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Archive for the ‘Cowbird’ Category

Le meraviglie del Paccozzo: La Famiglia Radley

14 giugno 2012 21 commenti

Titolo: La Famiglia Radley
Autore: Matt Haig
Editore: Einaudi
Genere: Urban Fantasy, Vampirlico
Pagine: 361

Terzo libro del Paccozzo Commentozzo e per la seconda volta mi trovo costretto a fare una breve introduzione prima di arrivare a parlare del romanzo vero e proprio. Vi sono malelingue che hanno il coraggio ed il cuore di definirmi pedante e puntiglioso, mi si dice che sono troppo critico e poco disposto alla mediazione, inutile specificare come siano solo delle malignità prive di fondamento è sufficiente leggere un paio dei miei post per rendersi conto di che perla di ogni virtù io sia. Confesso però che ci sono alcuni argomenti dinnanzi i quali anche la mia abituale imperturbabilità vacilla e questo comporta il rischio di una posizione più spigolosa e radicale da parte mia. Un po’ come quando il dentista sta scavandoti via mezza mascella ed insiste a dire: “Si rilassi”, per quanta sia la buona volontà è più facile cedere alla tentazione di cacciargli un cazzotto in mezzo agli occhi [cit.] piuttosto di riuscire a sorridere come niente fosse. Ebbene, i Vampiri rientrano nel numero di questi argomenti tabù.

Ho sempre trovato affascinante il folklore vampirico e considero quello del vampiro un personaggio con enormi potenzialità narrative, un antieroe tragico e romantico attorno al quale è possibile intessere trame complesse e raffinate; un mostro istintivo e passionale in grado di rappresentare la depravazione a cui può giungere qualunque uomo si abbandoni a vizi e perversioni, senza esercitare su di loro il dovuto controllo. E’ chiaro che i Vampiri mi piacciono? Bene, allora evito di dilungarmi oltre in spiegazioni, voi limitatevi ad assumerlo come dogma durante la lettura di questo commento.

De “La Famiglia Radley” si può elogiare la scorrevolezza della lettura, una ben magra consolazione vista la piatta banalità dello stile di scrittura dell’autore, incapace di costruire descrizioni evocative per luoghi, azioni o personaggi. La scelta di scrivere al presente non aiuta a dare corpo o profondità agli avvenimenti che si susseguono eguali a se stessi senza riuscire a coinvolgere od a suscitare qualsivoglia emozione. Persino l’annuncio “Nebbia in val padana” da parte di Bernacca riusciva ad essere più intenso e trascinante della prosa di Haig.

I personaggi sono abbozzati, racchiusi entro i confini dello stereotipo e poi stiracchiati in modo da apparire più grandi di quanto in realtà siano. Due genitori distanti tra loro e dai figli con cui hanno un rapporto meno personale e confidenziale di quanto potrebbe essere quello con il droghiere, una mancanza giustificabile in parte dalla difficile dell’adolescenza ma a tutto c’è un limite. Ci sono poi i cari figlioli: primogenito maschio e secondogenita femmina, due ragazzini emarginati e problematici incapaci di relazionarsi con i propri coetanei e di conseguenza vittima delle loro battute e di dispetti di ogni genere e tipo. Insomma la fotocopia dei personaggi di una qualsiasi commedia scolastica della Disney (e di un sacco di altri film), privata però del benché minimo spunto ironico ed appesantita da un latente senso di oppressione ed infelicità. I co-primari ricalcano alla perfezione l’originalità dei protagonisti e troviamo quindi sorprendenti perle di inattesa fantasia come il bullo grande e grosso con l’arguzia di una rapa, la ragazzina graziosa ma di umili origini orfana di madre e con un pessimo rapporto con il padre, il figlio del riccastro che fa da mente per il bullo e sostituisce i muscoli con la malignità, la vicina di casa insoddisfatta dalle prestazioni del marito che cerca di concupire il padre di famiglia.

