amore della bambina per carne ed intingoli era ben visibile sulle braccia paffute e sul visetto rotondo, arrossato ed incorniciato da capelli color del grano maturo. Il rumore dei ciottoli si mescolava allo sciabordio delle onde e l’odore salmastro del mare, che prima le aveva fatto storcere il naso, ora era divenuto familiare.
Charlie le lanciò un’occhiataccia e sospirò: non avrebbe mai dovuto portarla su quella spiaggia, era un posto per uomini, non per femminucce. Lei però era la sua migliore amica ed aveva tanto insistito per vedere il posto dove lui ed i suoi compagni di marachelle erano soliti giocare. «Dai, muoviti. Se fai così non arriviamo più alla caverna.» La corsa accompagnò la bambina fin a pochi passi dall’amico e lì lei si fermò in un esagerato ansimare. Prendendo a prestito un gesto ben più adulto della sua età, Lucy poggiò le mani sui fianchi e squadrò il ragazzo mentre il petto ancora seguiva il ritmo accelerato del respiro.
«Sì, ma non correre però.» Borbottò fingendo un’indignazione che non le apparteneva. «Qui si scivola e se cado poi la mamma mi sgrida.»
«Ah, donne.» Sbuffò di rimando. «Siamo quasi arrivati, poi lì c’è il rifugio segreto e possiamo sederci.» Dichiarò per spronarla con il miraggio di un posto dove riposare. «Vieni.» Si rimise in marcia seguito d’appresso dalla bimba.

Charlie aveva la stessa età di Lucy, ma era parecchi centimetri più alto e, mentre lei era la più pigra della classe, lui era il più prestante. Il padre, un allevatore, l’aveva cresciuto secondo dei rigorosi principi di merito e gli aveva insegnato il valore del lavoro. Sebbene ancora dovesse compiere nove anni, ed il suo maggior impegno fosse la scuola, Charlie aiutava la famiglia in un gran numero di faccende. Aveva capelli scuri e lucidi che scendevano qualche centimetro oltre la nuca, il necessario per poterli riunire in un minuscolo codino.
Un vezzo a cui il padre aveva accondisceso per premiare i suoi risultati scolastici. Una parte del merito per quei buoni voti andava a Lucy: lei eccelleva nelle materie scientifiche che tanto mettevano in difficoltà l’amico e lo aveva sempre aiutato nello studio.

Dallo stridore dei sassi della spiaggia i due passarono all’appoggio solido e stabile della roccia e nel giro di pochi passi si trovarono avvolti tra le pareti scure dell’ingresso di una grotta.
«Ohhh…» L’eco della sorpresa di Lucy rimbalzò sulla roccia e li avvolse.
Charlie avanzò tronfio fino al punto in cui le pareti si stringevano per formare un corridoio non più largo di quello di una casa. «Quando la marea sale qui dentro si sente tantissimo rumore, sembra di essere in mezzo ad una tempesta.» Annuì ed allungò una mano ad indicare l’interno della grotta. «Vedi tutte le conchiglie intorno? L’acqua arriva fino a lì. Per quello noi abbiamo messo le nostre cose lassù in alto, così non si bagnano.» Sul fondo della sala, là dove l’erosione aveva scavato la roccia, delle pozze d’acqua confermavano le parole del ragazzo. In ogni polla, per quanto piccola fosse, si poteva distinguere il muoversi d’animali, per lo più granchi e gamberetti non più grandi del picciolo d’una mela.
Sulla destra, un gabbiano muoveva i propri passi goffi e barcollanti. Il pennuto si aggirava alla ricerca di qualche buona preda; l’intrusione degli umani lo innervosì e gli strappò un richiamo gracchiante, ingigantito poi dalla eco della sala. Lucy trasalì e si strinse a Charlie, le braccia si avvinsero a quello destro di lui e gli occhi azzurri sgranarono in un’espressione di sorpresa e timore.
L’indole cavalleresca del ragazzo venne mitigata dall’imbarazzo e quel che ne uscì fu un borbottare burbero. «E’ solo un gabbiano, mica ti mangia.»
«Non me lo aspettavo, mi ha spaventato.» Rispose lei tardando a lasciare la presa e ritraendosi solo dopo aver squadrato con astio l’uccello. «Cattivo gabbiano, pussa via.» L’agitare le mani verso l’animale sortì come unico effetto il fargli dispiegare le ali in un nuovo richiamo.
Charlie scivolò oltre la strozzatura dell’ingresso e risalì verso la nicchia laterale che lui ed i suoi amici utilizzavano come rifugio sicuro per i loro piccoli tesori. «Lascialo stare, se ne andrà da solo.»
Lungo il margine della nicchia erano state allestite delle rozze panche di legno, ottenute poggiando alcune assi su dei ceppi portati a riva dalle maree. L’insieme appariva troppo instabile, grezzo e sporco per i gusti di Lucy, ma la stanchezza ed il veder Charlie prender posto senza causare alcun crollo ruppero i suoi indugi e la convinsero a prender posto.

La voce del mare, simile ad un mormorio distante ed indistinto, li raggiungeva là dove si erano seduti «Il mare è davanti, ma le onde mi sembra di sentirle dietro.» Commentò Lucy dopo qualche istante d’ascolto.
L’amico annuì. «Ora si sente così piano perché il mare è lontano.» Sentenziò salendo in cattedra. «Quando le onde salgono sulla spiaggia diventa sempre più forte.»
Un fischio metallico catturò l’attenzione di entrambi e le forme squadrate di una nave da guerra traversarono la sottile striscia di mare che loro potevano scorgere. Qualche secondo più tardi, minuscole in confronto alla precedente, due motovedette transitarono nel medesimo spazio.
«Era una di quelle grandi.» Commentò Charlie. «Le motovedette devono aver visto qualche cosa.»
La ragazzina rabbrividì. «Spareranno ancora?» Quell’eventualità non le piaceva, ma lo aveva visto succedere molte volte e, suo malgrado, lo accettava come una cosa normale.
«Può essere.» Charlie si era alzato in piedi. «E’ meglio uscire, se la mamma li ha visti forse ci sta chiamando e da qui dentro non si sente niente.»

Lucy fu molto meno lesta di lui nel levarsi in piedi. La passeggiata tra i sassi della spiaggia l’aveva spossata e l’idea di dover abbandonare la comodità della panca non la allettava per nulla. «Forse non li ha visti.» Ipotizzò.
L’altro scrollò il capo con aria seriosa. «Mamma guarda sempre il mare. Quando ero ancora in pancia una barca è arrivata fino sulla spiaggia del faro e lei ha preso tanta paura.»
La ragazza annuì. Tutti al paese conoscevano l’episodio dello sbarco sull’isola del Faro: un peschereccio canadese aveva superato il cordone di controllo della marina ed era riuscito a toccare terra a pochi chilometri di distanza dal paese. Era stato il guardiano del faro a dare l’allarme e tutti i giovani si erano radunati per scacciare gli invasori. Lucy rabbrividì nel ripensare ai suoni degli spari così come nonna Sarah li aveva imitati nel raccontarle la storia.
«Va bene.» Sospirò infine. «Usciamo.»
Aveva appena raggiunto l’amico quando lo sguardo le cadde su una piccola pozza nei pressi dell’ingresso. «Charlie, cos’è quello?» Non più larga di uno dei piatti usati da sua madre per servire il tacchino e profonda forse una spanna, ospitava il navigare senza meta di un oggetto oblungo.

