La Congiura.

Il tassello aveva le tinte scure della notte. Alcune linee più marcate segnavano due dei quattro confini di una finestra, la cui vetrata era messa in risalto da un cupo gioco di luci. A guardar meglio, era possibile distinguere l’intreccio di un mosaico e definire i diversi colori delle parti da cui la vetrata era formata. Non si trattava di un disegno vero e proprio, quanto più di un motivo geometrico: il rosone della facciata di una chiesa.

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L’aria aveva un odore stantio. Larghe chiazze di muffa parevano espandersi e contrarsi quando venivano raggiunte dalle ombre proiettate dalle fiammelle tremule, e le poche candele accese sugli offertori mescolavano il loro fumo con l’umidità da cui le pareti erano percorse. La panca scricchiolò al levarsi della vecchia e tornò a scricchiolare nel momento in cui la donna si poggiò ad essa per rivolgere una genuflessione al crocefisso. I passi strascicati dell’anziana, intervallati dal ritmico battere della punta del suo bastone, si avvicinarono per poi tornare ad allontanarsi mentre questa percorreva la navata. I cardini gemettero e, con lo spegnersi degli echi del portone, il silenzio riempì la chiesa. Angelica occupava un inginocchiatoio e stava a capo chino al cospetto della Madonna, le sue preghiere erano basse e soffuse, le labbra carnose e ben modellate si muovevano appena nel dar forma a parole non pronunciate.
Con il calare del silenzio, i lontani suoni della strada riuscirono ad insinuarsi tra le vecchie assi di porta ed infissi, e la voce di un ragazzino trovò via facile attraverso il tassello mancante di una vetrata mosaicata. L’energica vitalità di quelle parole giovani e fresche si scontrò con il manto di cupa solennità del luogo di culto e finì per spegnersi in un rimbalzare di sussurri indistinti. Conclusa la preghiera, Angelica si alzò e gettò a tracolla la sua vecchia sacca, una sorta di zaino ottenuto dal robusto tessuto di una vela, ripiegato attorno ad un fondo circolare di legno e dotato di una serie di occhielli metallici attraverso i quali far passare la corda necessaria a stringerne l’imboccatura. Un vezzo dall’antico sapore marinaresco, con cui la ragazza riconosceva alla Città il pregio di trovarsi affacciata sull’oceano. Nel breve tragitto tra altare e soglia, la donna si prese il tempo per sistemare il colletto del leggero soprabito di jeans e liberò la lunga treccia dalla presa della tracolla.

L’aria fresca della sera l’accolse, ed al caldo tremolare delle candele si sostituì la fredda luce di vetrine, fari e lampioni. Ferma sulla sommità della scalinata, la ragazza percorse la via con uno sguardo, scivolò sulle poche schegge di modernità del quartiere ed andò a soffermarsi sui portoni più antichi che vecchi, sulle imboccature dei vicoli, sulla ruggine delle scale antincendio e sulle insegne di locali ormai chiusi da anni, dimenticati dalle nuove generazioni, così come i nomi ed i volti di coloro che avevano passato le loro vite a crearli, farli crescere e gestirli. Il nuovo stava giungendo, avanzava di qualche civico ogni mese e dal centro città caracollava lungo la strada, in direzione del porto. Il nuovo era una sporca e rumorosa accozzaglia di bulldozer, operai e gru intenta ad abbattere vecchi palazzi per far spazio agli splendidi edifici che già ammiccavano dai grandi cartelloni su cui si poteva leggere ogni dettaglio del piano di risanamento.
‘Risanamento, bah! Seppellire un vecchio prima della morte, per darne la stanza ad un bambino, non è risanamento.’ Vestita di un paio di jeans sdruciti e di una camicia da uomo di qualche taglia più grande di lei, la donna camminava con l’eleganza e la femminilità di una modella nell’atto di sfilare. ‘Ipocriti.’
In chiara antitesi con i suoi pensieri, gli occhi di Angelica si lasciavano sedurre dalle immagini del nuovo quartiere, così come sarebbe divenuto al termine dell’intervento: un viale alberato avrebbe preso il posto della selva di cassonetti, il parcheggio sarebbe divenuto sotterraneo ed al suo posto sarebbe sorto un piccolo parco, la cacofonia di strutture, costruite le une a ridosso delle altre senza alcuna continuità di stile, sarebbe stata sostituita da edifici progettati per essere l’uno la naturale continuazione dell’altro. Tutto avrebbe contribuito a fare del Chandler’s District un quartiere luminoso ed ospitale, pronto per accogliere un gran numero di famiglie in fuga dal caos del centro ed alla ricerca di un luogo più tranquillo dove poter crescere i figli. Tutto era stato progettato in funzione di questa esigenza: la scuola, il parco, la biblioteca, il campo sportivo, persino la chiesa. Una chiesa nuova, una chiesa dove anche un giovane avrebbe potuto recarsi con gioia per rendere omaggio al Signore. Non quell’antica struttura in pietra e muffa, dove la presenza di Dio era espressa dal suo sguardo serio ed ammonitore, ma un luogo dove tutto sarebbe stato ridotto ad un sorriso d’incoraggiamento ed alla promessa della salvezza eterna in cambio d’un piccolo sforzo di fede e fantasia. ‘Il tempio torna nelle mani dei mercanti…’

Angelica viveva ormai da diversi anni in quel quartiere e si era abituata al suo aspetto trasandato, come avrebbe potuto affezionarsi al volto vissuto e rugoso di un nonno. L’idea di un cambiamento così improvviso e radicale l’atterriva, ma il pensiero di trovarsi immersa nella modernità e di poter assistere ad una nuova espansione della città la elettrizzava e rendeva il processo di mutamento accettabile. Le vecchie case erano sacrificabili nell’ottica di fare del bene alla Città: la strada sarebbe divenuta più ospitale, la vita sarebbe tornata a scorrere ed Angelica amava la vita. Separarsi dalla chiesa era un’impresa molto più ardua. Quelle pesanti mura di pietra l’avevano accolta quando più aveva avuto bisogno di un rifugio, la Madonna di legno e smalto era stata una confidente sempre pronta ad ascoltare i suoi turbamenti, ed il parroco l’aveva aiutata ben oltre i doveri del suo ufficio quando lei si era dimostrata disponibile a ripagarne le cortesie con la lascivia. Ferma sul ciglio della strada, la ragazza fissava la rappresentazione della nuova chiesa, su un cartellone del lato opposto della via. Lungo i vialetti bianchi, tra le aiuole abbellite da fiori multicolori, il disegno rappresentava un allegro sgambettare di bambini, illustrava il passeggiare di madri con carrozzelle, raffigurava giovani coppie e piccole famiglie: tutti sorridevano per la gioia di potersi radunare e rendere grazia al Signore. Angelica era combattuta, non molto diversa da una madre conscia di dover patire qualche dolorosa rinuncia per il bene della propria prole. «Bah, se la prendano!» Sbuffò spingendo una lattina a rotolare rumorosamente verso il centro della strada. «Fino a quando non avranno finito con i lavori troverò un altro posto dove stare…»
Quel borbottare sonoro giunse fino ad un gruppo di barboni radunati attorno ad un tavolaccio improvvisato e ne attirò l’attenzione. I quattro uomini e le due donne osservarono la figura snella della ragazza e trattennero il fiato fino al momento in cui ella non riprese a muoversi lungo la via. Quando fu scomparsa alla loro vista una delle donne si segnò ed un paio d’uomini sputarono a terra, in un gesto scaramantico. «Brujah maldida» Sussurrò il più vecchio tra loro.

Nel risalire verso la fonte della modernità, Angelica si rese conto di quanto questa fosse stata capace di lasciare il proprio segno. Il Chandler’s District era uno dei quartieri di periferia più decadenti ed abbandonati a loro stessi, la criminalità non arrivava al livello di quella del porto o della zona industriale, ma le bande si riunivano alla luce del sole per gestire lo spaccio, le zuffe erano comuni e, di quando in quando, erano concluse da qualche coltellata od un colpo di pistola. Dopo il tramonto, la brava gente cercava di non uscire di casa e, quando lo faceva, si manteneva sempre lungo la via principale, alla luce dei pochi lampioni ancora in funzione. Nemmeno chi abitava nei pressi della stazione di polizia si sarebbe mai sognato di portare a spasso i propri figli per una passeggiata serale. Con l’inizio dei lavori la situazione era cambiata, la presenza degli operai, che si alternavano in tre turni per coprire le ventiquattr’ore della giornata, aveva reso molto più sicure le zone nei dintorni dei cantieri e spinto bulli e criminali a nascondersi nel buio dei vicoli.
La famiglia sembrava uscita da uno dei cartelloni. Lui era un bianco, lei doveva aver sangue ispanico ed i figli avevano ereditato le caratteristiche d’entrambe le etnie, mescolando le tinte più chiare del padre con quelle più intense della madre. Si trattava di gente ricca, non il genere di ricchezza che porta a distaccarsi dalla realtà del mondo ed a chiudersi in regge d’oro e cristallo, ma quel livello di tenore di vita capace di far apparire i vestiti sempre freschi di bucato, il volto sempre ben rasato ed i capelli in perfetto ordine. Non si trattava di una ricchezza ostentata, la donna portava solo una sottile catena d’oro, l’uomo un orologio di marca ed entrambi la fede. Nulla di eccessivo ma, solo qualche mese prima, sarebbero bastati pochi minuti perché la famigliola venisse visitata da questuanti pronti a sostenere le proprie richieste sventolando una pistola. Si trovavano dinnanzi ad uno dei cantieri e l’uomo stava usando la raffigurazione del progetto per spiegare al resto della famiglia in che posizione sarebbe sorto l’edificio e dove, nella sua struttura, si sarebbe trovata la loro futura casa.
«Vedete lassù? Dove c’è quel signore che sta camminando lungo la putrella? Lì ci sarà la cucina.»
«Mamma, il papà dice le parolacce!» La voce querula della più giovane della famiglia era una mescolanza d’indignazione, stupore e biasimo. Tutti e tre i sentimenti s’acuirono, quando al sorriso della madre fece eco una sonora risata del padre.
«Ma no, scema.» Il fratello, più grande di qualche anno, lasciò che l’ironia si facesse pungente in quella risposta. «Le putrelle sono quelle sbarre di ferro.»
Poco interessata alla spiegazione, la bimba tornò all’attacco. «Mamma, hai sentito cosa ha detto Miky?»
«Miguel, non parlare così a tua sorella.» Il tono del padre si era fatto più deciso, ben diverso da quello ciarliero ed entusiasta usato per la descrizione di poco prima. «Sai che non mi piace sentirti usare quelle parole!»
Il ragazzino si affrettò ad annuire. «Sì papi.» Mormorò con torno contrito. «Scusa papi.»
L’uomo abbandonò la posa di rimprovero e mosse una mano in una pacca sulla spalla del figlio. «Bravo.» Riconobbe con una certa fierezza. «Ma le scuse dovresti farle a tua sorella, non a me.»
«Scusa Serena.» Borbottò il ragazzo, non senza un certo sforzo.
Insoddisfatta dalla piega presa dal discorso, gelosa delle attenzioni del padre e disinteressata alle scuse ricevute dal fratello, la bimbetta rispose con un «Sì.» molto sbrigativo e si rivolse al genitore. «Dov’è la cucina, papi? Non ho visto.» Nel chiedere, la ragazzina tornò con lo sguardo verso il cantiere e, con gesti esagerati, si levò sulle punte e tese il collo, per meglio guardare oltre le transenne. Con un passo il padre si portò dietro di lei e le infilò le mani sotto le ascelle. L’istante successivo la sollevò oltre la testa per farla accomodare cavalcioni sulle sue spalle. Seduta che fu, Serena afferrò entrambe le mani del genitore, per meglio tenersi in equilibrio su di lui ed iniziò a guardarsi attorno con aria tronfia e soddisfatta. Il padre avvolse e strinse le piccole mani della figlia e, mentre riprendeva a spiegarle la disposizione del loro appartamento, mosse i pollici a carezzarle i polsi, in un istintivo gesto d’amore.

Angelica sfilò loro accanto e li lasciò alle proprie spalle, lontani dalla vista e ben presto coperti dai rumori dei lavori in corso. Nonostante questo, trascinò con sé il giogo della tristezza in cui la scena l’aveva imprigionata. Ai suoi occhi la donna ed il ragazzino erano state poco più che comparse ed a farla da padrone era stato il rapporto affettuoso che legava il padre alla figlia. La naturalezza con cui l’uomo aveva accondisceso ai mezzi capricci della bimba, all’unico scopo di rasserenarla ed appagarne il bisogno di attenzioni. La prima emozione della ragazza era stata l’invidia, un pensiero irrazionale ed infantile, da cui non era riuscita a liberarsi fino a quando la tristezza non era giunta a prenderne il posto. Il petto le si era fatto pesante. Nella mente si erano affollate le molte occasioni in cui suo padre avrebbe avuto modo di fare altrettanto, ma aveva preferito tenerla a distanza e farle pesare la sua inadeguatezza, il suo non esser mai all’altezza delle aspirazioni di lui. La rabbia giunse insidiosa ed insinuante. Lontani sussurri circondarono i pensieri della ragazza e presero a vorticarle intorno, di secondo in secondo si fecero più insistenti e rosero la tristezza morso dopo morso, sostituendola con una nuova sensazione di odio e rancore. «Fottuto bastardo!» Sibilò tra i denti. «Sei tu quello inadeguato, tu e le tue regole del cazzo, che non interessano a nessuno.» Suo padre odiava il turpiloquio e non avrebbe sopportato di sentirla parlare a quel modo, quel pensiero le fece provare un brivido di piacere. La sensazione di vittoria fu però guastata da uno spiacevole retrogusto: anche se non era in grado di comprenderlo a livello cosciente, la ragazza non sopportava l’idea di dipendere così tanto da lui, da arrivare a compiere le proprie scelte in funzione di ciò che avrebbe potuto pensarne. Il sorriso divenne un coacervo di soddisfazione ed amarezza, l’ira sfumò nel desiderio di indulgere a quelle passioni che il padre avrebbe di certo disapprovato.