Personaggi banali, legati da relazioni ancor più inflazionate. Il piccolo Radley ha una cotta per la ragazzina graziosa e di buon cuore ma non riesce a parlarle. La ragazzina graziosa e di buon cuore si fa sedurre dal fascino del meschino figlio di papà e gli offre un luogo ove parcheggiare la lingua, salvo poi rendersi conto di quanto sia meschino e figlio di papà. Il figlio Radley è la vittima del bullismo del grande e grosso. And so on …

Giunto a questo punto sono costretto a ripetere una considerazione già espressa parlando de Il tartufo e la polvere: “Per non correre il rischio di aver prodotto un libro brutto come tanti altri ne esistono l’autore ha avuto la geniale idea di renderlo orrendo” inserendo in questa poltiglia di luoghi comuni la propria personale interpretazione del vampirismo. Già, perché i Radley sono vampiri ed i loro figli sono così mosci e tristi a causa dell’astinenza dal sangue. Ma c’è di più, i due marmocchi non sono nemmeno consapevoli della loro natura, papino e mammina hanno pensato di non rivelare loro … l’oscuro segreto.

Come si fa a non sapere di essere vampiri, vi starete chiedendo. Andiamo con ordine:

1. Mamma, perché non posso uscire di casa di giorno? – Puoi caro, ma mettiti la protezione solare 60.
2. Mamma, perché non posso mangiare? – Puoi caro, una dieta ben equilibrata con tante carote e carne al sangue.
3. Mamma, perché gli animali scappano quando mi avvicino ed il nostro pesce rosso si è suicidato? – Sfiga.
4. Mamma, perché  … – Tesoro, ti prego, drogati come i tuoi compagni di classe e facciamola finita!

Già, perché il nutrirsi di sangue non è obbligatorio, il sole dà fastidio ma nemmeno più di tanto ed i vampiri buoni, quelli astinenti, sono numerosi ed hanno un loro manuale di consigli (presente in stralci all’interno del racconto) per gestire ogni possibile difficoltà legata al fatto di vivere in modo normale. Gli uomini non sono a conoscenza dell’esistenza dei vampiri, una speciale organizzazione della polizia sì ma tollera la loro esistenza a patto che non facciano troppo casino . Esistono liste di vampiri intoccabili, locali notturni dove si radunano a decine, sangue di vampiro in bottiglia per chi non volesse fare l’astinente ma nemmeno uccidere innocenti.

Insomma, l’ennesima reinterpretazione (non richiesta) capace di svilire la figura del vampiro privandola del proprio fascino ed adattandola ad una storiella leggera senza capo ne coda. Già, perché c’è anche una storia sordida con morti, crisi di astinenza, tentati tradimenti, uno zio comparso dal nulla che si scopre aver piazzato un bel paio di corna in testa al fratello ed un figlio nella cognata … tutto poi risolto con qualche gioioso colpo di scure ed un paio di voletti sopra i tetti del paesino.

Perché ne “La Famiglia Radley”, oltre alle cozzate volano anche i vampiri.

Stay Tuned.

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Le meraviglie del Paccozzo: Dexter l’Oscuro

4 giugno 2012 6 commenti

Il secondo libro del Paccozzo Commentozzo è giunto alla sua conclusione, se pensate di avere un cuore abbastanza forte per poterne sopportare i segreti fatevi avanti. Poi però, non dite che non vi avevo avvertito … *Segue risata satanica*

Titolo: Dexter l’Oscuro
Autore: Jeff Lindsay
Editore: Mondadori
Genere: Thriller/Horror/Fantascienza
Pagine: 295

Prima di poter parlare del libro trovo doveroso spendere due parole riguardo alla serie televisiva di Dexter di cui sono un fervente ammiratore. Nelle cinque stagioni che ho seguito, pur tra gli immancabili alti e bassi, il personaggio di Dexter viene presentato e sviluppato in modo molto efficace e riesce a mantenere una certa coerenza di fondo ed in egual modo anche l’evoluzione dei co-primari, anche se veicolata dalle necessità di copione, resta sempre di buona qualità ed entro i limiti della credibilità. Nell’approcciarmi al libro, quindi, partivo dalla base di qualche cosa di noto e con la curiosità di scoprire quale fosse lo stile e l’efficacia dell’autore dalla cui mente era stato partorito un personaggio così di mio gusto.

Lo stile narrativo scelto dall’autore salta subito agli occhi: la quasi totalità della narrazione avviene in prima persona con la voce ed il punto di vista di Dexter stesso che ci introducono agli eventi, a questo si aggiungono alcuni brevi trafiletti in terza persona dedicati ad un fantomatico “Osservatore” od a un ancora più misterioso “Esso”.