«Non so, non l’ho mai vista prima. Il mare porta sempre cose strane.» La curiosità era sempre stata il peggiore dei suoi vizi, sempre capace di scuotere lo spirito d’avventura ed usarlo per contrastare il buon senso. Dimentico del buon proposito di pochi istanti prima, il ragazzino deviò in direzione dell’oggetto sconosciuto. «E’ una bottiglia.» Sentenziò mentre la estraeva dall’acqua. «Sembra una di quelle della birra di papà, solo che è più piccola e tutta sporca.» La bottiglia era priva di etichette e portava su di sé la sporcizia di una lunga immersione. Attorno al collo una ragnatela di incrostazioni di salsedine sembrava un confuso insieme di collane, il fusto ed il fondo erano costellati da numerosi mitili ed intorno al tappo vi erano ancora alcuni grumi della pece utilizzata per chiuderla ed impermeabilizzarla. Il vetro, opaco fin dall’origine, aveva perso la trasparenza.
La ragazzina squadrò l’oggetto. «Chissà cosa c’è dentro.» Mormorò a mezza voce. Charlie scosse la bottiglia accanto all’orecchio. «Sembra vuota. E’ leggera e non si sente niente dentro.»
«Io ho sentito qualche cosa fare tic-tic.»
«La birra non fa tic-tic.»
«Magari non è birra. Prova a metterla contro sole, forse riusciamo a vedere cosa c’è dentro.»
Il volto di Charlie si illuminò. Lucy era troppo pigra e troppo femmina per dargli soddisfazione come compagna di giochi, ma nessuno nel suo gruppo di amici poteva tenerle testa in fatto di buone idee. Con la bottiglia ben stretta nelle mani e senza dar bado al gracchiare con cui il gabbiano era convinto di star cacciando i due dalla grotta, superò la strozzatura ed uscì sulla spiaggia. Nell’attraversare la bottiglia, il sole rivelò la presenza di un oggetto non più grande di un sigaro, attorno a cui oscillavano sottili barbigli.
«Ohhh…» Sussurrò Lucy. «Che bello, una bottiglia dei pirati!» L’entusiasmo trovò sfogo in un sonoro batter di mani.
«Una bottiglia dei pirati?» Tanta la convinzione della ragazza, tanta la perplessità di Charlie.
Lei annuì. «Sì, certo, non vedi che dentro c’è una mappa?»
Suggestionato da quelle parole, il ragazzo vide nell’ombra oblunga un rotolo di carta fermato da un laccetto. Dichiarò sgranando gli occhi. «Una mappa del tesoro! Come nei film della tivù.»
«Su, aprila, guardiamo la mappa. Se il tesoro è qui vicino forse riusciamo a trovarlo prima che venga buio.»
Charlie non se lo fece ripetere: si infilò la bottiglia sotto l’ascella destra e si mise ad armeggiare con il tappo. Dopo qualche minuto di tentativi infruttuosi sfogò la frustrazione calciando un sasso. «Ci vorrebbe un cavatappi, così non viene proprio via.»
Lucy lo osservò, il capo incorniciato dalle lunghe trecce bionde si piegò verso una spalla e la bambina usò un lungo sospiro come rincorsa per il proprio suggerimento. «Rompila.» E subito di seguito, raggiunta dalla lontana eco della saggezza materna. «Attento a non tagliarti.»
Poggiare la bottiglia su di una pietra ed usare un sasso per farne saltare il fondo fu questione di pochi attimi. L’età del vetro e le intemperie patite l’avevano reso molto più fragile di quanto il bimbo si aspettasse: lunghe crepe risalirono dal fondo fino al collo e solo quest’ultimo rimase intatto, il resto si sbriciolò in una cascata di frammenti iridescenti.
Semi sepolto in quell’insieme di cocci d’ogni dimensione si trovava un foglio ingiallito ed arrotolato, stretto da un cordoncino di velluto rosso.
«Mhhh, che puzza.» Si lagnò Lucy nel venir investita dall’odore stantio dell’aria rimasta prigioniera nella bottiglia.
L’afrore simile al sudore macerato aveva colpito anche i sensi del ragazzo ma questi, più per orgoglio che per reale disinteresse, aveva finto di nulla. Con una conchiglia aveva spostato la maggior parte dei cocci, poi aveva pescato l’involto.
«Aprilo, aprilo.» Cinguettò Lucy. Qualche secondo più tardi il laccio era caduto a terra ed il foglio era stato accuratamente dispiegato sulla calda superficie di una pietra.

Si trattava di una lettera, poche righe vergate da una mano poco educata alla scrittura. Le lettere erano grandi, le linee tremule, la composizione essenziale e si potevano distinguere chiaramente due diverse grafie.

Oggi è finita la scuola. Dopodomani partiamo per le vacanze, io vado al lago e Linda invece in campagna dai suoi zii.
Ho chiesto alla mamma se potevo andare al campeggio al lago come Carlton, ma lei ha detto di no.
Anche se non possiamo stare insieme noi rimaniamo comunque i più migliori amici e ci scriveremo.
Sì, ci scriveremo delle lettere vere, come quelle di mamma e papà quando erano giovani.
E quando torneremo ci porteremo anche un regalo. Io le porterò il più grande pesce del lago (o un nido di scoiattolo).
Io la crostata della zia Patty, quella fatta con le albicocche dello zio. E la mangeremo insieme.
Visto che i grandi erano tutti impegnati con cose da grandi, facciamo questa promessa al mare.
E la mettiamo dentro una bottiglia così anche lei andrà in giro per il mondo per tutta l’estate.

Carlton e Linda.

«Ohhh, hai visto? E’ la lettera di due bambini che dovevano partire per le vacanze, proprio come noi.» Nel tono di Lucy risuonava una calda nota di commozione e romanticismo.
«Già.» Charlie rispose con meno entusiasmo, l’idea di una mappa dei pirati lo stimolava molto più di quella di una lettera affidata al mare da bambini sconosciuti. «Hanno anche i nomi che cominciano con la stessa lettera. Lui con la ci e lei con la elle.» Commentò.
«Ohhh, è vero, è vero. Che cosa carina. Dovremmo scrivere anche noi una lettera e metterla in una bottiglia.»

«Charlie, dove siete?» La voce della madre del ragazzino rotolò lungo il declivio che separava la casa dalla spiaggia. «Lucy, la tua mamma è venuta a prenderti!» Il flusso di pensieri della bimbetta fu interrotto da quella dichiarazione ed il sorriso entusiasta mutò in una cupa espressione d’infelicità.
«Ma nooo, la mamma aveva promesso di venire al tramonto, è troppo presto.» Gonfiò le guance e sbuffò con aria indispettita. «Deve farci scrivere la lettera, adesso glielo chiedo.»
Charlie rimuginò per qualche istante. «No, meglio non dirle niente. Teniamola segreta, così siamo sicuri che non ce la portano via.» Con un gesto deciso il ragazzino si infilò il foglio in tasca. «La metto in un posto sicuro e quando torni scriviamo la risposta.»
Quell’idea di segretezza parve convincere la ragazzina che azzardò un nuovo sorriso.
«Charlie, Lucy, dove siete?»
«Arriviamo.»