La luce lampeggiante di un neon ormai esausto le mostrò il migliore dei modi per soddisfare la sua voglia: nei pressi dell’ingresso di un night gravitava una giovane afroamericana. La ragazza poteva avere tra i sedici ed i vent’anni e, senza avere una particolare avvenenza, era bella della propria giovinezza: le gambe lunghe, appena troppo carnose, erano strizzate in un paio di calze a rete, i fianchi avvolti in una minigonna bianca, fatta della medesima finta pelle del top, i capelli erano raccolti in una coda sbrigativa, il trucco risultava tanto pesante da invecchiarla di qualche anno. Doveva trattarsi di una prostituta senza l’esperienza e le conoscenze necessarie per lavorare nel locale che si accontentava di prendere all’amo i clienti, eccitati dagli spettacoli, ma non disposti a pagare il prezzo di un servizio completo.
Dopo averla osservata per qualche secondo, Angelica puntò dritta verso di lei e nel camminare rovistò nella tasca del giubbotto, alla ricerca del pacchetto delle sigarette. Quando le giunse accanto, una Marlboro le ondeggiava tra le labbra.
«Hai da accendere?» La ragazza scrollò il capo. Nel vederla da vicino, Angelica le diede una quindicina d’anni e nei suoi occhi vide l’espressione incerta da cucciolo, al posto di quella smaliziata della predatrice.
«Non è la mia serata.» Sbuffò levandosi la sigaretta di bocca e stracciandola, fino a far ricadere a terra una disordinata pioggia di tabacco e brandelli di carta. «Ma non è una novità, in questi ultimi giorni non è mai la mia serata.» Parlava da sola, lo sguardo perso nei dintorni, tra cassonetti nascosti nella penombra e marciapiedi mal illuminati, i polmoni pieni dell’odore stantio della strada sporca e di quello acre delle saldature e della limatura metallica dei cantieri. «Potrei quasi dire che l’autunno non è la mia stagione, da quando hanno cominciato a cadere le foglie non me ne va dritta una.» La prostituta aveva preso un passo di distanza, nonostante la giovane età aveva avuto modo di incontrare individui instabili e stava quindi valutando se Angelica stesse solo sfogando un momento di innocua frustrazione o, al contrario, fosse un potenziale pericolo. Il neon non rendeva giustizia all’ombra d’abbronzatura dorata della pelle della sconosciuta ma creava dei chiaroscuri in grado di enfatizzarne la limpidezza dello sguardo: gli occhi erano di un colore indefinibile tra il verde dello smeraldo e l’azzurro dello zaffiro, luminosi come pietre preziose ed in grado di esercitare la medesima attrattiva. Il fisico era snello, tonico e dotato della grazia di cui la ragazzina si sentiva priva, un corpo che si scoprì ad invidiare e per il quale sentì di nutrire una strana ed inspiegabile attrazione. Il respiro si fece più profondo, il battito più frequente, mentre la osservava interrogandosi su quali potessero essere i motivi della sua insoddisfazione. Quella speculazione sfociò ben presto nella sensazione d’essere testimone di un’ingiustizia, e di seguito si evolse nella spinta emotiva a porvi rimedio.
«Posso aiutarti?» La voce era fresca e giovanile, appesantita dai toni bassi della cadenza slang. Angelica non ebbe alcun dubbio sulla sincerità di quell’offerta e nel rivolgerlesi fu costretta a mascherare un inopportuno ghigno di soddisfazione.
«Sto cercando il Frozen, dovrebbe trovarsi da queste parti ma è un’ora che giro senza trovarlo.» Innocente nell’espressione e vittima nel tono, la ragazza concluse con un sospiro. «Tu sai dove si trova?»
L’altra annuì. «Oltre il vicolo, dall’altro lato della piazza. E’ difficile vederlo perché han tolto l’insegna.» Spiegò. «Come mai lo cerchi? Non è un bel posto.» La preoccupazione del tono solleticò Angelica, in un brivido assai simile a quello del piacere.
«Per lavoro.» Rispose. «Un amico mi ha detto che cercano una cantante e così ho deciso di chiedere un provino.» Con la perizia di un pescatore iniziò poi a recuperare la lenza per saggiare quanto saldamente l’altra avesse abboccato. «Però se mi dici che non è un bel posto… diamine, quel lavoro mi serve, ma non voglio rischiare di fare una brutta fine.»
Mosse le braccia in uno scatto stizzito e strinse le mani a pugno, in modo molto simile a quello d’un bimbo capriccioso. «Se solo Marika mi avesse accompagnata. Io perdo giornate a farle tutti i favori che mi chiede, per una volta in cui sono io ad aver bisogno di qualche cosa…» Apprestandosi a concludere ebbe l’accortezza di incrociare lo sguardo dell’altra. «… lei mi abbandona con la scusa di doversi fare le unghie. Ti sembra il comportamento di un’amica?»
La sensazione di ingiustizia si era fatta più intensa, quasi soffocante e la ragazza fu lieta di trovare nelle parole della sconosciuta un mezzo per poterle essere d’aiuto. «Ti accompagno io!» Dichiarò con baldanza, per far poi un passo indietro e trovarsi preda dell’imbarazzo. «Se vuoi.» Aggiunse, nella speranza di non averla offesa con la propria spudoratezza.
Per un istante Angelica tacque e la lasciò crogiolarsi nel dubbio, poi ribatté. «Mi accompagneresti davvero? Sei un vero tesoro!» Trovarsi ad abbracciare la sconosciuta fu per la giovane prostituta un gesto naturale ed appagante, l’entusiasmo con cui quella l’aveva ringraziata la inorgoglì.
«Certo. Roba di cinque minuti, vedrai.» Poi le porse la mano. «Io sono Debra.»
«Felice di conoscerti, Debra. Io sono Angelica, ma gli amici mi chiamano Angie.» Una mano fredda e vellutata racchiuse quella scura e calda dell’altra e la strinse per qualche istante, restia a ritrarsi.

Resa goffa dall’imponenza dei tacchi che indossava e con cui aveva ben poca dimestichezza, la ragazzina si incamminò lungo il marciapiedi e, aggirato un cumulo di spazzatura, imboccò il vicolo di cui poco prima aveva parlato. Lo squittire aggressivo di un ratto la fece trasalire ma la presenza di Angelica parve rincuorarla e la portò ad allungare il passo. «Bestiacce! Gli operai han aperto una fogna per buttarci i loro scarichi, ed i topi son diventati grossi come cani.»
L’asfalto finiva a pochi passi di distanza dalla strada: il vicolo era troppo angusto per poter fare il lavoro con le macchine e nessuno s’era preso la briga di continuare a mano la stesura del bitume. Dopo un ultimo grumo, più utile come inciampo che come appoggio, la pavimentazione era un insieme di terra battuta e delle colate di cemento su cui erano state poggiate le fondamenta degli edifici circostanti. Le pareti di sinistra erano grige e spoglie, i pochi tratti intonacati avevano ceduto al tempo e di loro rimanevano rare chiazze biancastre; il lato destro era composto da pareti di mattoni, più vecchie delle dirimpettaie e meno regolari ma dotate dell’individualità delle diverse pietre da cui erano composte. Le poche finestre che si affacciavano sul vicolo erano protette da inferriate macchiate di ruggine, l’unica porta era stata sprangata e bloccata con una grossa catena. L’allontanarsi dalla strada e dalla vita notturna aveva reso la notte più quieta, e nel silenzio le due donne furono raggiunte dal sommesso gorgogliare del canale di scolo aperto dagli operai.
«Fai attenzione adesso.» disse Debra indicando le ombre dinnanzi a sé. «Qualche idiota ha spaccato un lampione di troppo e c’è poca luce intorno al canale. Gli operai avrebbero anche potuto metterci un faro, ma a loro che gli frega se qualche poveraccio ci finisce dentro?» Il suono dei passi cambiò tra il tonfo morbido della terra ed i rintocchi più secchi delle lastre metalliche che erano state stese per far da ponte sullo scuro fiume di acque di scarico.
Furono le mani di Angelica a rispondere all’avviso: si allungarono nella semi oscurità ed afferrarono la vita della giovane nera, invitandola nel gesto ad arrestare il passo. «Che succede?» Chiese lei con un filo di preoccupazione.
La risposta si arrotolò suadente nel suo orecchio. «Qui non ci disturberà nessuno.» Parole accompagnate da un leggero sfiorare delle labbra lungo il collo e, di seguito, da un morbido baciare alla sua base.
Un fremito la attraversò e fece inarcare la schiena, il corpo si irrigidì per un istante, poi il languore lo rese malleabile. «Angie, cosa… cosa vuoi fare?» Una volta ancora fu un gesto a risponderle. Le mani le premettero sui fianchi per farla voltare e nel breve arco d’un battito di cuore, la ragazza si trovò occhi negli occhi dell’altra. Lo sguardo di Angelica si era fatto torbido ed intenso, uno sguardo in cui anche la ragazzina non ebbe difficoltà a riconoscere la passione ed il desiderio carnale. «Non qui, Angie.» Le sussurrò. «Casa mia è vicina, lì saremo più comode.»
Il totale abbandono di Debra, la naturalezza con cui aveva accettato e fatto proprie quelle brame, portò un sorrisetto divertito sulle labbra di Angelica. «Mi sarebbe piaciuto, ma questa sera sono di fretta.» Rispose, facendo scivolare un bacio sulle labbra carnose e sporgenti dell’afroamericana. «E’ un peccato che tutto debba finire in un vicolo sozzo e puzzolente, purtroppo questa non era la tua serata.» I baci si erano alternati alle parole, avevano condotto le labbra di Angelica attraverso il volto dell’altra e poi a discenderne il collo dall’orecchio, fin quasi alla clavicola. «Addio, Debra.»
La ragazza non ebbe il tempo per dar voce ai propri dubbi e, per buona parte, non fu nemmeno capace di formularli come pensiero cosciente. Una stilettata di dolore le percorse il collo e riecheggiò nella sua mente, poi ogni cosa si fece nebulosa, indistinta e lei si abbandonò alla sensazione di piacere estatico con cui il morso della vampira l’aveva soggiogata. Al ritrarsi delle zanne, il sangue aveva preso a zampillare e, per evitare di vederlo perdersi in un inutile sgocciolio, Angelica era stata costretta ad alcune sorsate affrettate. Con il passare dei secondi, era riuscita a controllare il flusso e, grazie anche al rallentare delle pulsazioni della sua vittima, aveva cominciato a gustare l’osceno banchetto con la dovuta calma. Fin dal primo assaggio, avvenuto solo qualche decennio prima, il sangue dei neri l’aveva sempre affascinata. Solo di rado poteva vantare la stessa eleganza di sapore di quello dei bianchi, ma era in grado di esaltare l’esperienza del Bacio grazie ad un retrogusto più intenso ed avvolgente. Anche se a volte la sua persistenza poteva rendere difficile notare la presenza indesiderata di alcolici o droghe, si trattava di un rischio che Angelica era pronta a correre in cambio dell’inebriante sensazione di vitalità e libertà che ne ricavava.

La fame non era tale da privarla del controllo, così la vampira seguì una prassi a cui si era abituata nei lunghi anni della sua esistenza e contò ogni sorso di cui stava privando la vittima. Quattro o cinque erano più che sufficienti a sostenerla per un giorno intero e non avrebbero provocato alcun danno, se non la necessità di un po’ di riposo e di un pasto abbondante, fino a dieci avrebbero causato un’innaturale spossatezza ed avrebbero potuto portare Debra ad avere capogiri e mancamenti, trai i dieci ed i quindici l’avrebbero lasciata incapace di muoversi e costretta a letto per qualche giorno, con l’avvicinarsi dei venti anche un corpo giovane e vitale come il suo avrebbe avuto difficoltà a riprendersi senza un ricovero ed una trasfusione. Ogni sorso oltre la soglia dei venti era un nuovo rintocco di una condanna a morte. Suo padre, il suo creatore e mentore, non aveva mai fatto segreto del suo disprezzo per quelli tra i suoi simili che avevano l’abitudine di dissanguare le proprie prede. Non si trattava di nulla di simile alla pietà od al rispetto per la vita umana, era solo parte di una serie di regole, atte a scongiurare il rischio che i mortali potessero divenire consapevoli dell’esistenza della stirpe. Lasciare alle proprie spalle una scia di cadaveri era il modo più semplice per attirare l’attenzione di qualche inquirente o di un giornalista abbastanza intraprendenti per mettere in relazione quelle strane morti. Peggio ancora se i cadaveri avessero manifestato caratteristiche inusuali come la quasi totale mancanza di sangue. Esistevano rigide leggi e macabre punizioni per quei vampiri che, con il loro comportamento, mettevano a rischio la segretezza e la sicurezza della stirpe. Oltre a questo Il Custode, così era conosciuto e chiamato tra i suoi simili, considerava l’uccisione di una preda come una dimostrazione di mancanza di controllo e, di conseguenza, come una caduta di stile in una creatura che aveva a propria disposizione l’eternità del tempo per imparare a gestire gli impulsi.

‘… otto … nove …’ Aveva bevuto ben più di quanto le fosse necessario e reintegrato la quasi totalità delle scorte possibili al suo organismo. Avrebbe potuto interrompere il morso in qualsiasi istante e procedere poi come le era stato insegnato: un solo passaggio della lingua umida di sangue avrebbe fatto scomparire i segni del morso e Debra sarebbe stata abbastanza intontita da non ricordare con chiarezza quanto accaduto. Un fazzoletto avrebbe eliminato con facilità le poche stille di sangue sfuggite lungo il collo, ed una scusa plausibile sarebbe stata sufficiente a permetterle d’allontanarsi per tornare agli impegni di quella notte. ‘… dieci … undici …’ Non si trattava di una perdita di controllo o dell’incapacità di gestire i propri bisogni e la propria sete, quella di Angelica era una scelta lucida e deliberata. ‘… dodici … tredici …’ Per lei erano giunte le notti dell’emancipazione dal suo creatore ed aveva intenzione di sfidare ed abbattere tutte le sue regole, l’una dopo l’altra. ‘… quattordici … quindici …’ Un’idea si affacciò alla sua mente e, ebbra del sangue di cui stava nutrendosi, la vampira accondiscese al desiderio. Si discostò dal collo della vittima per sussurrarle all’orecchio. «Il tuo sangue scorre, la vita ti abbandona, lo senti? Stai per morire, povera piccola Debra. Ma non temere, nessuno sentirà mai la mancanza di una piccola inutile puttana morta in un vicolo. Il mondo non si accorgerà nemmeno della tua morte.»
La durezza di quelle parole scosse la volontà della ragazzina, il tristo aleggiare della morte scacciò la confusione del morso e la giovane prese ad agitarsi per cercare di allontanare la vampira. «No, lasciami.» Rantolò, mentre la paura per la propria condizione faceva spazio al terrore del vedere il dolce volto di Angelica, traversato da un sorriso fatto di labbra bagnate di sangue e canini lunghi ed appuntiti come zanne. «Lasciami, mostro…» Anche se fosse stata nel pieno possesso del proprio vigore, la ragazza avrebbe potuto fare molto poco per opporsi alla forza innaturale della vampira, l’essere indebolita dal sangue perduto la rendeva simile ad una mosca intrappolata nel pugno di un uomo. Inerme e consapevole della propria impotenza.
«Rallegrati. Forse quando troveranno il tuo corpo nel canale, tra topi e liquami, si decideranno a chiuderlo. Nella morte potresti essere più utile al quartiere di quanto saresti stata vivendo.»
Il sangue continuava a ruscellare dalla ferita, le lacrime rotolavano dagli occhi attraverso le gote. «No, ti prego, non voglio morire… non voglio!» La disperata preghiera non riuscì a fare breccia nella fredda determinazione di Angelica.
«Piccola mia.» Le sussurrò con tono suadente. «Qui non si tratta di quello che vuoi tu, ma di quello che voglio io.»
La ragazzina piangeva. Singhiozzi bassi e sfiatati le scuotevano il petto e portavano il seno chiazzato di sangue ad ondeggiare nella stretta del top. «Perché, perché vuoi uccidermi?» Riuscì a malapena a mormorare.
«Tu dimmi perché sei nata ed io ti dirò perché morirai.» Ghignò la vampira, poi portò le labbra alla ferita sanguinante e godette del terrore di cui il sangue della sua vittima era ormai pregno.
Dopo aver divorato le ultime pulsazioni di Debra, Angelica aveva approfittato dell’ultimo spasmo vitale di lei per mondare la ferita e far scomparire i segni del morso. Anche se aveva deciso di sfidare il proprio Sire, non voleva certo attirare su di sé il biasimo della società dei vampiri, né intendeva correre il rischio di incorrere in una Caccia al Sangue che l’avrebbe trasformata da cacciatore a preda, da carnefice a vittima. Dalla sacca aveva recuperato un piccolo coltello svizzero, con brutale precisione ne aveva usata la lama per sgozzare il cadavere di Debra e l’aveva poi lasciato cadere all’interno del canale di scolo. Il corpo avrebbe di certo attirato un gran numero di ratti, i loro morsi avrebbero reso impossibile risalire alle reali cause del decesso e sarebbero serviti a giustificare la carenza di sangue, se mai qualcuno si fosse preso la briga di condurre un’indagine più approfondita.