La parte giocata dall’Osservatore è abbastanza marginale, si limita a dare al lettore la sensazione di persecuzione provata anche dal protagonista e permette di inserire piccoli indizi riguardo al modo in cui Dexter venga marcato stretto da quello che sarà il suo antagonista in questo racconto. Attraverso i pensieri dell’Osservatore ci si affaccia sul suo punto di vista alquanto delirante, il che di per se stesso non sarebbe un problema: dall’antagonista schizzoide di un serial killer non ci si aspetta necessariamente lucidità. Il problema è che tanto gli eventi della storia, quanto le parti riguardanti “Esso” vanno immancabilmente a confermare gli allucinati castelli in aria dell’Osservatore.

All’interno della dimensione umana di Dexter e dell’insieme di problemi psicologici che l’hanno portato a sviluppare la necessità di uccidere va ad inserirsi un aspetto sovrannaturale (assolutamente non necessario) per il quale l’insieme delle pulsioni omicide del protagonista, che lui identifica con il nome di Passeggero Oscuro,  siano realmente un’entità indipendente e separata. Una sorta di anima malvagia in grado di migrare da persona a persona che, come tutti i propri simili, fa risalire la propria origine ad una creatura antica quanto il mondo (“Esso”) che dall’alba dei tempi ha scoperto il piacere di possedere e traviare gli esseri viventi, a partire dagli animali per giunger poi alle scimmie ed agli umani.

Ora, una delle particolarità di Dexter, una delle caratteristiche alla base del suo fascino, era proprio il suo conflitto con la parte malvagia, la rigida disciplina insegnatagli ed impostagli dal padre adottivo perché potesse essere in grado di controllare i suoi impulsi omicidi e potesse quindi rivolgerli solo verso chi meritasse di morire, usando precauzioni e modalità tali da non rischiare di essere scoperto e condannato per i propri crimini. Far dipendere il Passeggero Oscuro da una sorta di possessione degna di un b-movie di fantascienza degli anni cinquanta è un colpo al cuore dell’originalità e del fascino del protagonista.

La vicenda narrata non ha un vero e proprio intreccio, si tratta in realtà di una trama tanto lineare da non prevedere alcun genere di colpo di scena o di sorpresa: se un personaggio viene in qualche modo coinvolto nelle indagini è destinato a diventare la vittima successiva o è egli stesso parte degli assassini, con la seccante possibilità che faccia parte di entrambi i fronti visto che la maggior parte delle vittime sono gli assassini delle vittime precedenti. A questa regola riescono a sfuggire solo i personaggi più strettamente legati a Dexter (parenti o colleghi di lavoro), e alcune comparse completamente inutili, inserite a forza in un contesto che non aveva nessun bisogno della loro presenza.

L’ennesima storia in cui l’arcinemico, pur avendo mille e mille volte l’occasione di eliminare il suo bersaglio, ha un qualche astruso motivo per voler aspettare, per tirarla per le lunghe ed arrivare al punto in cui più per una beffa del fato che per reale abilità, questi riuscirà a sfuggirgli ed a porre fine alla sua nefanda esistenza.

Un personaggio rovinato, una storia inconsistente che tira avanti per più di duecentocinquanta pagine per poi risolversi in poche righe ed un potenziale thriller psicologico tanto mescolato con l’horror fantascientifico da perdere la propria identità. Tutto questo raccontato per mezzo di uno stile di scrittura scorrevole, reso ancor più leggero e colloquiale dalla scelta della narrazione in prima persona. Questo facile approccio alla lettura e le descrizioni rese più vivaci dal punto di vista dissacrante e scanzonato di Dexter sono probabilmente l’unico punto a favore del romanzo, sufficienti a renderlo una lettura da spiaggia in grado di sostituirsi ad un Harmony, ma non all’altezza di meritare alcuna lode.

Confermo quanto già anticipatomi da Gaia nel momento in cui abbiamo parlato di questo libro: “Molto meglio guardare la serie televisiva.”

Stay Tuned

Cowbird: Il carrello fantasma.

23 maggio 2012 16 commenti

Tornavo a casa dopo una visita al Castello di San Giusto, era quasi l’ora di pranzo ma visto quanto avevo gozzovigliato il giorno precedente non avevo alcuna intenzione di mangiare. Nonostante il cielo coperto e la pioggerellina la lunga passeggiata mi aveva provocato una certa arsura e non avendo nulla da bere a casa mi sono fermato per comperare una bottiglia d’acqua.