«Perché quel muso lungo, Lucille?»
La madre stava guidando e, come sua abitudine quando erano da sole, usava il nome di battesimo della bambina come una sorta di loro privato soprannome.
«Niente.» Borbottò la bimbetta facendosi ancor più piccola nell’abbraccio del sedile.
«Non sei contenta di andare a trovare nonno Denis e nonna Florance? Dopo tutti questi anni, finalmente potrai conoscerli, non sei curiosa nemmeno un po’?» Il tono carezzevole e consolatorio della madre aprì uno spiraglio nell’umore nero della bambina.
«Perché non ci siamo mai andati prima?»
«Le frontiere sono state riaperte solo quest’anno, lo sai, ne abbiamo già parlato.»
«Per colpa degli americani, vero? Ma perché loro vogliono venire a casa nostra, mamma?»
La donna scrollò il capo e sospirò, una concessione del suo senso di carità nei confronti di milioni di sfortunati. «Non vogliono venire a casa nostra, Lucille, vogliono andarsene dalla loro. Anni fa c’è stata una brutta malattia e tutti hanno cercato di scappare… anche dei malati e la malattia è arrivata fino in Australia. Così tantissimi stati hanno chiuso i confini.»
«Come quando un amichetto prende l’influenza e non si può andare a trovarlo per qualche giorno?»
«Proprio così, solo che è durato tanti anni.»
«Da prima che io nascessi.» Quelle parole erano una sorta di ritornello nelle storie di nonna Sarah.
«Sì. Quando io e papà ci eravamo appena sposati.»

Charlie era seduto accanto alla finestra, i gomiti puntati sul davanzale ed il volto posato tra le mani. Lo sguardo era perso nella prima bruma della sera. Il padre stava ripulendo la rimessa, i suoni soffusi del suo lavoro e le sue imprecazioni giungevano fino alla cucina. Alle spalle del ragazzino la madre stava infornando la prima teglia di biscotti. La donna, conscia di quanto al figlio pesasse l’allontanarsi della compagna di giochi, aveva pensato di alleviarne la tristezza con i dolci. «Suvvia Charlie, si tratta solo di qualche mese.» Dichiarò mentre si dirigeva verso di lui. «Vedrai che passeranno in fretta. Potrai andare a pescare con Tom e la madre di Patric ti ha invitato ad andare con loro a Londra. Hai sempre voluto vedere Londra.»
«Potrò anche vedere Re William?» Quell’ipotesi parve scuotere il ragazzino dall’apatia.
«Credo di sì. Lo sai che a fine agosto c’è il corteo per il compleanno della Principessa Alessia. Quest’estate compirà diciotto anni, di certo il Re non mancherà.»
Charlie sorrise. «Allora farò un sacco di foto, così poi le potrò far vedere a Lucy.» Un istante di dubbio lo colse e, memore di quanto letto nel messaggio che ancora conservava in fondo ad una tasca. «Quando tornerà saremo ancora amici, vero mamma?»
La donna sorrise di rimando e mosse una mano per carezzare il capo del figlio. «Ma certo che sarete ancora amici. E’ solo andata a passare un’estate dai nonni, tornerà presto.»
«Tra quanto saranno pronti i biscotti?»
«Tra un’ora, ma dovrai aspettare dopo cena per mangiarli, altrimenti papà si arrabbia.»
«Non posso averne neanche uno?»
«E va bene, ma uno soltanto. Un biscotto non sarà certo la fine del mondo.» Un ammiccare complice comunicò al ragazzino che si sarebbe trattato di un loro piccolo segreto.

Un’ora più tardi Charlie ebbe il suo biscotto. La mattina del giorno successivo Lucy partì per la Francia e dopo aver visitato l’aeroporto di Londra e quello di Parigi, s’immerse nella quiete della campagna di Arles. Passati due mesi Charlie partecipò alla parata in onore della maggiore età della Principessa e, stretto nella ressa di migliaia di altri Inglesi, riuscì a scorgere ed applaudire il Re William e la Regina Kate. La tosse si fece sentire a fine agosto, quando mancava meno di una settimana al termine delle vacanze. Passarono altri nove mesi, un anno circa da quel pomeriggio sulla spiaggia, quasi dieci dal giorno in cui Carlton e Linda avevano affidato la loro lettera all’oceano, prima che il mondo degli uomini avesse fine.

La bottiglia era stata rapita dalla corrente, ormai un puntolino indistinguibile tra i flutti.
«Sei sicuro che così l’acqua non entrerà nella bottiglia?»
«Sì, me lo ha insegnato lo zio Hugh, lui fa così per i suoi modellini di barca, dice che l’acqua non passa per anni.»
«Chissà fin dove arriverà.»
«Zio Hugh dice che qui vicino passa la Corrente del Golfo, potrebbe arrivare anche al Polo Nord.»
«Appena arrivata a casa chiederò alla nonna una tazza di latte caldo con il miele, non vorrei che la mamma sentisse la tosse e non mi facesse uscire domani.»
«Sì, buona idea. Non vorrai perderti la festa per la fine dell’anno. Ci saranno tutti i nostri compagni.»

*** *** ***

Opinioni? Domande? Dubbi? Curiosità? Barzellette? Dite la vostra…

Stay Tuned.

Tramando: “Giorni di pioggia.”

25 febbraio 2013 8 commenti

Bosco con la pioggia

Eccoci qui con il secondo dei tre racconti. Anche questa volta non perdo tempo in chiacchiere introduttive, mi limito ad aggiungere che (molto probabilmente) pubblicherò il terzo giovedì 28.

*** *** ***

La valle indossava un rigoglioso manto d’abeti. Con l’approssimarsi dell’autunno, il verde intenso era stato impreziosito dal giallo dorato delle querce e dal rosso sanguigno degli aceri. Il grigio pallore delle pendici incombeva, coronato dalle nubi oltre cui svettavano i picchi più alti. La pioggia cadeva fitta e sottile, ruscellava lungo le pendici, scivolava sulle chiome e giungeva a bagnare il terreno ormai zuppo.
Il peso dell’umidità impediva al fumo di salire, la corsa del vento lo disperdeva, cosicché le sue candide volute sparivano entro pochi metri dal comignolo. Lo chalet era stato costruito sulla sommità di un dosso, ai piedi del quale correvano le acque veloci di un torrente. Dinnanzi alla porta d’ingresso, protetta da una tettoia, si trovava una veranda divisa tra il fascino di un salotto estivo e la praticità di una legnaia. Fermo sulla soglia, le braccia incrociate dietro la schiena, un uomo osservava la pioggia.

