Vacanze d’estate.

Vacanze d'estate

«Aspettami, non correre così.» La voce di Lucy era squillante di giovinezza e trafelata per la corsa. L’amore della bambina per carne ed intingoli era ben visibile sulle braccia paffute e sul visetto rotondo, arrossato ed incorniciato da capelli color del grano maturo. Il rumore dei ciottoli si mescolava allo sciabordio delle onde e l’odore salmastro del mare, che prima le aveva fatto storcere il naso, ora era divenuto familiare.
Charlie le lanciò un’occhiataccia e sospirò: non avrebbe mai dovuto portarla su quella spiaggia, era un posto per uomini, non per femminucce. Lei però era la sua migliore amica ed aveva tanto insistito per vedere il posto dove lui ed i suoi compagni di marachelle erano soliti giocare. «Dai, muoviti. Se fai così non arriviamo più alla caverna.» La corsa accompagnò la bambina fin a pochi passi dall’amico e lì lei si fermò in un esagerato ansimare. Prendendo a prestito un gesto ben più adulto della sua età, Lucy poggiò le mani sui fianchi e squadrò il ragazzo mentre il petto ancora seguiva il ritmo accelerato del respiro.
«Sì, ma non correre però.» Borbottò fingendo un’indignazione che non le apparteneva. «Qui si scivola e se cado poi la mamma mi sgrida.»
«Ah, donne.» Sbuffò di rimando. «Siamo quasi arrivati, poi lì c’è il rifugio segreto e possiamo sederci.» Dichiarò per spronarla con il miraggio di un posto dove riposare. «Vieni.» Si rimise in marcia seguito d’appresso dalla bimba.

Charlie aveva la stessa età di Lucy, ma era parecchi centimetri più alto e, mentre lei era la più pigra della classe, lui era il più prestante. Il padre, un allevatore, l’aveva cresciuto secondo dei rigorosi principi di merito e gli aveva insegnato il valore del lavoro. Sebbene ancora dovesse compiere nove anni, ed il suo maggior impegno fosse la scuola, Charlie aiutava la famiglia in un gran numero di faccende. Aveva capelli scuri e lucidi che scendevano qualche centimetro oltre la nuca, il necessario per poterli riunire in un minuscolo codino.
Un vezzo a cui il padre aveva accondisceso per premiare i suoi risultati scolastici. Una parte del merito per quei buoni voti andava a Lucy: lei eccelleva nelle materie scientifiche che tanto mettevano in difficoltà l’amico e lo aveva sempre aiutato nello studio.

Dallo stridore dei sassi della spiaggia i due passarono all’appoggio solido e stabile della roccia e nel giro di pochi passi si trovarono avvolti tra le pareti scure dell’ingresso di una grotta.
«Ohhh…» L’eco della sorpresa di Lucy rimbalzò sulla roccia e li avvolse.
Charlie avanzò tronfio fino al punto in cui le pareti si stringevano per formare un corridoio non più largo di quello di una casa. «Quando la marea sale qui dentro si sente tantissimo rumore, sembra di essere in mezzo ad una tempesta.» Annuì ed allungò una mano ad indicare l’interno della grotta. «Vedi tutte le conchiglie intorno? L’acqua arriva fino a lì. Per quello noi abbiamo messo le nostre cose lassù in alto, così non si bagnano.» Sul fondo della sala, là dove l’erosione aveva scavato la roccia, delle pozze d’acqua confermavano le parole del ragazzo. In ogni polla, per quanto piccola fosse, si poteva distinguere il muoversi d’animali, per lo più granchi e gamberetti non più grandi del picciolo d’una mela.
Sulla destra, un gabbiano muoveva i propri passi goffi e barcollanti. Il pennuto si aggirava alla ricerca di qualche buona preda; l’intrusione degli umani lo innervosì e gli strappò un richiamo gracchiante, ingigantito poi dalla eco della sala. Lucy trasalì e si strinse a Charlie, le braccia si avvinsero a quello destro di lui e gli occhi azzurri sgranarono in un’espressione di sorpresa e timore.
L’indole cavalleresca del ragazzo venne mitigata dall’imbarazzo e quel che ne uscì fu un borbottare burbero. «E’ solo un gabbiano, mica ti mangia.»
«Non me lo aspettavo, mi ha spaventato.» Rispose lei tardando a lasciare la presa e ritraendosi solo dopo aver squadrato con astio l’uccello. «Cattivo gabbiano, pussa via.» L’agitare le mani verso l’animale sortì come unico effetto il fargli dispiegare le ali in un nuovo richiamo.
Charlie scivolò oltre la strozzatura dell’ingresso e risalì verso la nicchia laterale che lui ed i suoi amici utilizzavano come rifugio sicuro per i loro piccoli tesori. «Lascialo stare, se ne andrà da solo.»
Lungo il margine della nicchia erano state allestite delle rozze panche di legno, ottenute poggiando alcune assi su dei ceppi portati a riva dalle maree. L’insieme appariva troppo instabile, grezzo e sporco per i gusti di Lucy, ma la stanchezza ed il veder Charlie prender posto senza causare alcun crollo ruppero i suoi indugi e la convinsero a prender posto.