L’orario non era dei più propizi, c’era un sacco di gente e viste anche le piccole dimensioni del supermercato l’ambiente appariva abbastanza affollato. Lo scaffale delle bibite si trovava all’estremità opposta del corridoio delle casse, una volta presa la mia bottiglia mi è bastato fare un singolo passo per prendere il mio posto in fila visto quanto questa era lunga.

Le due persone dinnanzi a me erano un uomo ed una donna sui sessant’anni, ognuno con il proprio carrello ed entrambi intenti ad osservare i ripiani della birra. Silenziosi e metodici scorrevano le etichette e lì per lì ho sorriso della stranezza di un comportamento tanto simile da parte dei due. Poi l’uomo ha preso una confezione di birra “Eccola qui” e si è mosso verso la donna, ora evidentemente la moglie, depositando le bottiglie nel carrello più avanti.

C’erano loro, c’era un carrello senza padrone e poi c’ero io con la mia bottiglia d’acqua, intento a cullarla in modo alquanto equivoco. Ci ho pensato qualche secondo e poi ho azzardato una domanda. “Scusate, questo carrello non è vostro?”
“No no, è di una signora.” Ha detto lei “L’ha lasciato qui ed è andata via.” Ha puntualizzato lui.

Ho aspettato ancora qualche tempo, la fila era avanzata di un paio di persone ed ora tra i due simpatici vecchietti ed il carrello abbandonato c’era un metro abbondante di spazio vuoto. La spesa abbandonata sarebbe bastata a riempire la dispensa di una famiglia numerosa: pacchi di pasta, farina, zucchero, uova, olio, vino, birra, pacchi di carne, pane, affettati.

Un altro cliente aveva pagato e la fantomatica signora ancora non era arrivata a riprendere possesso del carrello, a quel punto sono passato oltre raggiungendo i due vecchierelli della birra. Lui mi ha guardato, ha guardato la mia bottiglia d’acqua e poi è tornato a guardare verso l’alto, mi aspettavo volesse propormi di passare avanti e stavo riscaldando il sorriso di ringraziamento, ma si è voltato senza aprir bocca. Poco male, non avevo fretta … ma un po’ ci sono rimasto male.

Pochi istanti dopo, preannunciata da un tremito nella forza, è arrivata la proprietaria del carrello: una donna sui cinquanta, accompagnata da una seconda signora della medesima età. Entrambe portavano alcuni sacchetti di frutta e verdura, almeno tre o quattro a testa, quantità perfettamente in linea con la montagna di spesa già nel carrello.

Al tremito nella forza si è unito un cigolar di violini da film horror mentre la donna guardava il proprio carrello, poi guardava me ed infine si sporgeva oltre a me per osservare i due signori che avevo dinnanzi. Poi, con la tipica faccia tosta posseduta solo dalle donne più vicine alla senilità che alla maturità si è rivolta verso di me e mi ha apostrofato: “Giovanotto … c’ero prima io.”

Guardo la mia unica, sola, povera, misera bottiglia d’acqua naturale, poi osservo il carrarmato di libagioni in suo possesso e vesto l’espressione ebete di qualcuno incapace di comprendere come la signora possa avere la pretesa di passarmi davanti dopo aver abbandonato il proprio carrello per almeno cinque minuti … visto e considerato che per pagare io ci avrei impiegato dieci secondi, e lei almeno un’ora e mezza.

La signora interpreta la mia titubanza come un guanto di sfida e viene colta da sacro furore. “Quando sono arrivata ero dietro ai signori, c’ero prima io.” Dichiara indicando i due dinnanzi a me, i quali per evitar di esser presi in causa tengono lo sguardo fisso davanti a loro nemmeno fossero Guardie Inglesi. “E tu non c’eri.” Puntualizza (in realtà la sua parte di discussione è stata in dialetto triestino, ma non sono in grado di scriverlo).

“Guardi, le assicuro che quando mi sono messo in fila lei non c’era. Me ne ricorderei.”
“No. Sono arrivata prima, solo che avevo dimenticato di prendere la frutta.”
“Pensi un po’ il caso, a me è successa la stessa cosa.”
Mi guarda in cagnesco, fiuta la trappola ma non resiste alla tentazione: “Cosa?”
“Mi ero appena messo in fila dietro i signori, prima che lei arrivasse, poi mi sono accorto di aver dimenticato l’acqua.” e le ho mostrato la mia bottiglia.