«Pare proprio che non abbia nessuna voglia di smettere.» Le parole fecero danzare la sigaretta che gli pendeva dalle labbra. «Andrà a finire come ieri, spioverà solo dopo il tramonto ed intanto noi ci saremo persi anche l’ultimo giorno di ferie.» Sciolse l’intreccio delle braccia e levò la destra per trattenere la sigaretta, prese una lunga boccata e la trattenne per qualche secondo, prima di lasciar fluire il fumo tra le labbra. «Con un così bel bosco a disposizione passiamo le giornate in pantofole.» Borbottò mentre scambiava uno sguardo con l’effige di topolino stampata sulla finta pelle delle calzature. «E per fortuna che ne avevi un paio da prestarmi, io ho portato solo gli scarponi.»
Il graffiante stridore di legno su legno accompagnò il muoversi di una seggiola. L’uomo sfilò la sigaretta dalle labbra e ne affidò la cenere ad una folata di vento. «Prima di partire c’è un posto dove vorrei assolutamente andare. E’ una bella scarpinata ed il sentiero non è dei più facili, ma quando si arriva in cima la vista è spettacolare.» Il braccio indicò la parete del monte e le sottili striature che indicavano il percorso delle cenge. «Uno sperone arriva proprio sopra il lago, sembra di essere su un trampolino, vien quasi voglia di tuffarsi. Solo che la piscina è quattrocento metri più in basso, quindi è meglio resistere alla tentazione.» Ridacchiò tra sé e ruotò il capo per occhieggiare l’interno dell’edificio da sopra una spalla.
Un nuovo ceppo scoppiettava tra le fiamme, l’aroma della resina bruciata si spandeva nell’aria e rendeva il calore ancor più confortevole. A poca distanza dal camino, oltre il salottino da cui era circondato, Andreas sedeva accanto al tavolo da pranzo, la dove lui l’aveva lasciato. Dinnanzi a lui giacevano abbandonati i piatti e le stoviglie della cena precedente. «Magari si potesse controllare il tempo. Sarebbe comodo avere una specie di telecomando, non trovi? Così potremmo tenere la pioggia per la notte. Il rumore della pioggia concilia il sonno, lo sapevi?» Andreas scrollò il capo. «Eppure è così, l’ho letto in una rivista, credo fosse Focus, non ricordo di preciso. Una ricerca fatta da un’università americana. Roba seria.» La sigaretta era finita, uno scatto delle dita la lanciò sul selciato oltre la veranda. «Con la mia insonnia le ho provate tutte, e la pioggia funziona.»
«Ti scoccia se lascio la porta aperta? Sai, per cambiare un po’ l’aria. Il camino fa un bel calduccio, ma secca molto.» Senza attendere la risposta abbandonò l’uscio e si diresse verso l’acquaio. «Faccio i piatti, va’. Che se non ci penso io restano così fino a questa sera.» L’uomo non arrivava al metro ed ottanta ed il suo fisico non poteva certo dirsi imponente, aveva però le mani grandi e callose di chi è abituato ad usarle per guadagnarsi il pane.
L’acqua prese a scorrere, accompagnata da una cacofonia di legno, metallo e ceramica. «Non pensavo che avresti portato anche Ester.» Chino sul lavandino, le braccia immerse fino ai gomiti nell’acqua insaponata, usò un cenno del capo per indicare la porta che conduceva alla zona notte. «Pensavo che l’idea fosse un fine settimana tra uomini. Sai, chiacchiere di calcio, politica ed amanti in compagnia di birra e whiskey e ti confesso che, quando l’ho vista scendere dall’auto, ci sono rimasto male, offeso quasi.» Poi si affrettò ad aggiungere.
«Però mi è passata subito, in fondo non avevamo mai parlato di stare da soli ed è bastato far due chiacchiere con lei, per capire che è una ragazza in gamba.» Piatti e bicchieri erano stati allineati sullo sgocciolatoio, era arrivato il turno delle pentole. «Avevo temuto che le provviste potessero non bastare per tutti e tre, ma per fortuna Daniel ha lasciato la dispensa piena da scoppiare, avremmo dovuto essere un esercito per poter finire tutto.» Tacque per il tempo necessario a sconfiggere una macchia d’unto particolarmente incrostata. «Il letto poi.» Sospirò con aria teatrale. «Mi ero già visto a soffrire sul divano o sulla panca. Sai, la signorina avrebbe potuto trovare sconveniente dividere la stanza con due uomini.» La voce fu la sarcastica imitazione di un vezzoso cicaleccio, poi tornò a farsi seria. «Ed invece… non ha battuto ciglio. Ragazza in gamba.»
Si asciugò, posò lo strofinaccio e srotolò le maniche della camicia di flanella. «Spero che non se la sia presa per la discussione dell’altra sera.» Un velo di imbarazzo scese ad ammantare le parole. «Ma proprio non sopporto l’odore di fumo in casa.» Pochi passi gli erano bastati ad attraversare la stanza. «Sì, lo so che può sembrare strano in un fumatore.» Poggiato allo stipite si era infilato una sigaretta tra le labbra. La fiamma dell’accendino cedette al vento e l’uomo fu costretto a levare la sinistra per schermarla. «Gran brutto vizio il fumo, il peggiore, costa un sacco di soldi, rovina la salute e dà fastidio a chi ti sta intorno.» Un gran sbuffo di fumo sottolineò il concetto. «Ho cercato di smettere un sacco di volte, ma non mi è mai riuscito, massimo rispetto per te che ti sei liberato dalla schiavitù delle sigarette. Anche se non t’invidio proprio ora che ti trovi da solo con due fumatori, e per di più prigioniero in questa casetta.» Levò un sopracciglio e sorrise. «Ma in fondo tutti hanno i propri vizi, tu per esempio sei un gran pigro, da quando siamo arrivati non hai mai dato una mano a cucinare od a rassettare, hai fatto far tutto a noi.» Il sorriso si sciolse in una risata, quando l’altro si agitò sulla sedia e gli lanciò un’occhiata torva. «Ma sì, tranquillo, sto solo scherzando.» Lo rassicurò. «Dopo una settimana di lavoro, hai tutto il diritto di riposarti per un paio di giorni. Io sono a spasso da quasi tre mesi, ho avuto tutto il tempo per riposarmi e per diventare una donna di casa.» Il parlare di disoccupazione lo amareggiava. Si era sempre fatto in quattro per il lavoro, non aveva mai rifiutato uno straordinario né si era mai lamentato quando questi non gli erano stati pagati, e nonostante questo era stato uno dei primi a ricevere il benservito, quando l’azienda aveva ridotto il personale.
La nicotina lo aiutò a liberarsi del peso di quei pensieri. Lo scemare della pioggia rinnovò il suo ottimismo. La comparsa d’un raggio di sole fece rinascere il sorriso.
«Abbiamo fregato la Legge di Murphy.» Dichiarò con tono allegro. «Il cielo sta schiarendosi, tra poco si potrà uscire.» Armato degli scarponi ciabattò fino al divano e lì si sedette per indossarli. «Visto che quella dormigliona di Ester sta ancora poltrendo, approfittiamone noi. Possiamo sempre tornare a prenderla più tardi, non credi?» Andreas lo scrutava con un misto di incredulità e preoccupazione, profonde occhiaie rendevano il suo sguardo stanco e tirato.
«Sei ancora lì? Di questo passo ci metti tutta la giornata a prepararti, vengo a darti una mano, va.» Due passi gli bastarono ad aggirare il tavolo, allungare un braccio gli permise di raggiungere il batticarne, lavato poco prima ed accuratamente riposto insieme alle altre posate.
La sedia gemette sotto l’agitarsi di Andreas, le corde con cui l’uomo era stato legato scricchiolarono mentre questi cercava di sfuggirne la presa, il legno del pavimento, graffiato dall’improvviso scivolare delle zampe della seggiola, stridette.
«Su, non fare il bambino, è ora di andare.» Come estremo tentativo di fuga, il prigioniero cercò di rovesciarsi all’indietro. Una delle grandi mani afferrò i lacci in cui era costretto e vanificò il tentativo, l’altra calò il batticarne e tutto si fece oscurità.