Accertatasi di non portare su di sé macchie del proprio crimine, la vampira si era rimessa in cammino e, attraverso l’intricato dedalo di vicoli e strade secondarie, era giunta ad affacciarsi sul cortile interno di una piccola palazzina. Il cortile era deserto, le poche piante sopravvissute all’incuria del giardiniere protendevano i loro rami contorti, resi scheletrici dall’arrivo dell’autunno. L’unità esterna di un termoconvettore riempiva l’aria con lo snervante cigolare della ventola e le poche finestre illuminate davano l’impressione d’essere gli occhi giallastri e malati di un qualche immenso mostro morente.
«Dove sarà quell’imbecille? Spero per lui che non stia ancora dormendo!» Sbottò tra i denti prima d’infilarsi oltre uno stretto portone ed imboccare la scala per i piani superiori. La chiave girò nella toppa senza emettere alcun suono, la porta fu altrettanto silenziosa nel dischiudersi. Angelina scivolò all’interno, richiuse alle proprie spalle, poi si liberò della sacca ed avanzò attraverso lo stretto ingresso. L’appartamento era un piccolo bilocale, formato da un semplice salotto dotato di un cucinino e da una camera da letto che dava accesso al bagno. Pur povero di stanze era abbastanza spazioso, questo permetteva al suo inquilino di tenere in soggiorno il suo bene più prezioso: una moto da strada di grossa cilindrata, la cui carena nera e verde acido era tirata a lucido. Le luci erano spente, l’illuminazione delegata a quanto filtrava dall’ampia finestra, le cui tende erano state ben aperte. Un soffuso scrosciare d’acqua suggeriva che l’uomo si trovasse sotto la doccia, nel seguire quest’ipotesi la vampira si spinse oltre la soglia della camera da letto e, attraverso questa, in direzione del bagno. Passando accanto all’ampio letto a due piazze si liberò del giubbotto di jeans. Dopo essersi affacciata oltre la porta, mosse le mani a slacciare i primi due bottoni della camicia, prestatale qualche tempo prima proprio da Robert che, ignaro della presenza di lei, si attardava sotto il flusso d’acqua calda. Per qualche secondo la ragazza si fermò ad osservarne la silhouette attraverso la plastica opacizzata del box, poi si fece avanti e ne attirò l’attenzione. «C’è posto anche per me?»
Quello trasalì per la sorpresa. «Angie, vuoi farmi venire un infarto?» Mosse la testa per accelerare il risciacquo dei capelli ed armeggiò con la porta della doccia. Nell’affacciarsi allo spiraglio venne avvolto dalle volute del vapore.
Ad attenderlo trovò un’espressione da bimbetta, con tanto di piede destro posato solo sulla punta e ginocchio che oscillava, in un gesto d’imbarazzo. «Mi dispiace Rob, non volevo spaventarti. Come posso farmi perdonare?» L’indice destro si mosse a giocare con il primo dei bottoni ancora chiusi ed agitò il tessuto della camicia lasciando intravvedere le curve piene del seno. Le movenze della ragazza univano un’innocenza recitata alla perfezione ad una provocazione reale e perfettamente consapevole. Quando si mosse in avanti lo fece con leggerezza ed ai passi lunghi da ballerina unì lo scattar delle dita a far scivolare fuori dalle asole i bottoni della camicia. L’esuberanza della donna portò nell’uomo un moto di pudore e lo fece rimanere oltre la porta semi aperta del box doccia, un limite a cui lei pose presto rimedio: allungò due dita verso il margine della lastra di plexiglas e tirò verso di sé. «Su, non ti nascondere, fatti guardare.» La porta si aprì e la vampira si trovò ad osservare il corpo nudo del suo servo mortale, un corpo segnato dal tempo. Anche se, grazie al sangue con cui lei l’aveva legato a sé e di quando in quando lo nutriva, Robert dimostrava solo una parte dei suoi quarantacinque anni, pur su un fisico atletico, iniziavano ad intravvedersi la pancetta e del decadimento dei tessuti. L’abbronzatura era traversata dai segni bianchi di numerose cicatrici. Della maggior parte Angelica era stata causa più o meno diretta, di alcune sapeva d’essere stata artefice durante alcuni dei suoi rari ma esplosivi momenti di rabbia.

Quando si erano conosciuti, quasi trent’anni prima, era un ragazzino galvanizzato dai suoi sedici anni e lei la giovane cantante del locale dove lui stava festeggiando insieme agli amici. Era stata una delle ultime notti che Angelica aveva consacrato al demone del blues, una delle tante in cui molti tra il pubblico l’avevano spogliata con gli occhi e la prima, da molto tempo a quella parte, in cui qualcuno le aveva rivolto la parola, animato da un’ammirazione sincera e dal desiderio di conoscerla al di là della voce melodiosa e delle curve provocanti. Robert si era fatto avanti a braccetto della timidezza, i suoi goffi tentativi d’apparire sicuro di sé l’avevano reso ancor più risibile agli occhi della vampira. Nonostante questo, non aveva potuto fare a meno di apprezzarne il coraggio e l’aveva ricompensato con un invito al proprio tavolo. Anche se a disagio per la strana situazione in cui si trovava, seduto accanto alla splendida artista, e per questo osservato dagli occhi dell’invidia della maggior parte degli altri presenti, il ragazzo era riuscito a stupire la vampira con la propria forza d’animo e con il fresco entusiasmo di cui tutte le sue parole erano vestite. Il tempo aveva mutato il ragazzo in un uomo e l’entusiasmo in devozione. Lo sguardo di Robert non era più quello incantato di un fanciullo alla sua prima cotta, si era fatto più riflessivo e profondo, e l’amore con cui la fissava era quello consapevole di un adulto. ‘Sta diventando un vecchio, forse dovrei liberarmi di lui e sostituirlo con qualcun altro. Norman o Leon potrebbero andar bene.’ Fin dai tempi della sua vita mortale, Angelica aveva imparato il valore e l’utilità d’avere una nutrita corte di spasimanti, con la trasformazione si era trovata ad avere nuove frecce al suo arco e lunghi anni per poterne affinare l’uso. Grazie alla seduzione, al sangue ed ai suoi poteri d’incanto si era creata una piccola coorte d’uomini disposti a soddisfare ogni suo desiderio in cambio della speranza di poterne ottenere i favori. La volubilità la portava a sostituire spesso i membri di questo gruppo di schiavi inconsapevoli, ed era stata la salvezza di molti poiché aveva permesso loro di affrancarsi dall’influenza della vampira. I meno fortunati non avevano accettato d’essere messi da parte, con le loro insistenze avevano portato Angelica oltre il limite del tedio ed in tal modo avevano firmato la loro condanna a morte.

«Vuoi essere così gentile da spiegarmi perché sono stata costretta a salire fin quassù?» La voce morbida e sensuale era divenuta stridula, come il grattare di una forchetta all’interno di una pentola metallica. «Ti avevo chiesto di aspettarmi nel cortile.»
«Scusami, Angie, io …»
«Taci!» La piccola mano si posò al centro dell’ampio torace dell’uomo, la ragazza spinse e Robert si trovò premuto contro il muro, incapace di opporsi alla forza della sua padrona. «Forse l’errore è stato di chiedertelo, forse è troppo tempo che non ti ricordo chi sono.» Le dita si contrassero e mancò poco a che lacerassero la pelle. «Quando io chiedo, tu obbedisci. Perché non si tratta di suggerimenti ma di ordini! Sono stata chiara?» La pressione contro il petto aumentò e le costole gemettero mentre l’aria veniva spremuta fuori dai polmoni.
«Ti chiedo perdono.» Sussurrò Robert con un filo di voce. «Ho sbagliato…»
Soddisfatto il proprio bisogno di veder riconfermato lo status quo, Angelica alleggerì la spinta e ritrasse il braccio. «Spero almeno che tu abbia qualche notizia per me.» Sbuffò.
«Sono riuscito ad organizzare un incontro con Walsh.» Si affrettò a confermare l’uomo. «Per questa sera. Come mi avevi chiesto di fare. Non è stato facile riuscire a parlare con il suo vice, l’ho cercato tutto il giorno. Sono tornato a casa un paio d’ore fa, per questo ho tardato a scendere.»
«Hai organizzato un incontro? Questo cambia tutto, tesoro mio, avresti dovuto dirmelo prima.» Carezzevole nel tono come nei modi, la vampira afferrò un grande asciugamano e richiamò l’uomo verso di sé. «A quanto pare ho un’altra cosa di cui farmi perdonare, ora.» Si dedicò poi a lui come la più docile delle geishe: lo asciugò senza fretta tamponando ogni stilla d’acqua con movimenti delicati e leggeri e non mancò mai l’occasione per poggiarglisi addosso, soddisfatta e divertita dall’aumento delle pulsazioni, che così chiaramente percepiva in lui. ‘Un incontro con Bulldozer organizzato in un solo giorno. Chissà se Norman e Leon sarebbero stati in grado di fare altrettanto.’ «Ti ho fatto male?» Miagolò sfiorando il suo petto con una carezza.
«Un po’.» Ammise. «Ma anche se preferisco di gran lunga le carezze, dalle tue mani accetto tutto.»
Poco importava che si trattasse di una risposta calcolata o di una reazione sincera, per Angelica fu come una sorsata d’ambrosia. «Il mio piccolo dolce Rob.» Sussurrò. «Se abbiamo un appuntamento non c’è bisogno di correre alla ricerca di Walsh e se non dobbiamo dargli la caccia allora ho il tempo per una doccia.» La provocazione si concluse nell’appoggiarsi petto contro petto in un intreccio di sguardi. «Che ne diresti di darmi una mano con il sapone?»
«Ai tuoi ordini, Angie.»

L’acqua calda le scorreva addosso, percorreva la pelle fredda e lisciava i lunghissimi capelli castani. Le grandi mani di Robert si muovevano accompagnate dal profumo del sapone e lasciavano dietro di loro una schiuma densa e viscosa. La delicatezza usata dall’uomo rendeva sopportabile la callosità della sua pelle. Il suo tocco non era piacevole quanto quello dei giovani da cui Angelica era usa farsi vezzeggiare, ma era un coacervo di passione tenuta a briglia corta e del desiderio di compiacere. Un insieme da cui la vampira traeva un piacere ben più profondo ed appagante della sola sensazione tattile. Per questo, se non per altro, era stato l’unico tra i suoi schiavi a sopravvivere alla propria giovinezza, l’unico ad esserle stato accanto per un tempo così lungo. L’unico ad essere a conoscenza della vera natura di lei, l’unico ad aver accettato l’idea di essere il servo di una vampira e ad essere stato in grado di amarla nonostante questo. Quanto del loro legame fosse nato spontaneamente nel cuore di Robert, quanto fosse stato generato dall’incanto e quanto dipendesse dal legame di sangue, nemmeno Angelica sarebbe stata in grado di dirlo. In quei trent’anni, l’uomo aveva imparato molto sulla stirpe dei dannati ed era stato capace di adattarsi alla natura della propria signora facendo proprie tutte le sue caratteristiche. La carne morta della vampira era in grado di percepire il tocco e poteva distinguere tra una sensazione piacevole ed una spiacevole ma non andava oltre. Non vi era carezza in grado di far fremere la ragazza, non vi era bacio capace di strapparle un ansimo di gioia. Nulla poteva risvegliarne il desiderio, se non passando attraverso il pensiero ed il sangue, le uniche parti di lei sopravvissute alla prima morte.
Le mani di Robert la percorrevano con gesti essenziali, mai con disinteresse. Era il rispetto a contenere il desiderio dell’uomo, di quando in quando questo sfuggiva al proprio controllore e provocava un movimento più languido, o portava le dita a soffermarsi un istante in più sulla curva delle natiche, sul seno, sulla base del collo. L’acqua tornò a percorrerla, il piatto della doccia fu invaso dalla schiuma ed Angelica si mosse verso il confine tra l’interno del box ed il resto del bagno. Il desiderio l’aveva punta e si era trasformato in azione. «Vieni.» L’uomo rispose al richiamo ed avanzò a propria volta, fino a scivolare tra le braccia tese della vampira. Non aveva bisogno di guardarla per indovinarne le intenzioni, eppure la osservò con attenzione per non perdere alcun dettaglio di quanto stava per accadere. Anni prima, quando per la prima volta l’aveva veduta estroflettere i canini, era stato colto da timore ed orrore. Con il tempo si era abituato a quel mutamento innaturale ed aveva imparato ad apprezzarne la bellezza. Angelica dischiuse la bocca ed i canini crebbero fino a diventar lunghi un paio di centimetri, il cambiamento avvenne nell’arco di un solo istante poi, le zanne, coronate dalle labbra tumide e sensuali della vampira, discesero verso il petto dell’uomo e ne incisero la carne.
Il dolore durò per il tempo di una sola pulsazione, poi venne il piacere, ed il tremare delle gambe costrinse Robert a cercare appoggio contro il montante del box. Con l’esperienza aveva imparato a gestire l’estasi del Bacio, ed era perciò in grado di evitare il deliquio a cui di norma venivano portati gli uomini che lo subivano. Sebbene gli costasse un certo sforzo di volontà, Robert era in grado di mantenersi lucido e di aver memoria di quanto stava accadendo. Questo non riduceva l’intenso e sovrannaturale piacere del morso della vampira ed anzi gli permetteva di vivere quegli istanti con maggior coinvolgimento, fino a renderli simili ad un vero e proprio amplesso. Angelica l’aveva azzannato poco sotto il capezzolo sinistro e, dopo aver usato i denti per aprire la ferita, li aveva ritratti ed aveva cominciato a suggere e lappare. Aveva gli occhi aperti e puntati su di lui, osservava l’alternarsi delle espressioni di piacere sul volto dell’uomo e si nutriva della sensazione di potere quanto del sangue. Dopo aver preso un paio di sorsate, carezzò la ferita con la lingua fino a quando ogni segno del morso non fu scomparso. ‘Chissà come il terrore della morte potrebbe cambiare il sapore del suo sangue.’ Si scoprì a pensare. ‘No, non ora. E’ un buon servitore ed ho ancora bisogno di lui. Poi… chissà.’ Per l’ennesima volta scacciò l’idea di liberarsi del più vecchio e fedele dei suoi servitori, e si trovò a sorridergli con dolcezza. «Perdonata?»
«Non ce n’è mai stato bisogno, Angie.» L’uomo passò le dita sulla bocca della vampira e la nettò dal sangue di cui ancora era macchiata. Le parole ed il gesto la convinsero a fare un nuovo dono al mortale: ripiegò il labbro inferiore e lo morse, poi lasciò che il sangue iniziasse a riempirle la bocca. Levatasi sulle punte cercò l’amante e ne baciò le labbra solleticandole con la lingua fino al momento in cui lui non le dischiuse. Il bacio si fece più passionale e profondo, mentre il sangue della Cainita scivolava lungo la gola dell’uomo. Con il diffondersi del fluido vitale, l’uomo sentì la fatica dissolversi ed ebbe la sensazione d’essere invaso da un nuovo vigore. L’ematoma provocato dalla stretta subita si riassorbì prima ancora di potersi espandere e gli echi del dolore scomparvero in un istante. Il suo corpo raggiunse una condizione di stasi e, alimentato da un’energia ben oltre l’umana comprensione, si liberò dal giogo del tempo e smise d’invecchiare.
«Ti voglio in forma questa notte.» Dichiarò lei prima di allontanarsi. «Vai a vestirti ora, io ho bisogno di un po’ di tempo per spazzolare i capelli.» Alla passionalità era stato preferito un pragmatismo ben più freddo ed essenziale. «Ah, Rob, avrò bisogno di una nuova camicia.»