La mia affermazione l’ha presa così di sprovvista da lasciarla senza parole: ha osservato me e la bottiglia come se stesse cercando di trovare le somiglianze tra un bimbo ed il padre, dandomi il tempo di chiudere il discorso. “Buona giornata signore.”

Stay Tuned

Cowbird: Non siamo noi ad essere razzisti …

20 maggio 2012 2 commenti

… sono loro ad essere napoletani!

Per prima cosa voglio spendere qualche parola riguardo al titolo che ho scelto. Si tratta di una provocazione voluta, della citazione di una battuta vecchia di anni e parte dello spettacolo di un comico dal chiaro accento partenopeo. Quanto segue non parlerà quindi di razzismo ma di “razzismo”.

Giornata di sole in quel di Trieste, macchina parcheggiata da un capo della città mentre casa è dal lato opposto, poco male due passi faranno del bene ai muscoli, alla linea ed all’abbronzatura. Meno bene l’essere arrivati fin sotto casa solo per scoprire di aver dimenticato le chiavi in auto. Si sa, chi non ha cervello ha gambe, second lap!

Percorrevo la Riva Grumula stando adeso adeso alla marina e godendomi lo spettacolo della fitta foresta d’alberature quando una frenata improvvisa mi ha portato a ruotare il capo in direzione della strada. Tre ameni signori, abiti lisi, sacchetti di plastica del discount e gelato a stecco in mano stavano attraversando la strada.

Il semaforo e le strisce pedonali erano ad una decina di passi a valle rispetto al punto da loro scelto per attraversare, cosa che aveva costretto un autista a frenare bruscamente per evitare di arrotare il primo dei tre furbacchioni. Cose che capitano, chi può dire di non aver mai attraversato fuori dalle strisce per evitare un tratto di strada? Su, alzate le mani.

Bene, ora chi questo gioco lo fa a semaforo rosso abbassi la mano, resti a mano alzata solo chi si butta in mezzo alla strada quando le auto hanno il verde.

Fatto? Eccellente. Abbassi la mano chi attraversa di straforo solo se la strada appare libera, resti a mano alzata chi taglia la strada ad auto, moto ed autobus quando questi hanno la precedenza e si trovano a pochi passi di distanza.

Qualcuno ha ancora la mano alzata? Nel qual caso vada a farsi curare, è un aspirante suicida!

Non soddisfatti di aver bloccato il traffico, fatto rischiare un infarto al primo della fila ed un tamponamento a tutti quelli che seguivano, i tre hanno avuto la faccia tosta di risentirsi per il suonar di clacson e per gli auguri di buona pasqua che alcuni degli autisti hanno diretto loro.

Più stranito che curioso sono rimasto a fissarli (immagino con un’espressione ebete dipinta sul viso) mentre uscivano placidamente dalla strada lasciando campo libero alle auto e falciando un po’ di aiuole per raggiungere il marciapiedi. Uno di loro, forse in un modo di pietà verso la piantina che aveva fatto scricchiolare sotto le suole ha buttato a terra lo stecco del gelato ormai finito. Avrà pensato che potesse attecchire e dar vita ad un cespuglio di gelati alla crema ricoperti di cioccolato?

Non si trattava di ragazzini, erano uomini sui quaranta; non erano ubriachi, si muovevano senza difficoltà; non erano italiani, i tratti erano più marcati e la carnagione più olivastra. Poteva trattarsi di est-europei, forse di asiatici (entrambi gruppi molto comuni a Trieste, vuoi per vicinanza geografica, vuoi per la presenza del porto). La cosa un po’ mi ha sollevato, la mia opinione sull’educazione dell’Italiano medio non è particolarmente felice, evitare di peggiorarla con questo evento era una buona notizia.

Ripresa la marcia ho raggiunto l’auto, recuperato le chiavi e sono poi tornato sui miei passi ripassando nella zona in cui avevo lasciato i tre simpaticoni. Quando li ho visti seduti in mezzo alla zona pedonale dei moli, intenti in una sorta di picnic cittadino con tanto di scarpe sfilate ed ammucchiate accanto a loro non ho potuto resistere alla tentazione di immortalarli. Dovevano essere parte della mia piccola collezione di protagonisti inconsapevoli.

Il razzismo si basa sul preconcetto che vi siano tipologie di uomini migliori e peggiori, che la genetica distingua una razza dall’altra ponendo limiti e determinando caratteristiche migliori o peggiori negli individui. La mia opinione è di far parte di una categoria di persone migliore di quella a cui appartengono i tre simpaticoni, questo fa di me un razzista?