La voce del mare, simile ad un mormorio distante ed indistinto, li raggiungeva là dove si erano seduti «Il mare è davanti, ma le onde mi sembra di sentirle dietro.» Commentò Lucy dopo qualche istante d’ascolto.
L’amico annuì. «Ora si sente così piano perché il mare è lontano.» Sentenziò salendo in cattedra. «Quando le onde salgono sulla spiaggia diventa sempre più forte.»
Un fischio metallico catturò l’attenzione di entrambi e le forme squadrate di una nave da guerra traversarono la sottile striscia di mare che loro potevano scorgere. Qualche secondo più tardi, minuscole in confronto alla precedente, due motovedette transitarono nel medesimo spazio.
«Era una di quelle grandi.» Commentò Charlie. «Le motovedette devono aver visto qualche cosa.»
La ragazzina rabbrividì. «Spareranno ancora?» Quell’eventualità non le piaceva, ma lo aveva visto succedere molte volte e, suo malgrado, lo accettava come una cosa normale.
«Può essere.» Charlie si era alzato in piedi. «E’ meglio uscire, se la mamma li ha visti forse ci sta chiamando e da qui dentro non si sente niente.»

Lucy fu molto meno lesta di lui nel levarsi in piedi. La passeggiata tra i sassi della spiaggia l’aveva spossata e l’idea di dover abbandonare la comodità della panca non la allettava per nulla. «Forse non li ha visti.» Ipotizzò.
L’altro scrollò il capo con aria seriosa. «Mamma guarda sempre il mare. Quando ero ancora in pancia una barca è arrivata fino sulla spiaggia del faro e lei ha preso tanta paura.»
La ragazza annuì. Tutti al paese conoscevano l’episodio dello sbarco sull’isola del Faro: un peschereccio canadese aveva superato il cordone di controllo della marina ed era riuscito a toccare terra a pochi chilometri di distanza dal paese. Era stato il guardiano del faro a dare l’allarme e tutti i giovani si erano radunati per scacciare gli invasori. Lucy rabbrividì nel ripensare ai suoni degli spari così come nonna Sarah li aveva imitati nel raccontarle la storia.
«Va bene.» Sospirò infine. «Usciamo.»
Aveva appena raggiunto l’amico quando lo sguardo le cadde su una piccola pozza nei pressi dell’ingresso. «Charlie, cos’è quello?» Non più larga di uno dei piatti usati da sua madre per servire il tacchino e profonda forse una spanna, ospitava il navigare senza meta di un oggetto oblungo.