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L’auto era stata pulita di fresco, un nuovo Arbre Magique penzolava dallo specchietto retrovisore ed i vetri erano tanto lucidi e trasparenti da lasciarle il dubbio d’essere abbassati. Si trattava di quel genere di attenzioni a cui Robert l’aveva abituata fin dal momento in cui, ancora ragazzino, aveva cominciato a corteggiarla. ‘Roba che si sfoggia al primo appuntamento o quando si spera di farle aprire le gambe.’ Era stato il caustico pensiero della vampira nel momento in cui era salita in auto, un modo come un altro per non soffermarsi troppo a pensare al romanticismo espresso da quel comportamento. ‘Un primo appuntamento che dura da trent’anni.’ Aveva sbuffato tra sé quando già stavano abbandonando il quartiere diretti verso il centro città.
«Angie, sei sicura di voler andare da sola?» La voce di Robert la raggiunse a fatica nella profondità dei suoi pensieri. «Randal Walsh tratta con la peggior feccia della città ed anche tra loro ha una pessima fama.»
«Sei caro a preoccuparti.» Le parole scivolarono meccanicamente tra le labbra, sterili e prive di una qualunque intonazione. «Ma ormai dovresti sapere che la feccia non mi spaventa, semmai il contrario…»
«Ma Walsh, lui …» Nonostante gli anni di esperienza sull’argomento, Robert faticò a proseguire.
La piega presa dalla discussione risvegliò un barlume d’interesse nella Cainita «Walsh è uno di noi, fa parte della stirpe maledetta.» Ribatté occhieggiando il profilo del proprio servo per cercare di coglierne i pensieri per mezzo delle espressioni. «E’ un vampiro.» Enfatizzò la parola ed attese per qualche secondo prima di proseguire. «Non ho niente da temere da lui.» Mentiva. Nonostante l’incontro con Walsh, il cui pittoresco soprannome Bulldozer diceva molto della sua attitudine verso il prossimo, la atterrisse, non intendeva dimostrare debolezza dinnanzi ad un servo. Era brava a mentire, molto più di quanto Robert fosse propenso a metterne in dubbio la parola.
«Mi sentirei più tranquillo se potessi accompagnarti.»
«Walsh non accetterebbe di trattare affari alla presenza di un mortale. Ne abbiamo già discusso mi pare.» ‘E poi non voglio fargli sapere quanto conosci dei vampiri.’ Stava cominciando a spazientirsi e non fece nulla per nasconderlo.
Nel parlare Robert alternava lo sguardo tra la guida e la ragazza. «Ho incontrato il suo vice in un campetto da basket questo pomeriggio, non è un vampiro e non lo sono nemmeno i quattro scagnozzi che l’accompagnavano. Eppure quando ci siamo salutati mi ha detto che ci saremmo visti questa sera, loro ci saranno, ne sono sicuro.»
«A quanto pare non sono stata chiara quando ti ho spiegato la differenza tra suggerimenti ed ordini.» Il gelo che seguì quella dichiarazione fu tanto intenso da stringere un cerchio di dolore attorno al capo dell’uomo.
«Ti chiedo scusa, Angelica, non era mia intenzione mettere in dubbio i tuoi ordini. Solo… beh, non posso fare a meno di preoccuparmi per te, mi spiace.»
«Sei caro a preoccuparti.» Ripeté lei, usando un maggior trasporto; alle parole fece seguire una carezza sulla coscia dell’uomo. «Ma puoi stare tranquillo, Walsh ha tutto l’interesse a trattarmi nel migliore dei modi, siamo in affari da parecchio tempo ed ha solo da perdere nel farmi del male.» La carezza risalì fino al fianco e di lì al petto, alle braccia ed alle spalle. «Ora lasciami riordinare le idee.»
«Sì, Angie.»

I colori smorti della periferia erano stati sostituiti da quelli sgargianti della down town, di giorno centro nevralgico dell’attività affaristica della Città e di notte cuore pulsante della vita, dello svago e del peccato. Grandi cartelloni pubblicitari magnificavano le qualità di innumerevoli prodotti, le scritte al led scorrevano incessantemente raccontando le ultime notizie, le insegne luminose ammiccavano ai passanti e cercavano di attirarli verso i più disparati locali. Il rosso di un semaforo diede ad Angelica il tempo per soffermare lo sguardo sulla lunga serie di locandine appese al Music Wall. Nomi, volti e grandi sorrisi presentavano la prima dello spettacolo che Brodway aveva consacrato come rivelazione dell’anno, un musical fatto di tinte fosche e tonalità cupe il cui finale aveva conquistato le folle grazie ad un dozzinale messaggio di speranza.
Angelica fu avvolta dai ricordi dei giorni in cui, lungo quel medesimo muro, era stato il suo volto a sorridere alla nutrita folla dei suoi estimatori. Erano passati più di sessant’anni, quasi metà dell’esistenza innaturalmente lunga che il divenir parte della stirpe dei dannati le aveva garantito, e si trattava senza alcun dubbio del periodo di cui serbava il miglior ricordo. A quei tempi il sacro fuoco dell’arte rendeva speciale ed unica ogni sua notte, era uno dei soprani più ricercati della Città ed il suo Sire, il padre che qualche decennio prima le aveva fatto dono della vita eterna, la teneva al proprio fianco come il più prezioso dei beni e la sosteneva con tutta l’influenza di cui era capace. L’avvenenza, la voce armoniosa e la facoltà di far vibrare ogni nota di intense emozioni l’avevano messa in grado di affascinare il pubblico, ma era stato solo grazie ai denari ed alle conoscenze di Maurice Bajo che aveva avuto l’opportunità di calcare i palchi dei più rinomati teatri d’opera della Città e di buona parte della costa pacifica. Il suo nome era giunto ben più lontano e, nel periodo del suo maggior fulgore, le era valso inviti in numerose nazioni europee ed asiatiche, opportunità a cui aveva rinunciato su consiglio del suo mentore: per un Cainita viaggiare poteva essere un’impresa pericolosa ed inoltre non era saggio attirare troppo l’attenzione dei media che presto o tardi avrebbero potuto cominciare a muovere strane illazioni sull’eterna giovinezza della loro beniamina. Era stato difficile sentirsi così vicini al proprio sogno di grandezza ed essere costretta a rinunciarvi, ma a quei tempi non vi era nulla che per lei avesse maggior valore del soddisfare le richieste del Custode: se anche le avesse chiesto di abbandonare le scene ed esibirsi per lui solamente lei l’avrebbe fatto senza la minima esitazione. Erano solo i suoi gli occhi da cui desiderava essere guardata, solo il suo plauso aveva un valore, solo per raggiungere il suo cuore e la sua anima d’artista lei metteva tutta se stessa in ogni vocalizzo.

Il semaforo diede via libera, Robert premette sull’acceleratore e la macchina riprese la sua corsa. Angelica ruotò il capo e per quanto le fu possibile cercò di non perdere di vista l’ultima delle locandine, quando questa scomparve inghiottita dalle luci dei fari delle auto in coda, la vampira tornò a guardar avanti a sé con un gesto nervoso. ‘Ti eri scordato di dirmi che il prezzo per l’immortalità sarebbe stato la morte dell’arte.’ Gli echi di quel pensiero l’avvolsero e ne nutrirono il rancore. L’amore di un tempo era divenuto odio ed in quel momento nulla le avrebbe dato più piacere di poter porre fine alla secolare esistenza del suo Sire.

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«Tieniti fuori vista ma cerca di non allontanarti troppo.» Le dita tamburellavano nervosamente sul bracciolo della portiera. «Non so quanto tempo mi ci vorrà ed una volta finito potrei avere una certa fretta.»
«Ad un paio di isolati da qui c’è un supermercato aperto ventiquattro sette, aspetterò lì.» L’uomo indicò il cellulare poggiato sul cruscotto. «Uno squillo e sarò da te in meno di cinque minuti.»
Angelica portò la mano verso la tasca del giubbotto e mosse le dita attorno al bozzo del cellulare. Aveva sempre vissuto a stretto contatto con il mondo dei mortali ed il suo interesse per la loro evoluzione sociale e tecnologica le aveva permesso di tenersi sempre al passo con le ultime novità. Negli ultimi anni però si era resa conto di guardare alle innovazioni con un certo sospetto. Era capace di usare un computer e di collegarsi ad internet, sapeva come gestire una telefonata multipla con un I-phone, si era tolta la curiosità di frequentare alcuni social network, ma considerava tutte quelle attività come dei fastidi accettabili solo se non era possibile fare altrimenti. «Ti lascio la sacca, cerca di non perderla.» Rispose mentre apriva la portiera ed abbandonava le note di Chopin dell’autoradio per essere assalita dalla cacofonia dei suoni della Città.

Il Moonbridge era un locale frequentato da un buon numero di giovani, ragazzi e ragazze tra i sedici ed i venticinque anni che amavano sperperare il denaro dei genitori nei locali più in e, per farlo, erano disposti a sorbirsi lunghe file, affrontare il capestro delle selezioni all’ingresso ed a mescolarsi nella bolgia di luci accecanti e musica assordante. In quella maggioranza di pecore Angelica riconobbe un buon numero di lupi. Che si trattasse di spacciatori, piccoli delinquenti o uomini tra i trentacinque ed i quaranta alla ricerca di una ragazzina da potersi portare a letto, il loro atteggiamento era diverso: loro non vivevano il fascino del luogo e non si lasciavano distrarre da nulla di quel che li circondava, il loro unico interesse, il catalizzatore di ogni loro attenzione era la varia umanità da cui erano circondati. Angelica aveva imparato a sfruttare i locali notturni come terreno di caccia e spesso si esibiva come cantante per appagare il proprio edonismo ed avere occasione di mettere da parte un po’ di contanti, non aveva però mai messo piede in un luogo come il Moonbridge. Entrare era stato più facile del previsto, le era bastato seguire le istruzioni di Robert e presentarsi ai buttafuori dando il proprio nome e dicendo di avere un appuntamento con Walsh: in meno di un minuto aveva saltato almeno un’ora di fila ed era stata accompagnata attraverso l’interno da un omaccione vestito di un completo nero di sartoria sotto al quale spiccava il bianco candido di una maglietta con scollo a ‘v’. Il buttafuori le aveva fatto strada lungo il corridoio d’ingresso e si era fermato alla fine di quest’ultimo per indicarle una scala sul lato opposto del locale. Alla base di questa, le aveva spiegato, avrebbe trovato un suo collega che l’avrebbe guidata verso il piano superiore dove il Signor Walsh la stava attendendo. L’uomo si era poi congedato per tornare al proprio lavoro ed Angelica si era trovata sola ad affrontare l’inattesa tempesta delle proprie sensazioni. Tutto intorno a lei un’accozzaglia di mortali stava dando libero sfogo ai propri istinti più primordiali al ritmo frenetico e sincopato di suoni a cui ella mai avrebbe dato il nome di musica. Decine di corpi, centinaia di corpi, si agitavano per liberarsi dai pensieri e dalla tensione, per dar sfogo al richiamo della carne, per accondiscendere all’euforia provocata dalle droghe più disparate. L’odore acre del sudore era coperto solo in parte da quello agrumato o dolciastro dei profumi e dal sentore chimico delle macchine del fumo, la luminosità mutava di istante in istante pronta a gettare nell’ombra più fitta il medesimo luogo che un istante prima aveva fatto brillare come un faro. Decine di corpi caldi, centinaia di corpi in cui il sangue pulsava senza sosta fin quasi a ruggire nelle vene. Migliaia di mortali nell’atto di esprimere ed esaltare la propria vitalità e lei, unica tra loro immune allo scorrere del tempo, non poteva resistere al fascino di quell’orgia di vita. Il sangue rispose al sangue ed Angelica percepì dentro di sé il crescere del desiderio di nutrirsi, il bisogno di riempire il vuoto della morte con il calore del sangue che ribolliva tutto intorno a lei.

Come aveva scoperto fin alle prime notti della sua nuova esistenza, i vampiri venivano cambiati dalla morte necessaria alla rinascita ed il mutare del corpo dava una diversa valenza alle emozioni, imponeva dei limiti ed apriva la strada a nuove sensazioni. Un cuore morto, come quasi un secolo prima le aveva spiegato Il Custode, non era capace di provare emozioni, un corpo morto era libero dagli eccessi umorali dovuti ai meri processi chimici, un vampiro viveva le sue sensazioni attraverso il sangue e poteva essere in grado, con un minimo sforzo di volontà, di superare ogni turbamento potesse allontanarlo dalla lucidità. Il prezzo da pagare per questa nuova condizione era lo spezzarsi del vincolo che l’evoluzione umana aveva posto agli istinti atavici ed ai richiami bestiali. Ogni Cainita doveva imparare a fare i conti con la Bestia che si agitava in fondo al suo spirito, doveva imparare ad assecondarla quando possibile ed a tenerla a freno quando necessario; ogni vampiro, notte dopo notte, combatteva un’infinita battaglia con se stesso per potersi affrancare dalla forza delle pulsioni elementari. Simile ad un predatore inebriato dall’odore della carne fresca, Angelica assaporò la tentazione di mettersi a caccia e si figurò nell’atto di azzannare uno dei presenti, una visione capace di elettrizzarla e farla ardere di desiderio. La memoria della propria umanità, resa concreta da uno sforzo di volontà, le permise di anteporre le ragioni della logica al desiderio di appagamento e l’aiutò ad allontanare da sé la tentazione. Mentre usciva dalla folla e si dirigeva verso il buttafuori alla base della scala, la vampira ringraziò di essersi abbondantemente saziata con il sangue di Debra e quello di Robert. ‘Se fossi stata assetata sarei riuscita a resistere al richiamo del sangue?’.