Se il punto fosse la loro etnia lo sarei senza alcun dubbio, se giustificassi le loro azioni con la loro etnia lo sarei senza alcun dubbio. Ma visto che trovo inammissibile un simile comportamento da qualsiasi genere/razza/specie provenga non credo di fare distinzioni razziali tali da poter essere definito razzista.

Mi accontento quindi di un “razzismo” basato sull’educazione e pesato sul comportamento degli individui indipendentemente da quale sia il loro codice genetico. Posso tollerare l’ignoranza nella misura in cui derivi da situazioni in cui non sia stato possibile porvi rimedio, ma quando questa sfocia in arroganza, maleducazione, inciviltà e comportamenti in cui divenga evidente il disinteresse per la dignità e le necessità d’altri (singoli individui o società che siano) la mia tolleranza piomba a zero.

Quando poi mi capita di pensare che equivalenti italiani di questi fenomeni hanno i miei stessi diritti legali provo un vago senso di astio ed anelo una società maggiormente meritocratica in cui, per esempio, il voto di una persona corretta non valga tanto e quanto quello di un simile incivile. Poi torno con i piedi per terra e mi passa … per fortuna o purtroppo?

Stay Tuned

Cowbird: Pasticciando tra le foto.

12 maggio 2012 8 commenti

 

Spulciando nella cartella delle foto fatte con lo Smartphone sono incappato in questo scatto, fatto con l’intenzione di parlare di una cena  e poi scartato perché la foto non rendeva minimamente giustizia al piatto. Anche andando oltre agli ovvi limiti di una fotografia dinnanzi a cose come l’aroma ed il sapore, la luce del flash, la scarsa qualità della macchina fotografica usata e le mie penose doti di fotografo avevano appiattito troppo l’aspetto di quella Carbonade Flamande. La carne scura, il sugo denso e corposo, i riflessi traslucidi del grasso e delle cipolle, la crosta dorata della polenta. Tutto piallato e reso una sorta di oscura ed indefinita tinta unita capace solo di mettere in risalto il candore del piatto. Non mi piaceva ed anche se mi seccava non avere un’immagine utile di quella cena, l’ho scartata.

Rivedendola ho avuto un certo aumento di salivazione e non ho potuto far a meno di rivalutarla. E’ stato un po’ come trovarsi dinnanzi ad un vecchio peluches dei tempi dell’infanzia: al tempo era stato messo da parte perché liso e rovinato, ma quando viene ritrovato ha in sé la bellezza dei ricordi ed una punta di dolce nostalgia. Forse, nel trovarmi difronte all’originale, ero stato troppo duro con lei, non è venuta poi così male …

Insomma, mi sono scoperto intento ad illanguidirmi ed a fare gli occhi dolci alla foto di un piatto. Non so se questo possa ricadere tra i peccati di gola, ma se posso esprimere la mia opinione preferirei rientrasse nella categoria di peccati “innalzare falsi idoli”, così per punirmi lo scioglierebbero (non che ci voglia molto, si scioglie in bocca) e mi costringerebbero a mangiarlo.

Stay Tuned

Cowbird: Cassonetti fraudolenti

5 maggio 2012 8 commenti

Quando ho occasione di passeggiare, indipendentemente da quale sia il luogo in cui mi trovo, mi capita spesso di perdere alcune caratteristiche macroscopiche di quel che mi circonda, di non notare un monumento od un intero palazzo passato in secondo piano rispetto all’elucubrazione del momento. Di contro è comune che colga dettagli di secondaria importanza, oggettivamente insignificanti ma curiosi quanto basta per meritarsi qualche secondo d’attenzione.

Me ne andavo bel bello per la mia strada quando sono incappato in questo bidone dell’immondizia e non ho potuto resistere alla tentazione d’immortalarlo. Non si tratta di uno strano caso di feticismo per la mondezza, ma di un particolare insignificante saltatomi agli occhi mentre stavo passandogli accanto.

Chi abbia posto attenzione all’indicazione del luogo dove questa storia si ambienta avrà già capito a cosa stia riferendomi: un bidone targato Lignano in quel di Muggia! Un evento comprensibile per comuni limitrofi, ma Muggia e Lignano, pur posti a circa 40 chilometri di distanza in linea d’aria, sono divisi da un golfo e la strada per andare dall’uno all’altro è di circa 100 chilometri.