L’assassino piegò il capo verso la spalla destra e rivolse uno sguardo obliquo al cadavere. Dopo qualche secondo si scosse ed annuì soddisfatto. «Hai visto? Niente sangue questa volta, niente da dover pulire ed è anche stato più veloce.» Quando aveva tagliato la gola ad Ester, la notte precedente, la ragazza aveva agonizzato per diversi secondi prima di giacere immobile, ed il letto si era trasformato in una pozza di sangue denso ed appiccicaticcio. Per questo evitava sempre di aver a che fare con le donne, lo rendevano nervoso. Affacciatosi alla porta della camera si fermò ad osservarla, vestita solo del livore della morte. Si era trattato di uno sgradevole incidente. Le donne lo rendevano sempre molto nervoso, per questo cercava sempre di evitarle, per non avere simili incidenti. Loro, le donne, lo provocavano, gli facevano perdere la calma e lo privavano del controllo necessario a fare un lavoro pulito. Ester, come quelle prima di lei, aveva reso tutto più difficile e l’aveva costretto ad improvvisare, ad agire senza pensare. Non gli era mai capitato di stuprare una delle sue vittime prima di allora, lei era stata la prima, ma di certo non sarebbe stata l’ultima. Possederla, costringerla a sottostare alle sue voglie, trattenerla con la forza mentre le usava violenza erano state esperienze nuove, appaganti quasi come il privarla della vita. Un nuovo mondo di possibilità gli si era aperto dinnanzi agli occhi e, se proprio le donne dovevano costargli tutta la fatica di rimediare agli incidenti che provocavano, almeno lo ripagassero del fastidio con quel piacere che gli uomini non erano in grado di soddisfare.
«No, non è ancora ora di uscire, dormi pure.» Dichiarò prima di richiudere la porta. «Tocca prima ad Andreas, in fondo questo doveva essere il nostro fine settimana tra uomini, tu sei solo un’ospite. Dovrai aspettare il tuo turno per il tuffo.» Fermo al centro della sala l’assassino poggiò le mani sui fianchi e si fermò ad osservare il cadavere della sua ultima vittima, tra le labbra faceva appena capolino un sorriso inespresso. Stava pregustando il piacere di poter osservare la caduta del corpo, dall’alto della montagna fino al lago ai piedi della scarpata, ciononostante il pensiero di doversi arrampicare fin lassù portando Andreas sulle spalle non lo soddisfaceva fino in fondo.
«Non dovrei proprio ucciderli prima.» Si disse con tono di biasimo. «Si fa tanta fatica a portarli e sembrano sassi quando cadono.» Sospirò e si strinse nelle spalle. «Papà lo diceva sempre: chi si accontenta, gode.»

Fedele a quella semplice regola, il padre aveva affrontato la vedovanza con stoicismo e, non riuscendo a trovare una donna capace di sopportare le sue intemperanze, aveva cresciuto il figlio senza l’aiuto di alcuna figura femminile. Quel sodalizio tra scapoli aveva avuto fine all’improvviso, durante un’escursione, quando l’uomo era precipitato dal crinale della montagna e, accompagnato dalle proprie urla di terrore, aveva eseguito per primo un tuffo mortale verso il lago. Lui l’aveva guardato cadere, racchiuso nel silenzio della consapevolezza d’essere rimasto solo al mondo eppure animato da una strana euforia. Esser stato testimone di quella morte violenta lo aveva riempito di un piacere tanto intenso e liberatorio da far sbocciare in lui il desiderio di rivivere quei momenti.
Quindici anni erano passati, più di trenta persone avevano incontrato il loro fatale destino e la montagna si era meritata la lugubre nomea d’essere un luogo maledetto. I pochi corpi ritrovati, dopo l’impatto con l’acqua e le rocce affioranti, avevano traversato un lungo tratto di rapide e nessuno era mai riuscito a scorgere su di essi i segni della mano omicida. Andreas era solo l’ultimo degli affittuari dello chalet di Daniel ad essere finito vittima di quello spietato serial killer. Un uomo come tanti, colpevole d’aver mentito alla moglie per poter passare un fine settimana con l’amante il cui nome, per ovvie ragioni, non aveva fatto registrare. La presenza della donna aveva guastato i piani dell’assassino, lo aveva spinto ad agire d’impulso e gli aveva impedito di adottare il suo abituale piano d’inganni per convincere la vittima ad accompagnarlo lungo la via che li avrebbe condotti fino al luogo fatale.

«Dovrò cambiare le coperte ed i materassi. Non sarebbe gentile lasciare a Daniel quelli macchiati, per niente gentile.» Borbottò tra sé mentre finiva di imbragare il corpo di Andreas. «Ci penserò questa sera, o magari domani pomeriggio. Ora devo sbrigarmi prima che cali il sole.»

La verde continuità della vallata, sfidata dalle macchie di querce ed aceri, era percorsa dalle sottili ferite provocate dalle strade e costellate dalle rare radure che l’uomo aveva creato per costruire le proprie case. Dinnanzi ad una di queste, un piccolo chalet interamente edificato in legno, un uomo camminava piegato dal peso del proprio macabro carico. Un raggio di sole, liberatosi dalla presa del manto di nubi, discese ad avvolgerlo e portò a levare lo sguardo verso il cielo sempre più limpido e sgombro.
«Abbiamo fregato la Legge di Murphy.» Mormorò socchiudendo gli occhi e porgendo il volto al caldo tocco del sole. «Oggi sarà una bellissima giornata.»

*** *** ***

Sappiate che dopo la pubblicazione del terzo vi chiederò quali siano state le vostre preferenze, quindi studiate e non fatevi cogliere impreparati…

Stay Tuned.

Tramando: “La locanda dell’impiccato.”

21 febbraio 2013 4 commenti

L'impiccato

Ecco a voi il primo dei tre racconti di acqua, amicizia, vizio (e morte), evito di dilungarmi in mille parole di introduzione e mi limito ad augurarvi una buona lettura.

*** *** ***

Guglielmo de Longo indossava vesti eleganti e non temeva di esporre la ricchezza d’una fibbia d’oro incrostata di pietre dure, o degli anelli portati al disopra dei sottili guanti di cuoio. Il motivo della sua sicurezza gli pendeva al fianco: una spada da stocco lunga e sottile dotata di una guardia elaborata, forgiata per rappresentare l’intricato disegno di una pianta di edera.

Padrone del dedalo dei vicoli in cui si stava muovendo, nel giro di pochi minuti venne accolto dalla luce soffusa della luna piena e dal basso mormorare del fiume. La via lastricata era quasi deserta, di giorno una delle arterie principali della città, di notte veniva attraversata solo da rapide carrozze ed era uno dei più floridi territori per il malaffare.
La passeggiata del lungofiume era la zona delle prostitute, la maggior parte di loro se ne stava ben in vista nei dintorni dei lampioni, altre preferivano la comodità delle panchine. I loro protettori ronzavano sul lato opposto della strada, pronti ad intervenire per allontanare ubriachi e squattrinati.
Nessuno di loro gli si accostò: qualche mese prima aveva spiccato un orecchio ad un ceffo che l’aveva infastidito e da allora si erano tenuti a distanza. Le ragazze gli lanciarono inviti ammiccanti e misero in mostra le loro curve, tra le pieghe delle gonne e la presa soffocante dei bustini.
Lui si mosse tra loro senza degnarle di uno sguardo e si fermò solo quando raggiunse quella che, fin dall’inizio, era stata la sua meta. «Vai a farti un bagno e raggiungimi alla Locanda dell’Impiccato.» Ordinò. «Porta un’amica.» La malizia di quella richiesta scomparve per lasciar spazio ad un rinnovato rigore. «Ma bada che anche lei faccia pace con il sapone e si metta un vestito pulito.»
Quando fu certa che lui avesse concluso, la ragazza si affrettò a rispondere. «Sì eccellenza, certo eccellenza. Porterò Giuliana, vostra eccellenza è sempre rimasto soddisfatto di lei.»
Con un distratto cenno della mano lui le ributtò quelle parole in faccia. «Sì, sì, porta chi ti pare.» Si allontanò borbottando qualche cosa sulla sfacciataggine di una puttana nel pensare che lui potesse ricordarsi il nome di un’altra puttana.