«Non so, non l’ho mai vista prima. Il mare porta sempre cose strane.» La curiosità era sempre stata il peggiore dei suoi vizi, sempre capace di scuotere lo spirito d’avventura ed usarlo per contrastare il buon senso. Dimentico del buon proposito di pochi istanti prima, il ragazzino deviò in direzione dell’oggetto sconosciuto. «E’ una bottiglia.» Sentenziò mentre la estraeva dall’acqua. «Sembra una di quelle della birra di papà, solo che è più piccola e tutta sporca.» La bottiglia era priva di etichette e portava su di sé la sporcizia di una lunga immersione. Attorno al collo una ragnatela di incrostazioni di salsedine sembrava un confuso insieme di collane, il fusto ed il fondo erano costellati da numerosi mitili ed intorno al tappo vi erano ancora alcuni grumi della pece utilizzata per chiuderla ed impermeabilizzarla. Il vetro, opaco fin dall’origine, aveva perso la trasparenza.
La ragazzina squadrò l’oggetto. «Chissà cosa c’è dentro.» Mormorò a mezza voce. Charlie scosse la bottiglia accanto all’orecchio. «Sembra vuota. E’ leggera e non si sente niente dentro.»
«Io ho sentito qualche cosa fare tic-tic.»
«La birra non fa tic-tic.»
«Magari non è birra. Prova a metterla contro sole, forse riusciamo a vedere cosa c’è dentro.»
Il volto di Charlie si illuminò. Lucy era troppo pigra e troppo femmina per dargli soddisfazione come compagna di giochi, ma nessuno nel suo gruppo di amici poteva tenerle testa in fatto di buone idee. Con la bottiglia ben stretta nelle mani e senza dar bado al gracchiare con cui il gabbiano era convinto di star cacciando i due dalla grotta, superò la strozzatura ed uscì sulla spiaggia. Nell’attraversare la bottiglia, il sole rivelò la presenza di un oggetto non più grande di un sigaro, attorno a cui oscillavano sottili barbigli.
«Ohhh…» Sussurrò Lucy. «Che bello, una bottiglia dei pirati!» L’entusiasmo trovò sfogo in un sonoro batter di mani.
«Una bottiglia dei pirati?» Tanta la convinzione della ragazza, tanta la perplessità di Charlie.
Lei annuì. «Sì, certo, non vedi che dentro c’è una mappa?»
Suggestionato da quelle parole, il ragazzo vide nell’ombra oblunga un rotolo di carta fermato da un laccetto. Dichiarò sgranando gli occhi. «Una mappa del tesoro! Come nei film della tivù.»
«Su, aprila, guardiamo la mappa. Se il tesoro è qui vicino forse riusciamo a trovarlo prima che venga buio.»
Charlie non se lo fece ripetere: si infilò la bottiglia sotto l’ascella destra e si mise ad armeggiare con il tappo. Dopo qualche minuto di tentativi infruttuosi sfogò la frustrazione calciando un sasso. «Ci vorrebbe un cavatappi, così non viene proprio via.»
Lucy lo osservò, il capo incorniciato dalle lunghe trecce bionde si piegò verso una spalla e la bambina usò un lungo sospiro come rincorsa per il proprio suggerimento. «Rompila.» E subito di seguito, raggiunta dalla lontana eco della saggezza materna. «Attento a non tagliarti.»
Poggiare la bottiglia su di una pietra ed usare un sasso per farne saltare il fondo fu questione di pochi attimi. L’età del vetro e le intemperie patite l’avevano reso molto più fragile di quanto il bimbo si aspettasse: lunghe crepe risalirono dal fondo fino al collo e solo quest’ultimo rimase intatto, il resto si sbriciolò in una cascata di frammenti iridescenti.
Semi sepolto in quell’insieme di cocci d’ogni dimensione si trovava un foglio ingiallito ed arrotolato, stretto da un cordoncino di velluto rosso.
«Mhhh, che puzza.» Si lagnò Lucy nel venir investita dall’odore stantio dell’aria rimasta prigioniera nella bottiglia.
L’afrore simile al sudore macerato aveva colpito anche i sensi del ragazzo ma questi, più per orgoglio che per reale disinteresse, aveva finto di nulla. Con una conchiglia aveva spostato la maggior parte dei cocci, poi aveva pescato l’involto.
«Aprilo, aprilo.» Cinguettò Lucy. Qualche secondo più tardi il laccio era caduto a terra ed il foglio era stato accuratamente dispiegato sulla calda superficie di una pietra.