I sospetti di Robert si erano rivelati fondati: Bulldozer non era solo, come un sultano d’oltre oceano sedeva mollemente al centro d’una colorita corte d’una ventina di servi e schiavi. La sala si sviluppava lungo una vetrata e si affacciava sulla pista da ballo del piano inferiore, Angelica ricordava di aver notato i riflessi dell’enorme specchio con cui era stata camuffata. Walsh si trovava nei pressi della finestra, sprofondato in una poltrona di pelle con i talloni posati sul ripiano di un’imponente scrivania di cristallo ed acciaio. Era vestito di pelle nera. I pantaloni erano aderenti, la giacca smanicata ed abbastanza ampia da ripiegarsi all’altezza del ventre, entrambi rilucevano di una vera collezione di borchie e cerniere. Il collo ed i polsi erano stretti in fasce di cuoio puntute ed il volto era stato reso ancor più truce da un tatuaggio che raffigurava la metà destra del teschio così come doveva essere sotto la pelle glabra, mentre il lato sinistro era coperto da una rada barbetta e da una pioggia di lunghe trecce di capelli neri come le ali d’un corvo.
La naturale baldanza della donna, così come l’eccitazione per il sangue da cui i suoi sensi erano stati solleticati, si ritirarono dinnanzi al prepotente avanzare del disagio: abituata ad avere a che fare con i mortali, Angelica aveva avuto poche occasioni per confrontarsi con un suo simile e nella maggior parte di esse si era trovata accompagnata dal suo Sire e protetta dallo status di lui. Lei e Walsh si erano messi in affari qualche anno prima, lei aveva fatto in modo che i suoi spacciatori trovassero terreno fertile nei locali che era usa frequentare e da lì la situazione si era evoluta fino a creare un lucroso giro d’affari per il vampiro. In cambio Angelica si era accontentata di poter stabilire alcuni dei propri rifugi all’interno della zona sotto il controllo di Walsh, un accordo proficuo per entrambi. Come aveva spiegato a Robert, il vampiro aveva più da rimetterci che da guadagnarci nel farle del male, ciononostante non riusciva a sentirsi tranquilla.
«Angelica, bellezza, vieni, vieni pure.» Contrariamente all’abbigliamento discutibile ed ai modi quantomeno ineducati, la voce di Walsh era piacevole, baritonale e capace di farsi udire anche nel chiasso di cui la sala era piena. Nell’avanzare la ragazza non perse occasione di osservare con attenzione il colorito insieme di uomini, donne, ragazzi e ragazze che circondavano il suo ospite. Con un piccolo sforzo di concentrazione spinse la vista oltre il limite della carne e giunse ad intravvederne le auree. La maggior parte di esse avevano la luminescenza normale in un essere umano ma almeno tre o quattro apparivano più pallide e sbiadite, il medesimo effetto che in passato Angelica aveva percepito osservando l’aura di Robert nei periodi in cui lo nutriva con il proprio sangue. ‘Ghoul’ Pensò. Servitori prescelti e resi più potenti e pericolosi per mezzo della Vitae, il sangue sovrannaturale dei vampiri. ‘A quanto pare Walsh non ama correre rischi.’
Pochi passi la dividevano dalla scrivania, lei finse di osservare oltre la vetrata e rallentò in modo da avere il tempo per studiare le sfumature dell’alone del vampiro. «Un gran bel locale.» Commentò. «Non è il mio genere, ma per quel che ho visto, è molto ben organizzato.» Come lei aveva sperato, Walsh colse lo sguardo e lo seguì fermandosi poi ad osservare il bailamme della sala sottostante. Le sfumature color lavanda della sua aura suggerivano che fosse curioso, il fondo azzurro non lasciava presupporre alcun genere di aggressività o tensione, il forte pallore lo identificava senza ombra di dubbio come un vampiro. Rassicurata da quell’indagine, lei poté dare maggior concretezza all’impassibile espressione di sicurezza che si era sforzata d’avere.
«Levatevi dai piedi.» Walsh non ebbe bisogno di usare lo sguardo per dirigere quell’ordine, tutti coloro che si trovavano nei dintorni della scrivania si allontanarono senza indugio. «Adam, un po’ di musica per la nostra ospite.» Qualcuno nella sala doveva essere in attesa di quella richiesta, perché in pochi secondi il frastuono della discoteca, diffuso nella sala attraverso degli altoparlanti, scomparve e fu sostituito da una sonata per violoncello di Brahms.
«Direi che ora ci siamo.» L’attenzione dell’uomo era tornata sulla vampira. «Quindi posa il culo e vediamo di risolvere questa faccenda il prima possibile.»
Se Walsh aveva fretta, Angelica non era certo da meno. Erano quasi vent’anni che stava organizzando la sua vendetta ed ora che il tempo era agli sgoccioli si era fatta sempre più impaziente di portarla a compimento. «La riunione è stata anticipata. A quanto pare uno dei Baroni è stato richiamato in Europa e vogliono risolvere tutto prima della sua partenza. E’ per domani notte.»
«Domani? Porca troia, non mi dai molto anticipo a quanto pare. Quando ci siamo sentiti ti avrei procurato i giocattoli nel giro di tre mesi, ne è passato uno e tu vieni a dirmi che la scadenza è domani?» Il vampiro teneva la poltrona reclinata all’indietro ed aveva una posa semi sdraiata, il braccio sinistro abbandonato a ciondolare sotto di lui e la mano destra intenta a giocare con i numerosi piercing che aveva sul volto.
Resa ancor più composta e dignitosa dall’atteggiamento d’abbandono dell’altro, Angelica annuì con serietà. «Sì, me ne rendo conto e ti posso garantire che sono stata presa di sorpresa quanto te.»
«Se se se, sei stata presa di sorpresa quanto me, ma intanto sei qui ed immagino tu sia venuta per ritirare la merce, non certo per cantarmi una serenata.» Una provocazione deliberata che Angelica finse di non cogliere ed a cui rispose con un sorriso.
«Sono qui perché siamo soci in questo affare e ritenevo di doverti avvisare di persona. Ora sta a te farmi sapere se hai quel che mi serve o se hai qualche cosa d’altro da propormi.» La curiosità le suggeriva di cercare di fare un nuovo tentativo di intellegere l’aura dell’interlocutore ma la prudenza le ricordò il rischio di poter essere scoperta. Non si trattava di un potere invasivo e non lasciava alcuna traccia di sé, ma, secondo gli insegnamenti del suo Sire, un vampiro dotato della necessaria sensibilità avrebbe potuto rendersi conto dello sforzo di concentrazione necessario ad attivarlo. Non avrebbe saputo a quale facoltà si stava cercando di fare ricorso, ma avrebbe potuto presumere che qualche cosa stesse accadendo e reagire di conseguenza.
«E così tu ci vuoi provare comunque?» Indice e pollice della destra stavano rigirando uno degli anelli stretti attorno al labbro inferiore. «C’hai più palle di quanto si direbbe a guardarti.» Nonostante la forma discutibile ed il tono di scherno, Angelica ebbe l’impressione che quello volesse essere un complimento. «O sei una fottuta imbecille a cui puzza di vivere e che vuole sperimentare l’ebrezza dell’ultima morte
«Tutto il resto è già pronto, domani o tra due mesi non fa alcuna differenza.» Rispose senza scomporsi. «Il Principe richiamerà tutte le sue guardie, il teatro sarà quasi deserto ed Il Custode sarà là dentro da solo.» Reclinò il capo verso una spalla ed osservò l’interlocutore con una dolcezza in netta contrapposizione alla freddezza dei toni ed alla durezza delle parole. «Non posso perdere questa occasione, non so se mai mi capiterà di averne una simile. Hai qualche cosa che potrebbe essermi utile, Walsh? Sì o no.»
Bulldozer la osservò in silenzio, i suoi occhi si fecero aguzzi e le diedero l’impressione di volerle penetrare nelle carni. Per alcuni interminabili istanti Angelica fu sul punto di arrischiarsi a provare una nuova analisi e, come precauzione, prese a diffondere il sangue all’interno del corpo per essere pronta a ricorrere ad esso qualora se ne fosse presentata la necessità. La vetrata a specchio doveva essere abbastanza spessa visto quanto riusciva ad isolare il luogo dal caos sottostante, ma un tuffo attraverso ad essa poteva essere la sua unica possibilità di fuga.
«Randal.» Borbottò l’altro, rilassandosi nuovamente. «Randal andrà benissimo. Se siamo soci in un fottuto affare di merda come questo, non possiamo perder tempo con inutili salamelecchi.» Una spinta di qualche centimetro bastò per portare i talloni dell’uomo oltre il margine della scrivania, i piedi caddero pesantemente verso il basso ed i tacchi degli anfibi batterono in due tonfi sordi. «Sì, ho qualche cosa che può aiutarti, Angelica. Meglio ancora di quello di cui avevamo parlato.» Dal tono colloquiale passò ad un richiamo più alto e sonoro. «Price, portami il gingillo che abbiamo preparato per la nostra ospite.» Angelica evitò di dar troppa importanza al muoversi dell’uomo ma non perse occasione per sbirciare alle proprie spalle e scoprire quale tra tutti i presenti fosse Price. Non fu una gran sorpresa scoprire che si trattava di uno dei tre Ghoul individuati poco prima.
Quando si avvicinò portava con sé una sorta di cofanetto di radica poco più grande di una scatola da scarpe, un oggetto elegante e dal sapore antico, in netto contrasto con l’accozzaglia di sciatto modernismo della sala e di coloro che la occupavano. Price dimostrava qualche anno meno di Angelica, un teenager con l’aspetto ed i modi del bullo da strada, un perfetto accompagnatore per un tipo come Bulldozer. La vampira si chiese quanti anni di vita gli erano stati concessi dal potere della Vitae del suo padrone, di quanto la sua età reale si discostasse da quella che dimostrava. Lei era stata molto parca nel nutrire Robert con il proprio sangue ed anche così l’uomo dimostrava almeno quattro o cinque anni in meno del reale.
«Ecco qua.» La riflessione venne interrotta dal rintocco del legno sul cristallo e dal successivo vibrare di quest’ultimo.
Walsh recitò la parte del bravo padrone di casa. «Ti pare questo il modo di comportarti davanti alla nostra ospite?»
Il servo colse l’ironia del padrone e fece l’errore di cavalcarla come in passato doveva essere stato abituato a fare. «Scusa, bellezza.» Dichiarò rivolto ad Angelica. «E’ che mi son distratto a guardare il tuo faccino.» Alle parole unì il gesto d’allungare una mano verso il volto della vampira e giunse a sfiorarne la guancia.
Fino ad allora immobile ed impassibile, Angelica reagì al contatto con tale velocità da lasciare il ragazzino privo di ogni possibile difesa. Forte della velocità concessa dal sangue, fece scattare la destra che abbandonò il grembo e si allungò ad imprigionare il polso dell’altro. Le bastò una mezza torsione, un gesto svogliato ed apparentemente privo di forza e Price cadde in ginocchio davanti a lei con i lineamenti contratti dal dolore.
«Se dovesse ricapitare, se avrai ancora l’ardire di toccarmi, non mi limiterò a torcerti il braccio, te lo strapperò dalla spalla e ti guarderò morire.» Al termine di quel sussurro suadente e prima di poter attirare troppo l’attenzione dei mortali che si trovavano all’altro capo della sala, rilassò la presa e lasciò il Ghoul libero di muoversi. Come un giocatore d’azzardo che con un rilancio spera di smascherare il bluff dell’avversario, Angelica si rivolse a Bulldozer con tutta la pacatezza di cui fu capace. «La servitù può essere un problema di questi tempi.»
Walsh scoppiò a ridere e la sua ilarità si levò a coprire le note della sonata fino a rimbombare nell’intera sala. «Più palle di quel che si direbbe a guardarti.» Dichiarò sull’onda dell’ultima risata. Un’occhiata bastò per congedare Price e farlo allontanare con un braccio dolorante ma lieto di essere ferito solo nell’orgoglio.
«Mi avevi chiesto qualche cosa di comodo da portare ma che facesse fottutamente male anche ad un succhia sangue tosto come il tuo vecchio, e come promesso ti ho trovato il giocattolino adatto.» Walsh accompagnò la parole con i gesti e dischiuse la scatola per prelevarne un grosso revolver di metallo brunito. «Una Smith & Wesson modello 625, la brunitura è stata fatta in Svizzera, ma non temere, non si tratta di cioccolata.» L’arma scivolò attraverso il piano di cristallo e raggiunse il bordo dinnanzi alla donna. «E’ compatta, facile da utilizzare e non si inceppa nemmeno se glielo chiedi.» Il vampiro parlava distrattamente e continuava ad armeggiare all’interno della scatola. «Ma quella è poca cosa, il miracolo l’ho fatto con questi.» Tra le sue dita comparve una cartuccia ottonata con punta svasata.
«Me li ricordavo diversi.» mormorò Angelica dopo aver studiato il piccolo gruppo di proiettili che l’altro aveva messo in fila come dei piccoli soldatini di piombo. «Queste sembrano pallottole da super mercato, Randal»
«Ed infatti hai ragione, questi sono diversi da quelli di cui avevamo parlato. Meno chiassosi e di gran lunga migliori.» Da un cassetto della scrivania estrasse una pistola automatica e dopo averne arretrato il carrello fece scivolare in posizione il primo proiettile dalla fila. «Questi li ha fatti un mio fornitore apposta per me. Come base ha usato delle normali cartucce .45 ACP ed ha fatto in modo da renderli praticamente identici. L’unica differenza è nel codice impresso alla base del bossolo.» Con l’indice colpì uno dei proiettili e lo spedì attraverso il tavolo fin in grembo ad Angelica, lesta ad afferrarlo al volo. «Ha aggiunto due lettere, L ed F, Luxifer Fecit. E’ un tipo con un sacco di problemi di ego ma nel suo lavoro è un vero genio.»
«Con tutto il rispetto per il suo genio, io non ho in programma una scampagnata, chi mi assicura che siano sufficienti a fermare Il Custode
«Donna di poca fede.» Sospirò Walsh con aria rassegnata. Poi il suo pollice si mosse e sbloccò il carrello della pistola. Il meccanismo scattò in posizione e portò il proiettile nella camera di scoppio. Con un gesto svogliato il vampiro distese il braccio e premette il grilletto. La detonazione riempì l’aria, seguita subito d’appresso dall’odore acre della polvere da sparo. Un grido soffocato mutò in un rantolo d’agonia e questo si confuse con un suono sfrigolante e con il fetore della carne bruciata. Angelica maledì l’acutezza dei propri sensi e seguì con lo sguardo la direzione indicata dalla canna ancora fumante della pistola. Walsh aveva sparato ad uno dei suoi schiavi, una ragazzina di non più di sedici anni, che si trovava a terra raggomitolata su se stessa, incapace persino di urlare il proprio dolore. Il ventre ferito riluceva d’un malsano lucore rossastro e gli abiti intorno alla ferita si erano ritratti ed anneriti. Lo sfrigolare, simile a quello di un tocco di carne poggiato su una piastra rovente, proveniva dalle viscere della malcapitata. «La carica di fosforo bianco è inferiore e coperta da una leggera camiciatura.» Spiegò il vampiro. «In questo modo si evita la fiammata iniziale e la combustione avviene dopo l’impatto.»
La vittima di quella sua crudele dimostrazione pratica emise un lamento simile all’uggiolare d’un cane. «Fatela tacere!» Ordinò la voce baritonale di Walsh. «E sbarazzatevi del corpo.» Un paio di mani grandi e callose pose fine alle lamentele della ragazzina, poi due uomini ne sollevarono il corpo e lo portarono fuori dalla sala. «Una tossica. Sangue buono per lo sballo, ma con il cervello fritto dalla merda che si sparava in vena. E’ riuscita a far abbastanza casino da attirare l’attenzione di agenti delle narcotici fuori dal mio libro paga.»
Angelica si limitò ad annuire. Non ci teneva a conoscere i retroscena dell’organizzazione di Bulldozer, né voleva dargli ad intendere quanto quella dimostrazione l’avesse colpita. La morte era una cosa a cui il tempo l’aveva abituata e lei stessa era stata causa della morte di svariate decine di persone, ma il cupo rossore del fuoco chimico che aveva visto ardere nel corpo della sventurata aveva risvegliato in lei le ombre di un terrore antico e senza nome.

La Bestia riconosceva il pericolo rappresentato dal fuoco e per questo lo temeva, agitandosi senza pace nelle sue viscere. Durante le sue prime notti, quando ancora non riusciva a controllare i propri istinti, Angelica si era scoperta incapace di sopportare la vista delle fiamme, a quel tempo un solo cerino era capace di risvegliare il terrore in lei e di spingerla ad allontanarsi; con il tempo aveva superato buona parte di quelle paure, ma non era mai stata in grado di liberarsi di esse e, secondo quanto le era stato insegnato dal suo Sire, mai ci sarebbe riuscita. ‘Non sarai mai libera dall’istinto fino a quando la Bestia non abbandonerà il tuo spirito.’ Le aveva spiegato. ‘Quando succederà, padre?’ Aveva chiesto lei, animata dal candore della speranza. ‘Il giorno in cui incontrerai l’ultima morte.’