Sofia slacciò lo scialle che teneva in vita e se lo gettò intorno alle spalle per combattere i brividi freddi di cui era divenuta preda. ‘Speriamo che Giuliana non abbia clienti. Non saprei proprio chi altro portare. Forse Laura, lei è abbastanza giovane per i gusti di quel porco.’ Si trattava solo di un pensiero, purtuttavia la ragazza si guardò attorno nel timore di poter esser stata udita. ‘No, Laura non sa star zitta, lo farebbe di certo arrabbiare.’
Nella sua giovane vita aveva conosciuto uomini di ogni risma, ma mai nessuno che potesse vantare una dedizione al vizio paragonabile a quella di Guglielmo de Longo. Era giunto in città da poco più di un anno, secondo le voci della strada era stato il padre, per preservare il buon nome della famiglia, ad allontanarlo ed era sempre il padre a riversargli addosso una continua cascata d’oro, purché non vi facesse ritorno. Di certo nella sua scarsella il denaro non mancava mai ed egli era molto prodigo nello spenderlo, per accondiscendere alla propria lascivia. Si diceva che vivesse in un lussuoso appartamento affacciato alla piazza del duomo, Sofia però non aveva mai avuto occasione di vederlo: quando passavano la notte insieme lui la portava sempre in una delle tante bettole lungo il fiume.
‘Sempre meglio quelle del ronzare attorno ad un lampione.’ Ripeté a se stessa per darsi coraggio. ‘Con quel che sborsa, poi. Una notte con lui vale più di una settimana intera sul viale.’ Quel pensiero la cullò nella speranza. Visto quanto Guglielmo la pagava, lei poteva tenere una parte del denaro nascosta al suo protettore. Non si trattava di grandi cifre ma, prima o poi, avrebbe avuto di che riscattare la propria libertà ed abbandonare la strada. ‘Speriamo solo che non succeda di nuovo.’ Fu colta da un brivido.
Era successo qualche settimana prima; lei e Guglielmo stavano bevendo una coppa di vino prima di salire in camera, quando era scoppiata una discussione ed uno degli avventori aveva insultato il suo accompagnatore. Dalle parole i due erano arrivati all’acciaio e nel cozzare delle lame lei aveva conosciuto il peggiore tra i vizi dello spadaccino: il piacere di disporre della vita altrui. Aveva giocato con il suo avversario e solo quando questi era stato sconfitto ed impotente, senza mai smettere di fissarlo negli occhi, lo aveva finito a sangue freddo. Come se nulla fosse accaduto aveva ripulito la lama dal sangue e l’aveva trascinata in camera. Mai come in quell’occasione l’uomo si era dimostrato vigoroso ed insaziabile, l’aveva posseduta con la foga di una belva eccitata.
Giuliana si trovava al suo posto. L’idea di poter avere l’amica al proprio fianco la confortò e le restituì il sorriso. La ragazza affrettò il passo e levò una mano per farsi notare.

La Locanda dell’Impiccato era stata costruita all’interno di un vecchio magazzino fluviale ed aveva la particolarità di trovarsi per metà sulla terra ferma e per metà poggiata su una foresta di palificazioni. Le botole, usate un tempo per il carico e lo scarico delle chiatte, fornivano un comodo accesso al fiume ed in più di un’occasione avevano rappresentato una rapida via di fuga per i più turbolenti tra gli avventori, all’avvicinarsi della ronda.
La sala principale occupava due terzi dell’estensione dell’intero edificio ed era stata resa ancor più capiente mediante la realizzazione di un ampio soppalco. Lo spazio restante si divideva tra le cucine, i bagni e le poche stanze da letto a disposizione dei clienti più facoltosi.
Nata come punto di ritrovo per mercenari in cerca d’impiego, era ben presto divenuta il punto di riferimento per un gran numero di giovani nobili dall’animo inquieto, alla perenne ricerca del brivido dell’illecito. Per adeguarsi alle esigenze di quella nuova clientela, il padrone si era procurato una selezione di vini d’eccellente qualità ed aveva allestito delle stanze sontuose, in grado di rivaleggiare con quelle dei più rinomati alberghi della città.
Guglielmo amava quell’ambiente così eterogeneo, l’unico che fino ad ora si fosse dimostrato in grado di soddisfare i suoi bisogni. Lì poteva dar sfogo alla propria indole collerica e, al tempo stesso, godere dell’agiatezza di un letto di piume.
La sala era fumosa, l’aria densa degli odori della cucina e del profumo dolciastro d’oppio e tabacco, una trentina di avventori si dividevano tra una dozzina di tavoli ed erano serviti dalla nutrita schiera delle cameriere. Mastro Enrico, il proprietario, fu lesto a farglisi incontro agghindato di convenevoli. «Eccellenza, è un onore avervi nostro ospite. Abbiamo riservato per voi il posto migliore, il vostro preferito.» Il tono era unticcio come la zazzera nera e spruzzato di servilismo quanto questa lo era di bianco.
Il tavolo si trovava su una bassa pedana, lontano dagli altri e dal chiasso del centro della sala. A qualche passo di distanza, un paio di bottiglie disposte accanto ad un largo cappellaccio di feltro indicavano l’unico altro posto occupato nel raggio di una decina di metri almeno.
Guglielmo annuì. «Portami una bottiglia di Chardonnay e fai preparare la mia stanza. Voglio lenzuola fresche di bucato.»
«Sarà fatto, eccellenza.» L’ometto si prodigò in una profonda riverenza e scattò poi in direzione del banco.
Nell’attraversare la sala Guglielmo respirò la tensione di cui l’aria si era fatta vibrante, in quel luogo di predatori tutti avevano levato il capo per poter misurare le zanne del nuovo arrivato. Conosceva almeno la metà degli avventori, da loro non aveva nulla da temere. Una tavolata era occupata da una mezza dozzina di uomini d’arme, francesi a giudicare dai loro vestiti. Dovevano essere molto scaltri o molto incapaci per essere arrivati così lontani da casa, in ogni caso non rappresentavano un problema: difficilmente dei mercenari avrebbero sfoderato l’acciaio se non dietro compenso. Alcuni tavoli erano occupati da facce nuove, rampolli di buona famiglia rasati di fresco e con addosso abiti di sartoria. In quell’accozzaglia di tagliagole erano loro a rappresentare la miglior opportunità per un duello. Mal consigliati dalla fame di gloria o dalla sete d’alcolici, non avrebbero avuto difficoltà a raccogliere una sfida e, traditi dalla loro ben scarsa esperienza, sarebbero divenuti delle facili prede. Guglielmo era combattuto. Se da un lato apprezzava l’idea di una tranquilla serata tra vino e sesso, dall’altro accarezzava l’idea di poterla rendere ancor più appagante, condendola con il sangue e la vita di un uomo.
‘Lasciamo decidere al caso. Non sarò io a cercare la lite, ma se qualcuno di loro dovesse recarmi offesa…’ Soddisfatto da quel compromesso, prese posto ed attese d’essere servito.