Si trattava di una lettera, poche righe vergate da una mano poco educata alla scrittura. Le lettere erano grandi, le linee tremule, la composizione essenziale e si potevano distinguere chiaramente due diverse grafie.

Oggi è finita la scuola. Dopodomani partiamo per le vacanze, io vado al lago e Linda invece in campagna dai suoi zii.
Ho chiesto alla mamma se potevo andare al campeggio al lago come Carlton, ma lei ha detto di no.
Anche se non possiamo stare insieme noi rimaniamo comunque i più migliori amici e ci scriveremo.
Sì, ci scriveremo delle lettere vere, come quelle di mamma e papà quando erano giovani.
E quando torneremo ci porteremo anche un regalo. Io le porterò il più grande pesce del lago (o un nido di scoiattolo).
Io la crostata della zia Patty, quella fatta con le albicocche dello zio. E la mangeremo insieme.
Visto che i grandi erano tutti impegnati con cose da grandi, facciamo questa promessa al mare.
E la mettiamo dentro una bottiglia così anche lei andrà in giro per il mondo per tutta l’estate.

Carlton e Linda.

«Ohhh, hai visto? E’ la lettera di due bambini che dovevano partire per le vacanze, proprio come noi.» Nel tono di Lucy risuonava una calda nota di commozione e romanticismo.
«Già.» Charlie rispose con meno entusiasmo, l’idea di una mappa dei pirati lo stimolava molto più di quella di una lettera affidata al mare da bambini sconosciuti. «Hanno anche i nomi che cominciano con la stessa lettera. Lui con la ci e lei con la elle.» Commentò.
«Ohhh, è vero, è vero. Che cosa carina. Dovremmo scrivere anche noi una lettera e metterla in una bottiglia.»

«Charlie, dove siete?» La voce della madre del ragazzino rotolò lungo il declivio che separava la casa dalla spiaggia. «Lucy, la tua mamma è venuta a prenderti!» Il flusso di pensieri della bimbetta fu interrotto da quella dichiarazione ed il sorriso entusiasta mutò in una cupa espressione d’infelicità.
«Ma nooo, la mamma aveva promesso di venire al tramonto, è troppo presto.» Gonfiò le guance e sbuffò con aria indispettita. «Deve farci scrivere la lettera, adesso glielo chiedo.»
Charlie rimuginò per qualche istante. «No, meglio non dirle niente. Teniamola segreta, così siamo sicuri che non ce la portano via.» Con un gesto deciso il ragazzino si infilò il foglio in tasca. «La metto in un posto sicuro e quando torni scriviamo la risposta.»
Quell’idea di segretezza parve convincere la ragazzina che azzardò un nuovo sorriso.
«Charlie, Lucy, dove siete?»
«Arriviamo.»

«Perché quel muso lungo, Lucille?»
La madre stava guidando e, come sua abitudine quando erano da sole, usava il nome di battesimo della bambina come una sorta di loro privato soprannome.
«Niente.» Borbottò la bimbetta facendosi ancor più piccola nell’abbraccio del sedile.
«Non sei contenta di andare a trovare nonno Denis e nonna Florance? Dopo tutti questi anni, finalmente potrai conoscerli, non sei curiosa nemmeno un po’?» Il tono carezzevole e consolatorio della madre aprì uno spiraglio nell’umore nero della bambina.
«Perché non ci siamo mai andati prima?»
«Le frontiere sono state riaperte solo quest’anno, lo sai, ne abbiamo già parlato.»
«Per colpa degli americani, vero? Ma perché loro vogliono venire a casa nostra, mamma?»
La donna scrollò il capo e sospirò, una concessione del suo senso di carità nei confronti di milioni di sfortunati. «Non vogliono venire a casa nostra, Lucille, vogliono andarsene dalla loro. Anni fa c’è stata una brutta malattia e tutti hanno cercato di scappare… anche dei malati e la malattia è arrivata fino in Australia. Così tantissimi stati hanno chiuso i confini.»
«Come quando un amichetto prende l’influenza e non si può andare a trovarlo per qualche giorno?»
«Proprio così, solo che è durato tanti anni.»
«Da prima che io nascessi.» Quelle parole erano una sorta di ritornello nelle storie di nonna Sarah.
«Sì. Quando io e papà ci eravamo appena sposati.»