Un prestito? Un furto? Un errore della ditta che ha in appalto la raccolta dei rifiuti? Un tentativo di Muggia di fingersi una località balneare famosa in molti stati europei? Ai posteri l’ardua sentenza.

Stay Tuned

Le meraviglie del Paccozzo: Il tartufo e la polvere

21 aprile 2012 21 commenti

Un paio di giorni fa ho concluso la lettura del primo libro contenuto nel Paccozzo Commentozzo, dopo essermi ripreso dallo choc eccomi ora pronto a deliziarvi con i miei commenti riguardo a quel capolavoro che risponde al nome di “Il tartufo e la polvere”.

Titolo: Il tartufo e la polvere
Autore: Stefano Quaglia
Editore: Marcos Y Marcos
Genere: Poliziesco (?)
Pagine: 173 [Formato gnomesco, carattere gigante]

La trama è estremamente semplice: un tizio arriva a Milano, se la spassa con un paio di prostitute ed un pitone e qualche ora più tardi viene trovato morto sulla scalinata del duomo con un tartufo bianco incastrato in gola. Il protagonista, l’ispettore Arnaboldi, si occuperà delle indagini lasciando Milano e recandosi ad Alba, patria del celebre tartufo bianco (di Alba appunto), per trovarsi ad aver a che fare con una serie di personaggi quanto meno bizzarri dei quali scoprirà una serie di loschi retroscena.

Fino a questo punto potreste ancora crederlo un buon libro, in fondo gli elementi per sviluppare un buon intreccio ci sarebbero tutti, ma andiamo ad analizzare un po’ meglio i contenuti e la forma di questo libello.

I personaggi sono tratteggiati in modo approssimativo, caratterizzati e distinti gli uni dagli altri solamente attraverso gli stereotipi in cui vanno a ricadere, privi di una vera originalità si muovono con meccanicità come marionette di cui i fili si intravedano troppo smaccatamente.

L’uso di uno stile narrativo molto semplificato e di un registro linguistico estremamente colloquiale, rendono il testo simile a quella che potrebbe essere la narrazione orale di un comico-wannabe che voglia intrattenere alcuni amici mentre bevono una birra all’osteria sotto casa. Il flusso narrativo ricorda molto alla lontana quello sperimentato nell’Ulisse, con la differenza che nel caso di Joyce si trattava di un esperimento innovativo ed era messo in atto da uno scrittore vero.

L’effetto di realismo nudo e crudo potenzialmente raggiungibile attraverso il genere di narrazione scelta scade in una farsa, quando i personaggi compiono azioni talmente assurde da essere motivabili unicamente in un contesto molto più romanzesco e fantastico. L’ispettore che si trova con l’auto bloccata da un altro mezzo parcheggiato in divieto ha la geniale idea di estrarre la pistola e di sparargli in modo da farne scattare l’allarme, un trafficante di tartufi falsi entra indisturbato nella cucina di un locale orientale, raggiunge la dispensa ed impugna una katana per sfondare la porta di un frigo per rubarne il contenuto … and so on.

Cosa può esserci di peggio di avere dei personaggi inconsistenti che si muovono all’interno di un intreccio scadente? Dover affrontare una lettura tutt’altro che scorrevole per poter leggere di loro e comprendere cosa stia accadendo. A questo punto potreste obiettare, ricordandomi di aver accennato ad uno stile narrativo semplificato, ma semplificato e semplice non hanno il medesimo significato.

Per non correre il rischio di aver prodotto un libro brutto come tanti altri ne esistono l’autore ha avuto la geniale idea di renderlo orrendo, per mezzo di una narrazione ed un’impaginazione priva di ogni distinzione tra descrizioni e dialoghi, costringendo così il lettore a doversi sforzare per cercare di comprendere quale dei personaggi stia parlando, a chi si stia rivolgendo e cosa abbia detto.

Se sto leggendo un saggio, un testo impegnato, o la lista della spesa di Umberto Eco e sono costretto a rileggere un passaggio perché qualche cosa non mi è chiaro, è colpa mia e della mia incapacità di comprendere. Se sono costretto a rileggere dall’assenza dell’adeguata punteggiatura o dall’incapacità di dare una chiara distinzione dei soggetti, è colpa dell’autore.

Stay Tuned

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