Nella mezz’ora che seguì la sua unica occupazione fu il sorbire una coppa di vino, poi la porta del bagno si spalancò ed un canto sguaiato precedette il giungere di un ubriaco. L’uomo si reggeva in piedi ma l’appoggio instabile rendeva il suo incedere dinoccolato, come se ogni passo potesse tradirlo e farlo finire lungo disteso. I suoi vestiti erano di ottima qualità, rovinati dai segni del tempo e per questo rattoppati in più punti. Dal suo fianco pendeva una spada di eccellente fattura, anch’essa doveva aver visto tempi migliori ed aveva barattato la lucentezza della gioventù con il più pacato lucore della maturità. Poteva trattarsi di un nobile decaduto o di un mercenario tornato alla povertà dopo un periodo di sfarzo.
Nella sinistra stringeva una bottiglia di coccio, nella destra un bicchiere colmo per metà, il cui contenuto ondeggiava fin a tracimare. Il suo percorso attraverso la sala fu lento e chiassoso, costellato dalle gocce di acquavite che spandeva alle proprie spalle. «Ah, ah, da non credere, mi sono addormentato seduto sul cacatoio.» La voce era greve, condita da un ridacchiare gutturale. «A momenti ci cascavo dentro quando mi son svegliato.»
Procedeva di pochi passi alla volta, costretto ad appoggiarsi a tavoli, seggiole ed avventori nel tentativo di riconquistare l’equilibrio. Durante ogni sosta il suo soliloquio mutava nel tentativo di attaccar bottone ed ogni tentativo fallito sembrava renderlo ancor più ridanciano. Sembrò apprezzare in modo particolare lo spintone affibbiatogli da uno dei francesi e non smise di ridere nemmeno nel franare contro il tavolo di Guglielmo.
L’urto svuotò il bicchiere ed il veder l’acquavite ruscellare provocò nell’uomo un broncio insoddisfatto. «Dove vai, dove vai?» Biascicò bagnando la mano nel distillato per poi succhiarsi le dita.
«Levati dai piedi, razza di idiota!» Sbottò lo spadaccino. «E ringrazia la tua buona stella, c’è mancato poco che me lo rovesciassi addosso.»
L’altro non gli diede bado. Ormai la grappa era scomparsa, filtrata tra le assi e gocciolata fino a terra, quindi levò la bottiglia e da quella prese un paio di generose sorsate. «Ahh…» Quel sospiro di soddisfazione portò con sé una densa zaffata alcolica e scoprì una dentatura sporca ed ingiallita, costellata da grumi di cibo mal masticato. Seguì un rutto sonoro che investì Guglielmo con il proprio lezzo acidulo.
«Messere!» La freddezza di quel richiamo gelò l’aria nel locale. Il fiuto sensibile dei predatori aveva avvertito il sentore del sangue che stava per scorrere: lo spadaccino non stava più allontanando il fastidio di un ubriaco, cercava piuttosto il pretesto per uno scontro. «Il vostro comportamento mi offende, pretendo delle scuse.»
L’ubriaco poggiò la bottiglia, si nettò la bocca con una manica e squadrò la bottiglia di vino. «Bah, neanche vi avessi pisciato addosso.» Gracchiò. «Vi lamentate come una damina tutta trine e pizzi. Ma visto quel che bevete non c’è da stupirsi. Mio padre, pace all’anima sua, diceva sempre che un uomo è quello che beve e voi…» Ridacchiò facendo ciondolare il capo da una spalla all’altra e lasciandosi cader seduto. «Vino bianco, roba da donnette.»
Con un gesto di calcolata teatralità Guglielmo si era levato in piedi ed aveva posto una mano sull’impugnatura della spada. «Badate, messere, state mettendo a dura prova la mia pazienza. Porgetemi le vostre scuse o farò in modo che incontriate quanto prima l’anima del vostro defunto padre.»

La prima cosa di cui Sofia s’accorse quando dischiuse la porta fu l’innaturale silenzio del luogo. Poi risuonarono le parole di minaccia e con un solo sguardo la ragazza comprese ciò che stava per accadere. Senza por tempo in mezzo, abbandonò Giuliana in prossimità dell’uscio e si affrettò ad attraversare la sala. «Eccellenza de Longo, vi chiedo perdono per l’attesa. Io e Giuliana siamo arrivate, a vostra completa disposizione.» La voce tradì il timore ed il sorriso risultò forzato.
«Non ora.» La zittì lui. «Ho cose più importanti da fare, che dar bado a due puttane.»
L’ubriaco ridacchiò. «Bevi vino, paghi per scopare e non vuoi essere chiamato donnetta?»
«Questo è troppo!» Le parole furono accompagnate dal sibilo metallico dello sguainare della spada. «Chiedete perdono o impugnate la spada, messere.»
L’altro piegò il capo e l’osservò con curiosità canina. «Avete proprio una gran bella spada. Non ne avevo mai viste di così lunghe.» Parve quasi assopirsi quando un sospiro lo portò a calare le palpebre sugli occhi. «E’ questo che vi fate dire dalle vostre puttane?»
Fino a quel momento Guglielmo si era limitato a montare un pretesto per poter affrontare lo sconosciuto, ma l’insistenza di quest’ultimo l’aveva portato ad irritarsi. «Sarà l’acciaio a rispondervi.» Sibilò. «Alzatevi o v’ucciderò lì dove sedete.»
L’ubriaco si levò e, reggendosi al tavolo con la sinistra, impugnò la spada con la destra. Gli furono necessari tre tentativi prima di riuscire a sguainarla, quando ci fu riuscito la punta piegò verso terra e lui l’usò per meglio tenersi in equilibrio. Nauseata dall’idea d’essere testimone di una nuova esecuzione, Sofia si accostò a Guglielmo e mosse le mani a circondargli il braccio. «Eccellenza, vi prego, quest’uomo è ubriaco, non sa quello che dice. Siate clemente e vogliate perdonarlo.»
Lui l’allontanò con un gesto di stizza. «Tieni giù le mani, puttana!» Ringhiò. «Questo idiota ha insultato il mio onore, ora deve pagare.»
«Vi prego, eccellenza. Voi siete un grande spadaccino, lui non si regge in piedi, quale onore può esserci in un simile duello?»
Negli occhi di coloro che gli stavano intorno lo spadaccino lesse il medesimo pensiero e la punta della sua spada si abbassò di qualche spanna.
L’ubriaco ridacchiò. «Ben misero è l’uomo che si fa sconfiggere dalle parole di una donna.» Mormorò in un largo sbadiglio.
Guglielmo fu accecato dall’ira, la spada tornò a salire ed i muscoli si tesero pronti a scattare. «Che nome devo far incidere sulla vostra lapide?»
«Ferdinando, Ferdinando Mocenigo.» Nel presentarsi si distaccò dal tavolo e levò la spada in una guardia sbilenca.