Quel ricordo si frantumò e l’eco del franare dei suoi pezzi riportò Angelica al proprio interlocutore.«Il Custode è ben più coriaceo di una ragazzina, basteranno per lui?» Pronta ad esprimere perplessità con quella domanda la vampira poggiò comunque la cartuccia sul tavolo, un gesto fintamente disinteressato con cui allontanò istintivamente da sé l’origine delle fiamme mortifere.
«Noi bruciamo molto meglio dei mortali.» Ribatté Walsh. «E tu avrai a disposizione altre cartucce per finire il lavoro se la prima non fosse sufficiente.» Con due dita spinse la scatola attraverso il tavolo. «Erano sette pezzi, tolto quello che ho sparato te ne restano sei. Tu cerca di beccare lui invece del mobilio, e prima che finiscano il vecchio sarà schiattato.»
«Toglimi una curiosità, come hai convinto Il Verme ad aiutarti?» Le chiese quando lei stava già apprestandosi ad alzarsi. «Non è certo il tipo da lasciarsi incantare dei tuoi begli occhi o dal frusciare delle banconote.»
«Ha scoperto che è stato Il Custode a far ammazzare le sue bestiole nel sessanta ed è deciso a fargliela pagare. Quando ha interpellato il Principe per chiedere giustizia non ha ricevuto l’attenzione che sperava, così ha deciso di fare altrimenti.»
«Una gran bella fortuna per te.»
«Non direi.» Rispose la vampira mentre si sistemava il cofanetto sotto il braccio destro e si levava in piedi. «Ho impiegato gli ultimi vent’anni a far sì che Il Verme scoprisse tutta la faccenda. Io ero presente quando Maurice ha dato l’ordine di uccidere i suoi animali, quindi sapevo, il difficile è stato fargli arrivare la notizia senza dirgliela direttamente. Sai, non volevo correre il rischio che potesse dubitare di me una volta scoperte le mie intenzioni.»
Walsh rimase in silenzio e la osservò dal basso per una manciata di secondi. «Il tuo vecchio non avrebbe dovuto istruirti così bene prima di darti il ben servito.» Commentò. «In bocca al lupo, bellezza.»

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«Ho finito, ti aspetto davanti alla farmacia.» La chiamata era stata telegrafica, il tono indispettito e la donna aveva interrotto la comunicazione senza dargli il tempo di rispondere. Qualche minuto più tardi l’auto stava accostando al marciapiedi dove Angelica era appena stata avvicinata da un paio di ragazzi. Stanchi dell’attesa per poter entrare al Moonbridge, i due amici avevano notato l’uscita dell’avvenente ragazza e dopo essersi scambiati un’occhiata di complicità le si erano fatti incontro con il chiaro intento di rimorchiarla. Robert studiò i due, e dopo essersi accertato che non rappresentassero una minaccia per la sua signora, si concentrò su quest’ultima. D’abitudine Angelica reagiva ad attenzioni e lusinghe fingendosi più sussiegosa di quanto in realtà non fosse e mascherando il piacere del suo ego con una blanda ritrosia. Non apprezzava chi si prendeva troppe libertà e reagiva con durezza alle mancanze di rispetto, ma era innegabile che le piacesse essere al centro dell’attenzione. In quell’occasione, al posto del mezzo sorriso che s’aspettava, Robert trovò un’espressione rabbiosa.
Si affrettò a scendere e la chiamò da oltre il tettuccio della macchina. «Il tuo taxi è arrivato.»
Lei fece per muoversi ma uno dei due le posò una mano sull’avambraccio per trattenerla. «Che fai? Torni a casa per mezzanotte come Cenerentola? Su, chiedi a papino se puoi rimanere a giocare con noi. Qui dietro l’angolo c’è un bel locale che…»
«Toglimi le mani di dosso.» La musicalità aveva abbandonato la voce di Angelica e l’aveva resa simile allo stridere di unghie sull’ardesia. «E sparisci.» La solerzia con cui il ragazzo si ritrasse aveva il sapore amaro del terrore. Angelica era minuta, una spanna più bassa di lui e doveva pesare forse la metà. Non aveva fatto alcun gesto di minaccia, si era limitata ad una battuta secca ed irosa, tanto era bastato per spaventarlo e convincerlo a battere in ritirata. Robert sorrise, non era la prima volta che si trovava ad essere testimone di un simile evento, per quanto aveva compreso la sua signora era in grado di manipolare la mente dei mortali e di risvegliare in loro tanto la fascinazione quanto la paura. I due si allontanarono di buon passo e scomparvero tra la folla prima ancora che la vampira fosse salita in auto. Le portiere si richiusero con un tonfo sordo. «Al vecchio idroscalo.» Sentenziò lei prima di chiudersi in un mutismo pensoso e scocciato.

La macchina si staccò dal marciapiedi e venne fagocitata dal traffico denso e lento dei quartieri della vita notturna, poi si lanciò a maggior velocità lungo le highway, che dal centro città portavano verso la zona del porto dove si trovava anche l’idroscalo. Per l’intera durata del viaggio Angelica rimase rivolta al finestrino, lo sguardo perso oltre al vetro verso la discontinua massa di luci della Città. La vampira amava quel tratto di strada simile ad un gigantesco serpente le cui spire di cemento si arrampicavano lungo il costone dei colli per compiere un ampio circolo intorno alla Città prima di tornare a scendere in direzione del mare; in più di un’occasione aveva chiesto a Robert di accompagnarla ad una delle piazzole di sosta ed era poi stata per minuti ed ore immobile ad osservare l’eterna danza con cui la vita si spostava da un quartiere all’altro.
Con il giungere della discesa l’incanto ebbe fine. «Ricordi dove sono i magazzini della Belas Trade?»
«Vicino allo snodo ferroviario tra porto e idroscalo. In fondo a quella stradaccia piena di buche, nemmeno al posto dell’asfalto avessero steso dei biscotti.»
«Puoi lasciarmi all’ingresso della strada.»
«Se non ricordo male davanti ai magazzini c’è un parcheggio, se vuoi posso aspettarti lì.»
«Sto andando a trovare un misantropo asociale. Convincerlo a ricevermi è stato troppo difficile per rischiare di rovinare tutto arrivando in due.» Sentenziò. «No, andrò da sola.»
«Come desideri.»
Il porto era in fermento: tre immense porta container avevano da poco concluso le procedure di sdoganamento ed erano ancorate lungo la banchina, prigioniere in un intrico di gru. I suoni dei lavori di scarico e trasporto si spandevano in tutta l’area portuale e giungevano fino alla strada maestra con forza sufficiente ad attraversare i finestrini ed a competere con le note struggenti dell’attacco della prima ballata di Chopin. Una larga curva portò l’automobile a dar le spalle alla costa e ne diresse il muso verso la base delle colline nel cui abbraccio era stato ricavato l’idroscalo. La luce dietro di loro fu compensata dalla semi oscurità verso cui procedettero per qualche minuto e si addensò mentre costeggiavano l’ultimo tratto della ferrovia, la coda larga e ramificata del lungo drago che collegava tutti i punti nevralgici della città.
La massicciata su cui correvano i binari venne presto interrotta dalla luce lampeggiante di un casello e Robert guidò l’auto in direzione del passaggio a livello, per passar poi oltre e lasciarsi inghiottire dall’oscurità della zona d’abbandono e decadenza che si trovava alle sue spalle.
La strada sconnessa fece sussultare l’auto. «Qui andrà bene.» Dichiarò Angelica con un sussurro spettrale. Robert accostò controvoglia, lei dischiuse la portiera prima ancora che l’auto fosse ferma e si proiettò fuori non appena le fu possibile. Una volta sceso, l’uomo la vide indenta a protendere il volto alla fredda brezza giunta dal mare, un gesto che per la vampira aveva una valenza simile ai sospiri di cui la morte e la conseguente atrofia dei polmoni l’avevano privata. Avvenne in silenzio: lui recuperò dal bagagliaio la sacca e gliela porse, lei l’aprì e ci infilò dentro il bauletto ricevuto da Bulldozer, poi se la gettò in spalla e si incamminò lungo la strada. Lui la seguì con lo sguardo fin dove l’oscurità, trafitta solo dalle luci di posizione dell’auto, glielo permise, poi tornò a sedersi al posto di guida. Ci mise qualche minuto prima di riuscire a far pace con la sgradevole sensazione di catastrofe incombente che sentiva agitarglisi nelle viscere così, quando infine riaccese il motore e la luce dei fari si spinse più avanti nelle tenebre, Angelica era già arrivata ben oltre la loro portata.

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I magazzini della Belas Trade erano in disuso da diversi anni, da quando la compagnia ugandese, manchevole nel trovare un accordo con le cosche a comando del porto, aveva cominciato a subire una lunga serie di incidenti ed era stata costretta a chiudere la propria sede in Città. Per qualche tempo i grandi fabbricati di cemento e lamiera erano stati occupati da una grossa banda ispanica. Grazie alla posizione periferica, ed alla facile accessibilità data dalla Highway, erano stati usati come punto di ritrovo e di scambio con un gran numero di gruppi di Bikers. A memoria di quel periodo di bevute, gazzarre, alcool, droga e folli prove di abilità e coraggio, il piazzale del parcheggio portava ancora su di sé un intrico di striature nere lasciate dagli pneumatici di centinaia di moto. Tutto era finito nell’arco di una notte. Dopo una breve indagine le forze congiunte della polizia metropolitana e della DEA avevano effettuato un’irruzione ed i pochi sopravvissuti allo scontro a fuoco che ne era seguito erano stati arrestati o si erano dati alla fuga per non fare mai più ritorno.

Ad attenderla Angelica trovò solo il silenzio ed un paio d’occhi giallastri. Un vecchio gatto di strada privo di buona parte dell’orecchio sinistro se ne stava seduto a qualche metro di distanza e la sbirciava con disinteresse. L’attenzione dell’animale rimase su di lei per qualche secondo, poi il felino sbadigliò con aria annoiata e si mosse verso quel che rimaneva della rete di cinta. Gli edifici erano cinque. Il primo, più piccolo, era stato costruito per contenere solo degli uffici amministrativi, gli altri quattro erano i magazzini veri e propri e levavano le loro volte a botte a più di venti metri d’altezza. «Il numero tre.» Ripeté tra sé la vampira.
Le porte a scorrimento, tanto ampie da permettere l’ingresso di due camion affiancati, erano chiuse e bloccate da una pesante catena arrugginita. Un piccolo ingresso pedonale si apriva sul battente di destra, simile al basculante per gatti di alcune porte da veranda. La sua catena era nuova, fermata dall’arco metallico di un lucchetto lucente ed aperto. Angelica cercò di ridurre al minimo il tintinnare delle maglie mentre le liberava dalla presa e faceva scorrere la catena fuori dalla sua sede, con eguale attenzione spinse la porta e fece il suo ingresso nell’oscurità del magazzino interrotta solo dai flebili fasci di luce che penetravano dalle fenestrature del soffitto. Visto dall’interno l’ambiente sembrava ancora più grande ed il suo essere completamente vuoto trasformava in eco qualsiasi suono, dai passi morbidi ed appena scricchiolanti di Angelica al ritmico ticchettare delle gocce d’umidità che cadevano dalle travature.
Nonostante avesse fatto ricorso alle proprie capacità per affinare i sensi molto oltre i limiti umani, Angelica non vide altro che un’immensa oscurità attorno a sé e, pur certa d’essere osservata, continuò ad avanzare verso il centro del magazzino. Passo dopo passo, eco dopo eco, fino al momento in cui non resistette alla tensione ad ai continui segnali d’irritazione della Bestia. «Ricardo, non sono dell’umore per simili giochetti. Vieni fuori, so che sei qui intorno!»
«Rrricarrrdo?» La erre rotolava simile ad un felino intento a far le fusa e dava corpo ad una voce spettrale fatta di sussurri sibilanti. «Rrricarrdo non c’è, Rrricarrdo è morrrto.» Alle parole si accostò un suono sinistro e graffiante, ritmato e pesante, come lunghi artigli chitinosi che stridessero contro il terreno ad ogni passo della creatura.
L’eco privò Angelica di un punto d’origine distinto e la costrinse a guardarsi intorno per qualche secondo prima di riuscire a scorgere la massa scura che avanzava tra le ombre.
Ricardo Valiente era stato un ispanico – almeno questo suggeriva il suo nome – ma nessuno dei suoi tratti somatici poteva essere fatto risalire a quell’etnia o a quella di nessun altro ceppo umano. La sua pelle appariva rigida con una grana così grossa ed irregolare da somigliare alle scaglie di un rettile, la peluria era quasi scomparsa e solo qualche misera ciocca di capelli ciondolava sporca e scarmigliata dalla sommità del capo. La bocca era larga e profonda, tanto piena di zanne da non poter esser serrata del tutto e la lingua, lunga quasi una spanna, quand’era in posizione di riposo ciondolava lateralmente fin oltre il mento. Una visione orribile resa ancor più insopportabile dalla limpidezza dello sguardo del vampiro. Quella bestia orrenda aveva infatti degli occhi grandi ed azzurri, lucenti come quelli d’un fanciullo innocente e tanto profondi da affascinare. Splendidi occhi d’uomo prigionieri di quel volto grottesco e mostruoso. Angelica aveva avuto modo d’incontrare il Cainita una mezza dozzina di volte, come in ognuna delle precedenti occasioni poté contenere un moto d’orrore, ma non evitare che questo le corresse lungo la schiena e mettesse in subbuglio la Bestia.
Impegnata a chetare i lamenti della propria parte istintiva, la vampira prese tempo. «Come devo chiamarti allora?»
La bocca dell’altro si piegò in un minaccioso mostrar di denti che lei preferì interpretare come un sorriso. «Sei ospite alla corrrte del Rrre del Sotto, la corrrtesia vorrrebbe che mi chiamassi Maestà.» Nell’insieme di sibili e borbottii con cui parlava Angelica credette d’udire una serie di suoni più acuti, simili allo squittire dei topi, al soffiare dei gatti ed all’uggiolare dei cani. «Ma la verrrità è che come tutti puoi chiamarrrmi Verrrme.»

Il Verme era uno dei vampiri più vecchi della città, a detta del Custode sarebbe stato annoverato nella cerchia degli Anziani od in quella ancor più ristretta dei Baroni, se solo avesse manifestato interesse a farne parte. Si trattava di una creatura schiva e potente, lontana dagli equilibri politici della Città e forse per questo ancora più pericolosa. Ogni Cainita prima di agire ai danni di un suo simile si trovava a fare i conti con un complesso equilibrio di vantaggi e svantaggi e non poteva dimenticare di mettere sul piatto della bilancia anche la possibile reazione degli alleati della sua vittima. Il Verme era pressoché immune a tutto questo, fino a quando non avesse compiuto un atto tale da meritare una condanna da parte del Principe o del Consiglio dei Baroni, non aveva da temere alcuna ripercussione. Ben conscia di questo, Angelica si era sempre comportata con cortesia e, anche se usava con lui un tono più colloquiale di quello che si sarebbe permessa con uno degli Anziani, aveva sempre cercato di non mancargli di rispetto.

«La disponibilità con cui mi hai accolto merita d’essere ricambiata con egual cortesia, Maestà, allo stesso tempo sarebbe sciocco da parte mia negare la verità delle tue parole, Verme. Dimmi quale nome preferisci ed io userò quello.»
Il Verme scoppiò in una risata umida e gorgheggiante la cui eco, invece di spegnersi via via, si fece più intensa e sonora fino a prender vita propria. Sparsi ai margini della sala si trovavano decine di animali: ratti, cani, gatti, piccioni e persino pipistrelli, giunti nel silenzio, ora rumoreggiavano per dar man forte al loro signore e padrone. «Rrricarrrdo, Rrricarrrdo va bene.» Sibilò.
Persino la tentazione di mandare al diavolo quella sorta di idiota, sempre pronto a cambiare idea ed a metterla nella condizione di doverne indovinare pensieri ed intenzioni, fu messa in secondo piano rispetto al disagio provocato da quell’innaturale concerto animale. Angelica si trincerò dietro un sorriso e ripescò dalla memoria un’aria d’opera con cui coprire la cacofonia di versi.
Il gracidare di mammiferi s’interruppe d’improvviso com’era cominciato ed il silenzio fu riempito dalla voce sibilante del Verme. «Meglio metterrrci in cammino. La strrrada è lunga e la via torrrtuosa.» Forse per istinto, forse in risposta ad un comando che Angelica non era stata capace d’udire o riconoscere, gli animali presero a muoversi e scortarono i due vampiri verso il fondo del magazzino. Tra zampettare e svolazzare Angelica seguì il proprio ospite fino ad un anonimo punto dello stabile, reso evidente solo dal capannello d’animali che gli si era formato intorno. Lì, a ridosso di una delle colonne metalliche su cui era posata la volta, si trovava un pozzetto d’ispezione bloccato da un chiusino metallico, lì Il Verme si diresse e la condusse.