Charlie era seduto accanto alla finestra, i gomiti puntati sul davanzale ed il volto posato tra le mani. Lo sguardo era perso nella prima bruma della sera. Il padre stava ripulendo la rimessa, i suoni soffusi del suo lavoro e le sue imprecazioni giungevano fino alla cucina. Alle spalle del ragazzino la madre stava infornando la prima teglia di biscotti. La donna, conscia di quanto al figlio pesasse l’allontanarsi della compagna di giochi, aveva pensato di alleviarne la tristezza con i dolci. «Suvvia Charlie, si tratta solo di qualche mese.» Dichiarò mentre si dirigeva verso di lui. «Vedrai che passeranno in fretta. Potrai andare a pescare con Tom e la madre di Patric ti ha invitato ad andare con loro a Londra. Hai sempre voluto vedere Londra.»
«Potrò anche vedere Re William?» Quell’ipotesi parve scuotere il ragazzino dall’apatia.
«Credo di sì. Lo sai che a fine agosto c’è il corteo per il compleanno della Principessa Alessia. Quest’estate compirà diciotto anni, di certo il Re non mancherà.»
Charlie sorrise. «Allora farò un sacco di foto, così poi le potrò far vedere a Lucy.» Un istante di dubbio lo colse e, memore di quanto letto nel messaggio che ancora conservava in fondo ad una tasca. «Quando tornerà saremo ancora amici, vero mamma?»
La donna sorrise di rimando e mosse una mano per carezzare il capo del figlio. «Ma certo che sarete ancora amici. E’ solo andata a passare un’estate dai nonni, tornerà presto.»
«Tra quanto saranno pronti i biscotti?»
«Tra un’ora, ma dovrai aspettare dopo cena per mangiarli, altrimenti papà si arrabbia.»
«Non posso averne neanche uno?»
«E va bene, ma uno soltanto. Un biscotto non sarà certo la fine del mondo.» Un ammiccare complice comunicò al ragazzino che si sarebbe trattato di un loro piccolo segreto.

Un’ora più tardi Charlie ebbe il suo biscotto. La mattina del giorno successivo Lucy partì per la Francia e dopo aver visitato l’aeroporto di Londra e quello di Parigi, s’immerse nella quiete della campagna di Arles. Passati due mesi Charlie partecipò alla parata in onore della maggiore età della Principessa e, stretto nella ressa di migliaia di altri Inglesi, riuscì a scorgere ed applaudire il Re William e la Regina Kate. La tosse si fece sentire a fine agosto, quando mancava meno di una settimana al termine delle vacanze. Passarono altri nove mesi, un anno circa da quel pomeriggio sulla spiaggia, quasi dieci dal giorno in cui Carlton e Linda avevano affidato la loro lettera all’oceano, prima che il mondo degli uomini avesse fine.

La bottiglia era stata rapita dalla corrente, ormai un puntolino indistinguibile tra i flutti.
«Sei sicuro che così l’acqua non entrerà nella bottiglia?»
«Sì, me lo ha insegnato lo zio Hugh, lui fa così per i suoi modellini di barca, dice che l’acqua non passa per anni.»
«Chissà fin dove arriverà.»
«Zio Hugh dice che qui vicino passa la Corrente del Golfo, potrebbe arrivare anche al Polo Nord.»
«Appena arrivata a casa chiederò alla nonna una tazza di latte caldo con il miele, non vorrei che la mamma sentisse la tosse e non mi facesse uscire domani.»
«Sì, buona idea. Non vorrai perderti la festa per la fine dell’anno. Ci saranno tutti i nostri compagni.»

*** *** *** *** ***

Stay Tuned.

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  1. Non c'è ancora nessun commento.
  1. 9 marzo 2014 alle 22:41

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