Persa ogni speranza di poter evitare quella morte inutile, Sofia si era fatta da parte ed aveva distolto lo sguardo. Non aveva bisogno di vedere, il rintoccare delle spade diceva quanto necessario perché lei potesse figurarsi la serie di assalti portati da Guglielmo. Passo dopo passo, stoccata dopo stoccata, lo spadaccino avrebbe portato la sua vittima là dove la voleva e c’era ben poco che un uomo confuso dai fumi dell’alcool potesse fare per fermarlo. Gli avventori avevano lasciato i loro tavoli, la maggior parte di loro aveva saldato il conto e s’era allontanata per non rischiar grane con la giustizia, gli altri si erano stretti intorno ai combattenti e stavano seguendo quel duello dall’esito già scritto.

Ferdinando riusciva a muoversi abbastanza bene, ma i suoi riflessi erano lenti ed in diverse occasioni la sua difesa era stata approssimativa, troppo aperta per reggere il confronto con gli attacchi di Guglielmo. Quest’ultimo si era limitato ad infliggere ferite superficiali ed aveva continuato a giocare come un gatto con il topo, ebbro del proprio potere e della propria superiorità.
Dall’aumentare del ritmo di spade e passi Sofia riconobbe l’ultimo assalto: Guglielmo avrebbe spinto Ferdinando fino ad un angolo da cui non sarebbe potuto fuggire e lì, fissandolo negli occhi, l’avrebbe trafitto. Un ultimo passo indietro portò Ferdinando con le spalle al muro, una stoccata lo costrinse ad abbassare la spada e l’uomo si trovò inerme dinnanzi al proprio avversario.
«Addio, Ferdinando Mocenigo.» Guglielmo assaporò quegli istanti con le labbra piegate in un sorrisetto malvagio, poi si spinse avanti in un affondo al cuore. La spada di Ferdinando salì e deviò il colpo mortale. Colto di sprovvista lo spadaccino cercò di prender distanza e di ricomporre la propria difesa, ma l’avversario fu più lesto: un contrattacco tanto rapido quanto preciso portò l’acciaio di Ferdinando a scomparire nel ventre di Guglielmo fino a far capolino dalla sua schiena. I duellanti si trovarono l’uno poggiato sull’altro, petto contro petto.
«E’ facile uccidere gli ubriachi, vero Guglielmo?» Il sussurro si confuse con il dolore della ferita al ventre. «Per questo hai fatto bere Vincenzo Renzi, prima di sfidarlo a duello. Io però ho lasciato che fosse l’orinale a bere al posto mio. Tuo padre avrebbe dovuto nasconderti più lontano.»
Guglielmo vacillò, la spada gli sfuggì di mano e rotolò a terra, la gambe cedettero e lui cadde indietro, come un giovane albero sotto la scure d’un boscaiolo.
«Oste.» Chiamò Ferdinando lasciandosi cadere sulla seggiola. «Portami del vino, tutta quest’acqua mi ha messo sete.» Un braccio spazzò la tavola e mandò in frantumi le bottiglie che aveva usato per trarre in inganno la preda.
Guglielmo gemette, il sangue scorreva scuro e denso tra le dita con cui cercava di tamponare la ferita. Ferdinando lo osservò: gli aveva trapassato il fegato, nessuno avrebbe potuto più salvarlo e nel non dargli il colpo di grazia lo aveva condannato ad ore, forse giorni, di dolore, febbri ed agonia.
I Renzi lo avrebbero ben ricompensato per quella morte.

*** *** ***

Per il secondo dovrete aspettare la settimana prossima, nel mentre datevi pure da fare con i commenti, sono molto curioso di scoprire cosa ne pensiate.

Stay Tuned.

Tramando 2013: tirando le somme…

20 febbraio 2013 7 commenti

Lunedì si è conclusa l’edizione 2013 del concorso “Tramando” promosso dall’Eccellentissima Chiara Beretta Mazzotta a cui, come già detto, ho partecipato con tre racconti.

Grazie a questo concorso mi sono cimentato nella creazione di racconti molto brevi, un’esperienza strana ed utile sia per una miglior gestione della schematizzazione dell’intreccio, sia per la gestione degli spazi di dialogo, descrizioni ed azione. Non è il mio genere, preferisco aver la possibilità di spaziare, ma senza dubbio si tratta di un tipo di esercizio molto utile che credo ripeterò di quando in quando. Ringrazio l’Eccellentissima per avermi portato a questa scoperta e per la squisita cortesia con cui non manca mai di stupirmi.

Per quanto riguarda il risultato del concorso… non mi sono qualificato tra i primi tre classificati e non intendo nascondermi dietro un dito dicendo che la cosa non mi tange, perché mi rode alla grande. Sappiate quindi che sto per perdere un’eccellente occasione per dimostrarmi umile e far buon viso a cattivo gioco, se volete mantenere di me l’opinione eterea e salvifica che, certamente, avete avuto fino a questo momento, vi suggerisco di non andar oltre. Che fate? Continuate a leggere… ah beh, poi non dite che non vi avevo avvertito!

Quando ho deciso di partecipare al concorso l’ho fatto senza grandi aspettative, era una scusa per allontanare il pensiero dal lavoro e scrivere qualche cosa di diverso, l’occasione per cimentarmi in generi differenti; nel momento in cui mi sono trovato a leggere il terzo classificato, pubblicato il 4 febbraio, la mia attitude è cambiata radicalmente. A mio giudizio il racconto è scadente da ogni punto di vista… una lunga descrizione – non particolarmente brillante – senza una vera e propria trama, che finisce in una frasetta da Baci Perugina. Insomma, parafrasando:

– Che merda fotonica! Se questo è il terzo, o sono secondo, o sono primo o è meglio che butti penna e tastiera e mi dia al porn… all’ippica.

Il secondo classificato ha portato una vigorosa sterzata verso il decoro, non è il mio genere ma trovo sia basato su un’idea graziosa, sia scritto in modo gradevole e soprattutto abbia un senso compiuto. Sul primo classificato non mi esprimo, ancora non ho trovato il tempo per leggerlo, mi sono fermato alla prima frase.

Insomma, quando mi sono reso conto che non mi sarei classificato (il che accadeva martedì 12), sono stato incornato da una crisi di fede ed ho ridotto la scrittura fino ad interromperla. Negli ultimi otto giorni ho rimuginato e letto, mi sono chiarito le idee ed atteso che l’egocentrismo arrivasse a darmi una scrollata. Da domani mi rimetterò al lavoro…

Bene, invettiva finita, veniamo alle belle notizie: nei prossimi giorni pubblicherò nel blog i racconti scritti per Tramando…

Stay Tuned.

Storie Mercenarie II, la vendetta.

4 dicembre 2012 33 commenti

Writer At Work

Domani anche l’ultimo dei racconti per l’Eccellentissima Chiara Beretta Mazzotta sarà completato e potrò rimettermi al lavoro per procedere con la stesura del Primo Re. Nonostante il minaccioso avvicinarsi delle festività natalizie e di tutta la nullafacenza che si portano dietro, spero di poter riprendere il ritmo quanto prima. Come regalo di compleanno vorrei poter mettere il punto finale al *cof*ro *cof*man *cof*zo ed essendo io nato in maggio, non c’è più molto tempo da perdere.

Che c’entra tutto questo con il titolo del post? Presto detto: per prendere tempo tra una storia mercenaria e l’altra ho deciso di fissare il target dei commenti per vincere la prossima a millecinquecento. Attualmente il blog conta mille commenti tondi tondi,  credo che per gli altri cinquecento ci vorranno diversi mesi.

Il dado è tratto, ora sta a voi darvi da fare per vincere il prossimo racconto. Buon lavoro.

Stay Tuned.

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