Il Cainita sollevò il tombino senza sforzo apparente e, dopo aver afferrato in una mano le falde sbrindellate della tunica di stracci che aveva indosso, fece strada lungo la scaletta metallica. Prima ancora d’essere scesa al disotto della pavimentazione del capannone Angelica venne assalita dall’orrendo lezzo proveniente dal sottosuolo, una morsa così stomachevole da convincerla a rinunciare all’acutezza dei propri sensi pur di poterla ridurre. Con l’olfatto anche la vista l’abbandonò e l’oscurità si fece più fitta. Giunto alla base della scala, Il Verme si allontanò dalla pozza di luce grigia che scendeva dall’alto e scomparve, solo il raspare degli artigli adunchi con cui terminavano i suoi piedi le dava un’indicazione sulla sua posizione. Si sfilò la sacca dalla spalla ed armeggiò con l’apertura per tuffar poi un braccio all’interno. La ricerca durò però più del previsto, il suono dei passi della sua guida era quasi inudibile e la vampira, mossa dal timore di poterlo perdere, scese a patti con la necessità di dover dichiarare la propria sconfitta. «Ricardo, aspetta.»
Il vampiro si fermò e ruotò il capo per indagare sul motivo di quella richiesta, in tal modo Angelica ne distinse gli occhi nell’oscurità: due pozze colme di un malsano lucore verdastro simile alla perversione della più brillante luminescenza d’una lucciola. ‘Occhi che brillano come fuochi fatui.’ Aveva udito quelle parole molto tempo prima, quando il suo Sire le aveva illustrato alcuni dei molti diversi poteri a cui i suoi simili avevano accesso. ‘Capaci di vedere attraverso ogni oscurità, fatta eccezione solo per quella dell’anima.’ «E’ troppo buio per me, non ci vedo.» Gli spiegò. Poi sentì sotto le dita la presenza rigida e fredda dell’impugnatura della torcia elettrica e l’estrasse. «Ecco, ora possiamo proseguire.» Dichiarò facendone scattare l’interruttore e proiettando avanti a sé un fascio di luce brillante.
Ricardo grugnì il proprio incomodo e si voltò di scatto. «Sbrrrigati, da questa parrrte. La notte non durrrerrrà per semprrre.» Di passo pesante, goffo ed impacciato all’apparenza, il vampiro si dimostrò molto più agile e veloce di quanto Angelica si sarebbe mai aspettata. Per un breve tratto percorsero una vecchia galleria d’ispezione, probabilmente un accesso alle tubature dove scorrevano i cavi elettrici, quelli telefonici e le condutture del gas, poi giunsero alla fonte del lezzo che riempiva l’aria: un canale fognario delle dimensioni di una galleria autostradale al centro del quale scorreva placido e puzzolente un denso fiume di liquami. «E’ l’ultimo trrratto prrrima del depurrratorrre.» Spiegò Ricardo, convinto forse che ad Angelica potesse interessare quel genere di nozioni. «Rrrifiuti industrrriali, nemmeno i rrratti ci vivono.» La cosa pareva intristirlo e vista la corte di bestiacce di ogni tipo che aveva veduto in superficie Angelica non ebbe difficoltà ad indovinarne il motivo.

Da quel momento in avanti il loro percorso fu un alternarsi di passerelle e scale, di gallerie e cunicoli, di guadi e massicciate che non abbandonò mai la rete fognaria. Di quando in quando Il Verme si lasciava andare a qualche spiegazione e se solo avesse voluto Angelica avrebbe avuto occasione di farsi una vera e propria cultura sull’intricata giungla d’oscurità per mezzo della quale la Città si liberava dell’indesiderato. La sua determinazione ad arrivare in fondo le permise di sopportare il lezzo e lo sgradevole contatto con i liquami, la natura sovrannaturale della sua esistenza la preservò dal gran numero di malattie e patogeni a cui si trovò esposta, ma nulla riuscì a proteggerla da un progressivo incupirsi. Per il primo tratto aveva cercato di tenersi occupata mandando a memoria luoghi e punti di riferimento per costruirsi una sorta di mappa del percorso, poco più tardi aveva rinunciato: la scarsa visibilità offerta dal cono di luce della torcia elettrica e la complessità del luogo si erano dimostrate ben presto difficoltà insormontabili.
I minuti si fecero ore, e queste si concatenarono l’una uguale all’altra mentre la coppia risaliva dallo scalo merci fino al fronte del porto e da questo piegava in direzione del centro città. «Era davvero necessario partire da così lontano?» Borbottò Angelica quando la fuga dell’ennesimo ratto le fece piovere addosso alcune dense gocce d’un limo appiccicaticcio di cui preferì non indovinare l’origine. Una volta abbandonato il tratto iniziale, privo d’ogni genere di forma di vita, avevano incontrato il brulicare degli insetti e poi un alternarsi di questi e dei ben più grossi topi di fogna. Ad ogni passo la vampira poteva sentire attorno a sé il loro zampettare e spesso, nel muovere la torcia, incrociava i loro musi affilati, i loro occhi rossi, i loro denti ricurvi e giallastri. Grossi, numerosi, aggressivi e portatori di un’inestinguibile fame atavica, i ratti si erano avvicinati spesso con l’intento d’assaggiare quelle strane creature che osavano aggirarsi nel loro dominio, ma con gran sollievo di Angelica la presenza di Ricardo li aveva sempre convinti ad arretrare. In assenza del suo simile la vampira non avrebbe scommesso sulla propria incolumità. Di certo quelle creature non erano in grado di distruggere un vampiro e portarlo a confrontarsi con l’ultima morte, ma potevano ridurne assai male il corpo danneggiando muscoli e tendini, scalfendo le ossa e costringendo a sprecare molta della sua Vitae per rigenerarli.

Giunsero ad una sala simile a molte già attraversate in precedenza, una fossa di decantazione, una sorta di lago artificiale dove confluivano i liquami di molte caditoie. Con il riempirsi della vasca il liquido in eccesso esondava nel contenitore successivo, posto poco più in basso, ed il materiale pesante cadeva sul fondo per esser poi raccolto durante i rari cicli di pulizia. A differenza delle precedenti quella vasca risultava essere molto più grande, larga abbastanza perché Angelica non fosse in grado di distinguerne il lato opposto e forse per questo l’acqua al suo interno, pur limacciosa, appariva meno lercia. Ricardo si accostò al margine della passerella da cui il bacino artificiale era costeggiato, i piedi scalzi bagnati dall’acqua di sfioramento. Angelica aveva notato la naturalezza con cui il Cainita si muoveva all’interno dei liquami ma non era riuscita a farsene un’abitudine. In occasione dei guadi anche lei era stata costretta ad immergersi fin oltre il ginocchio, era stata una necessità a cui non aveva potuto sottrarsi ma che aveva affrontato con ribrezzo e di mala voglia. Per Il Verme si trattava di normale amministrazione, né più né meno di quel che per lei poteva essere il passeggiare lungo un marciapiedi delle vie del centro. La vampira non ebbe il tempo per realizzare la pienezza del proprio disgusto. Sagome scure comparvero sotto il pelo dell’acqua e calamitarono ogni sua attenzione. Si trattava di una mezza dozzina di ombre indistinte, silhouette allungate che si muovevano ondeggiando e parevano dirette verso il punto in cui si trovava il vampiro.
«Ricardo …» Mormorare quel richiamo era stato istintivo, non tanto per l’incolumità del Cainita, quando più per non correre il rischio di perdere la propria guida. La risposta fu un ringhio gutturale seguito da un umido schiocco della lingua, un verso privo di ogni sonorità umana al quale le sagome risposero con un improvviso scatto in avanti. Nel veder l’acqua levarsi in densi schizzi limacciosi Angelica si fece da parte e trovò riparo alle spalle di Ricardo. L’iniziale scroscio fu sostituito dal suono più basso e regolare dello sciabordio e onde non più alte di qualche centimetro tracimarono il bordo della vasca lambendo le scarpe ormai lerce della vampira.
Il Cainita si chinò in avanti ed Angelica si trovò suo malgrado a far capolino ed a distinguere le creature che si erano presentate al loro cospetto. Si trattava di alligatori, forse di coccodrilli – non era in grado di riconoscerne le differenze –, di dimensioni mastodontiche. Quattro bestie ben più lunghe della berlina Mercedes con cui lei era solita viaggiare. Sette, forse otto metri dalla testa alla coda, di cui una ragguardevole porzione destinata alle mascelle sproporzionate e colme di denti. Creature in grado di spaventare anche un essere immortale come Angelica, eppure intente a contendersi le attenzioni del Verme come un gruppo di cuccioli docili e mansueti. Il vampiro aveva teso le mani e dedicava loro carezze, moine e delicati buffetti con un atteggiamento molto simile a quello d’un padre nei confronti dei propri pargoli. Se vi era tra loro una qualche forma di comunicazione, cosa di cui Angelica era certa visto il continuo borbottare d’entrambe le parti, lei non fu in grado di comprenderla e fu quindi costretta ad affidarsi solo alle parole del suo simile.
«Sono i miei piccoli, i miei tesorrri. Non sono merrravigliosi?» Gongolò e gorgogliò. «Insieme ai loro frrratelli contrrrollano tutti i tunnel qui intorrrno, nessuno può andarrre o venirrre senza che lorrro lo sappiano. Sono i miei occhi … e le mie zanne.» Sul finire di quella spiegazione Angelica comprese perché Il Verme venisse considerato – e considerasse se stesso – il re del sottosuolo: con creature simili al suo servizio era in grado di proteggere il proprio dominio senza alcuna difficoltà e di garantire al Principe un tale livello di sicurezza da valere senza alcun dubbio i molti privilegi che gli erano stati accordati.
La sensazione d’essere osservata la scosse da quella riflessione. Ma non era Ricardo a guardarla, lui l’aveva nuovamente messa da parte e stava prodigandosi in effusioni per i suoi mostri, bensì uno degli alligatori. L’animale si era lasciato andare alla lenta corrente e questa l’aveva portato parallelo al margine della pozza, da quella posizione era in grado d’inquadrarla con un occhio solamente ma tanto era sufficiente. Nelle profondità di quell’occhio scuro ed apparentemente privo di vita Angelica credette di distinguere consapevolezza ed intelligenza come mai aveva ne aveva vedute in un animale. Più per curiosità che per logica la vampira si concentrò e fece ricorso alle proprie capacità di percezione delle auree. Secondo gli insegnamenti ricevuti dal Sire e per le esperienze accumulate, Angelica si aspettava di non veder nulla più della leggera luminescenza che circondava ogni creatura vivente; gli animali infatti mancavano di un’emozionalità abbastanza complessa e consapevole da poter proiettare nelle colorazioni cangianti proprie degli esseri umani. Con suo stupore l’aura dell’alligatore portava con sé l’ombra blu scura del sospetto e dimostrava anche di avere le caratteristiche di pallore tipiche dei Ghoul. ‘Li nutre con la sua Vitae!’ Quella rivelazione fu quanto di più ripugnante avesse provato fin da quando si era calata nella rete fognaria. ‘Animali Ghoul. Per questo sono tanto grandi e … intelligenti?’ Tornò a fissare l’alligatore ma non ebbe modo di poter trovare risposta a quel dubbio: Il Verme si era levato ed aveva ripreso a muoversi.
«Da questa parrrte. Siamo quasi arrrivati.»

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I cunicoli erano andati stringendosi e nell’ultimo tratto Angelica fu costretta a camminare china in avanti per evitare di battere il capo sui grossi tubi che percorrevano il soffitto l’uno parallelo all’altro. La galleria risaliva con un’inclinazione superiore ai trenta gradi, l’umidità aveva favorito un proliferare di muffe e la vampira doveva puntare entrambe le mani alle pareti per sostenere il proprio peso ed evitare di scivolare. Ricardo, grazie agli artigli adunchi di cui i suoi piedi erano dotati, non aveva alcun problema ed anzi riusciva a muoversi con la medesima agilità. ‘Adatto a vivere nel proprio ambiente. Come tutti gli animali.’ Quel pensiero sprezzante continuò a riecheggiarle nella mente per tutta la salita e scomparve solo quando la sua guida si fece da parte e le mostrò lo slargo a cui erano arrivati. Tre o quattro metri quadrati di pavimento umido e sudicio attorno a cui erano ben visibili alcune vecchie tubature sigillate e sulla cui estremità opposta saliva una rudimentale scala fatta di archi di metallo infissi alla parete.
«Siamo sotto al teatrrro. Quella scala porrrta alle fondamenta, non c’è mai nessuno laggiù.» Spiegò in modo spiccio. «L’alba sorrrgerrrà trrra poco, puoi passarrre il giorrrno qui.» Si fermò ad osservarla, la bocca mostruosa e piena di zanne fin troppo vicina, gli occhi azzurri pieni dell’innaturale luminescenza verdastra che gli permetteva di vedere nell’oscurità. «I miei cuccioli non farrranno entrrrare nessuno.» Specificò indicando il cunicolo discendente da cui erano giunti. «E nemmeno lo farrranno uscirrre.»

Angelica annuì per confermare di aver compreso il senso di quella precisazione. Il Verme non avrebbe concesso a lei ed a nessun altro di aggirarsi liberamente per il suo dominio e la fuga le era quindi preclusa, l’unica via d’uscita era procedere lungo la strada che lei stessa aveva tracciato negli ultimi vent’anni. Non aggiunse altro, rimase immobile e silenziosa mentre il vampiro scompariva oltre l’ingresso del cunicolo e si allontanava accompagnato dal graffiare d’artigli contro la pietra. La luce della torcia si era fatta più flebile, così, per non rischiare di poter rimanere al buio, la vampira cercò nella sacca le pile di scorta e se le infilò in tasca. Dopo aver sbrigato quell’affare urgente sistemò le poche cose che aveva con sé: stese una coperta a terra per non essere costretta a giacere sulla pietra umida, appese la sacca ai primi gradini della scala per non abbandonarla a terra con il rischio di bagnarne il contenuto e pose particolar cura nel trovare un posto sicuro per la scatola dove erano riposte la pistola e le munizioni.
Sedutasi sul proprio giaciglio improvvisato, si concesse qualche minuto per prendere coscienza delle proprie condizioni e si scoprì molto più inzaccherata di quanto avrebbe sperato ma meno di quel che i guadi le avevano fatto temere. Le gambe erano chiazzate dall’alone dei liquami fino a mezza coscia ma per il resto i vestiti avevano offerto una protezione abbastanza efficace e solo i capelli portavano i segni di qualche schizzo caduto dall’alto. Aveva appena terminato di ravvivare i capelli con qualche colpo di spazzola quando la sonnolenza si impadronì di lei, si trattava di una sensazione che fin dalle prime notti aveva imparato a conoscere ed a riconoscere. «L’alba.» La voce rimbalzò nell’angusto spazio con echi confusi e smorzati dal cemento. ‘E’ tempo di riposare, domani sarà una lunga notte.’ Se avesse voluto, avrebbe potuto combattere il sonno, in molte occasioni lo aveva fatto per necessità o per il caparbio desiderio di opporsi ai limite della propria condizione, ma questo le sarebbe costato un gran sforzo di volontà e l’avrebbe affaticata. Un prezzo troppo alto da pagare, ora che si trovava alla vigilia della propria vendetta. Si sdraiò sulla coperta, si assicurò attorno al polso il laccio della torcia elettrica e dopo averla spenta, spese qualche istante per cambiarne le batterie. Il buio ed il silenzio l’avvolsero, il levarsi del sole rese confuso il suo pensiero. Fu questione di istanti, non appena la volontà cessò d’opporsi la vampira cadde nell’oblio di un sonno profondo e privo di sogni, la perfetta controparte spirituale della morta immobilità del corpo.

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Un nuovo tassello aveva trovato posto, il palazzo era quasi completo ed al disopra di cinque ampie arcate la facciata bianca si mostrava in tutto il suo splendore. Due dita sottili e ricurve scivolarono sulla figura e la lisciarono con delicatezza. La mano pallida, macchiata dall’età, si mosse a caccia di un nuovo pezzo e l’accostò a quel che dell’immagine ancora mancava: sulla sua sommità una larga terrazza era appena abbozzata e tra le ombre minacciose delle garguglie si intravedevano alcune figure umane.

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La coscienza si risvegliò prima della carne ed Angelica sperimentò la sensazione d’essere prigioniera del torpore del corpo. Le membra erano pesanti, immobili, prive della disciplina necessaria al dare ascolto agli ordini impartiti dal pensiero. Non era nuova a quell’esperienza, con il tempo anzi era divenuta via via sempre più frequente e sapeva che l’unico modo per venirne a capo era consumare qualche stilla di Vitae per risvegliare i muscoli, o dar loro il tempo di liberarsi dall’opprimente presenza del sole. Per quel giorno il tramonto era previsto alle sei e mezza, visti i tempi e le abitudini di Maurice, aveva tempo almeno fino alle otto prima che questi congedasse i servitori a cui si affidava per la preparazione dopo il risveglio. Da quel momento in poi sarebbe rimasto da solo almeno fino a mezzanotte, anche più a lungo qualora avesse deciso di non lasciare il suo rifugio quella notte, un lasso di più di tre ore durante il quale ella avrebbe dovuto raggiungere gli appartamenti del proprio Sire per potersi confrontare con lui.
Il tempo non mancava, ma l’impazienza ebbe la meglio e la vampira investì una parte del proprio sangue per spingere il rimanente a diffondersi dal cuore verso gli arti rivitalizzandoli e scacciando l’intorpidimento di cui erano vittima. Levatasi a sedere mise mano alla torcia e l’accese. Attorno a lei nulla era cambiato, solo la coperta ed i suoi abiti portavano i segni del passare del tempo sotto forma di ampie chiazze d’umidità. Lei non ci badò, si limitò ad abbandonare la coperta là dove stava e dopo essersi gettata in spalla la sacca prese ad arrampicarsi lungo la scala. Quella serie di pioli proseguiva al di là della parete, all’interno di una sorta di cunicolo verticale e, oltre quest’ultimo, risaliva di diversi metri verso il mondo della superficie fino a fermarsi davanti ad una sottile nicchia vuota.
Superato il primo momento di stupore, Angelica si era presa qualche secondo per analizzare la situazione. La parete che aveva dinnanzi poteva apparire continua ad una prima occhiata, ma osservandola con maggior attenzione era possibile distinguere una linea di pietre più scure disposte ad arco, il vano di un’antica porta murato in un secondo momento. ‘Ma certo. Se all’interno del teatro ci fosse stato un ingresso evidente l’avrebbero di certo bloccato. Questo invece è un sottile muro di mattoni dove tutti pensano ci siano roccia e cemento.’ I suoi sensi sovrannaturali ed il semplice battere di qualche colpetto sulla superficie della parete confermarono quell’ipotesi. ‘Mattoni forati, ancora più facile di quanto pensassi.’ Un primo calcetto le servì a saggiare la resistenza del muro. Soddisfatta dell’esito di quella prova e fiduciosa di trovarsi in un luogo abbastanza remoto per non poter essere udita dai presenti all’interno, prese a martellare la parete con una serie di calci sempre più frequenti e potenti.

Anche un mortale di media taglia, se sufficientemente motivato, avrebbe potuto abbattere quell’ostacolo senza troppe difficoltà. La Cainita, ben più forte di quanto la sua figura snella lasciasse sospettare ed immune all’affaticamento, ebbe bisogno di qualche minuto appena per riuscire a creare una breccia abbastanza ampia da permetterle di scivolare all’interno. Grossi tocchi d’intonaco scricchiolarono sotto i suoi piedi e l’odore dell’aria viziata prese il posto del ben più sgradevole fetore delle fogne. Una rapida indagine con la torcia le permise d’accertarsi d’essere sbucata in una zona tranquilla e riparata, il cul de sac di un magazzino pieno di vecchi fondali striati di ragnatele. Ricordava di aver già veduto quel luogo nei primi anni venti, quando il suo mentore l’aveva portata a conoscere alcuni allestimenti d’opera tra cui anche i primi creati ed usati per una rappresentazione de ‘La fanciulla del west’.
Se ben rammentava si trovava tre piani al disotto della sala principale, separata da esso dai laboratori, camerini e dalla fossa del sottopalco, a cinque piani di distanza dagli appartamenti del suo Sire. La vicinanza risvegliò l’impazienza e questa prese forma di uno strano brivido che dal cuore si diffondeva attraverso il sangue ad ogni parte del corpo. «Pazienza, Angelica, pazienza.» Si ripeté giungendo a stupirsi di quanto strano ed alieno le paresse il suono della propria voce dopo tutte quelle ore di silenzio. «Il posto è buono, nessuno scende mai qui sotto e lo spazio non manca. Hai tutto il tempo per prepararti come si deve.» L’ambiente non era confortevole ma abbastanza pulito, anche se agli angoli delle pareti erano le ragnatele a farla da padrona e la maggior parte delle suppellettili erano coperte da un velo di polvere, la zona limitrofa all’ingresso, dove si trovavano una scrivania e l’archivio degli oggetti presenti, non aveva nulla da invidiare alla camera di un buon albergo. «Tutto in perfetta efficienza, come sempre.»

La scrivania era dotata di una lampada orientabile, cosa che le permise di abbandonare la torcia senza dover ricorrere alla lunga serie di neon di cui il soffitto era disseminato. Con la velocità e la precisione dell’esperienza la vampira usò il contenuto della sacca per allestire una vera e propria toletta, spartana ed essenziale, ma dotata di tutto il necessario. Senza alcuna fretta si spogliò fino alla completa nudità ed iniziò poi un’accurata pulizia per liberarsi di ogni segno residuo della sua traversata delle fogne, usò un piccolo catino di metallo smaltato per lavarsi i capelli che asciugò ed acconciò con precisione. Da alcune buste sigillate recuperò un cambio d’abiti e li indossò per dedicarsi poi, dinnanzi ad uno specchio ovale, ad un accurato trucco del volto e delle mani. Di tanto in tanto controllava l’orologio che aveva sfilato e posato accanto a sé, il tempo non le mancava ma non voleva correre il rischio d’attardarsi oltre il dovuto. «Otto meno un quarto. Il barbiere avrà finito il suo lavoro ed Enrico lo starà aiutando con il vestito.»
Conoscere tanto bene le abitudini del suo Sire e sapere quanto questi fosse metodico nell’assolverle era di certo un gran vantaggio per Angelica che quasi poteva figurarsi l’esatta posizione in cui lui si trovava in quegli istanti. Dopo ogni risveglio Maurice amava indulgere in lunghe abluzioni durante le quali Enrico, suo maggiordomo da ben prima dell’arrivo di Angelica, lo aggiornava sulle novità del giorno comunicandogli le notizie riportate dalla sua rete di spie e leggendo le pagine dei maggiori quotidiani nazionali. Era poi il momento della rasatura, della scelta dell’abito e della vestizione. Solo una volta completata questa prassi l’Anziano si sentiva pronto per iniziare una nuova notte e qualsiasi variazione o ritardo nell’assolverla aveva il potere d’irritarlo fin al limite della rabbia.

Durante il primo periodo in cui era stata la sua prediletta, quando ancora il cuore le batteva in petto, Angelica si era dimostrata molto curiosa riguardo alla necessità della rasatura giornaliera. In fondo, se come lui le aveva spiegato il corpo di un vampiro si cristallizzava nelle condizioni dell’istante della morte, quando l’abbraccio faceva di lui una creatura immortale, com’era possibile una ricrescita di barba e capelli? «Proprio perché ci rende eternamente eguali a noi stessi, mio giovane Angelo, tutto ciò che era nell’istante della nostra trasformazione ritorna con il calare di ogni tramonto. Quando il mio Sire ha dissanguato il mio corpo e mi ha chiamato a nuova vita con una stilla della sua Vitae le mie guance erano adombrate dalla barba. Per quante volte io possa tagliarla ella mi attenderà ad ogni risveglio in un ciclo senza fine.»
Pur se Il Custode non l’aveva mai esternato in modo esplicito, Angelica era certa che serbasse rancore per quella che considerava essere stata un’imperdonabile leggerezza da parte del suo creatore. Leggerezza che lui si era ben guardato dal compiere quando aveva deciso di trasformarla. «Oh no, tu non avresti mai permesso che la tua bambola avesse i capelli in disordine per l’eternità, tu sei stato ben attento al farle avere un taglio perfetto. Il tuo taglio perfetto!» Per un istante Angelica accarezzò l’idea di sforbiciar via i lunghi capelli di cui il suo mentore era sempre stato così fiero. Soprassedette con uno scrollar del capo. «No, non c’è tempo per questo, l’ora è giunta.» Come già aveva fatto con la coperta, abbandonò tutto lì dove si trovava e dalla sacca recuperò solo il cofanetto contenente la pistola.

La mancanza d’esperienza nell’affrontare membri della sua stirpe l’aveva costretta ad arrangiarsi con le poche informazioni raccolte durante le lunghe chiacchierate con Maurice. Fatta esclusione per i soli raggi solari, la prima nemesi dei vampiri era senza dubbio rappresentata dal fuoco – motivo per cui era stata costretta a coinvolgere Bulldozer per procurarsi delle munizioni incendiarie – ma anche la decapitazione risultava essere fatale ed in generale le armi da taglio, lacerando muscoli e tendini, potevano limitare la mobilità di un vampiro e costringerlo a consumare la propria Vitae per rigenerarsi. Le zanne, grazie alla loro natura sovrannaturale, erano in grado di causare ferite molto dolorose e difficili da curare, ma durante uno scontro era complicato poterle usare con efficacia. Il cavicchio attraverso il cuore, pur non risultando letale come voluto nella cinematografia classica, distruggeva buona parte delle riserve di Vitae di un vampiro e lo paralizzava nell’immobilità totale.
Angelica trovò il tempo di ripetersi per l’ultima volta quelle poche importanti nozioni mentre abbandonava il magazzino e percorreva il corridoio che l’avrebbe condotta verso i piani superiori. Il flebile bagliore delle luci di sicurezza, intensificata dall’acuirsi dei sensi della vampira, era quanto necessario per muoversi con sicurezza e gli abiti scuri che aveva scelto di indossare le permettevano di confondersi con maggior facilità tra le ombre delle scale. La praticità avrebbe suggerito di utilizzare dei pantaloni ma l’evento era troppo importante per vincolarlo ad un abbigliamento tanto dozzinale. Aveva trovato una via di mezzo vestendo una gonna aderente che scendeva fin a metà coscia per essere poi sostituita dalle calze. Il busto era stretto in un corpetto e sopra a questo la donna indossava una giacchetta. La vita era avvolta in una cinta allacciata in corrispondenza del fianco destro, le cui code di corda intrecciata scendevano fin quasi al ginocchio. Sul retro della cintura, nascoste alla vista dalle falde della giacchetta, vi erano due asole disegnate per ospitare pistola e pugnale.

I passi erano leggeri, traditi però dal ritmico ticchettare del tacco delle décolleté, un suono udibile a diversi metri di distanza, ma pur sempre troppo flebile per rappresentare la minaccia di poter essere scoperta: tesa e concentrata com’era in quel momento, Angelica sarebbe stata in grado di udire il respiro e forse anche il battito cardiaco di un umano ben prima che questi potesse avvedersi della presenza di lei. Di norma questo non sarebbe bastato, le guardie del Principe avevano da tempo abbandonato la propria natura umana ed erano Ghoul di gran esperienza, addestrati anche per affrontare la minaccia dei Cainiti, ma in quel momento nessuna di loro si trovava nel teatro. Erano lontani, impegnati a coordinare l’operato di ignari vigilanti mortali per garantire la sicurezza della ristretta cerchia dei Baroni, i più antichi e potenti tra gli Anziani, i veri dominatori della società dei vampiri della Città.
La scala che aveva imboccato, come il montacarichi posto accanto, collegava tutti i piani riservati ad artisti ed addetti ai lavori e giungeva fino al fondo del palco, protetta alla vista dal fondale e dalle numerose quinte. Far capolino da quella scalinata fu per Angelica un vero e proprio tuffo nel passato e la vampira venne travolta da vigorose ondate d’emozione. Sebbene fossero passati quasi cinquant’anni dalla sua ultima visita a quel teatro tutto le pareva identico a come l’aveva lasciato, persino l’odore delle tele verniciate dei fondali e del pesante sipario di stoffa scarlatta. Si trovava nell’area dell’edificio dove era più probabile incrociare il giro di ronda di uno dei guardiani, nonostante questo pensiero fosse scolpito a caratteri di fuoco nella consapevolezza della vampira, ella non fu capace di resistere alla tentazione di attraversare il palco per potersi affacciare oltre il sipario. Nell’arco di pochi istanti si trovò a rivivere i momenti più intensi della propria carriera: riassaporò l’emozione d’essere una giovinetta digiuna d’esperienza ma ebbra del piacere di calcare un palcoscenico, godette della gioia dell’udire lo scrosciare degli applausi, rivisse l’orgoglio di scorgere lacrime di commozione negli occhi delle prime file ed infine giunse la malinconia di poter vivere quelle sensazioni solo nei ricordi ed essere costretta, nella realtà di tutti i giorni, ad esibirsi in sciocche canzonette senz’anima. La sala era buia e deserta, il silenzio la riempiva ed una sola cosa mancava per renderla identica ai due eventi che più avevano influenzato la sua vita: Maurice Baio.

La prima era stata una sala ben più modesta, forse la metà della capienza e meno di un decimo dello sfarzo, quella del teatro in cui Angelica Frhom era arrivata al debutto come cantante lirica nel ruolo di Gilda nel Rigoletto. Un traguardo che le era costato anni di sacrifici e tentativi falliti e per il quale non si era fatta scrupolo di giacere in una dozzina di letti. Le sue origini umili non le avevano permesso di ingraziarsi il favore della critica e questo l’aveva condotta lungo la difficile via della gavetta e delle rappresentazioni di second’ordine nel tentativo di farsi notare, se non dal grande pubblico, almeno da qualcuno con le conoscenze ed i mezzi per poter investire su di lei. Molte erano state le promesse consumate in umidi orgasmi, ma fino a quel momento non era mai riuscita ad andar oltre a qualche piccola parte da corista od a rappresentazioni del nascente stile del musical nelle quali, oltre alle doti canore, poteva contare su grazia ed avvenenza. Quando Viktor Johres era entrato nella vita di lei, aveva portato con sé una ventata di novità in grado di riaccenderne le speranze: innanzitutto l’uomo sembrava preferire la compagnia di giovinetti efebici a quella delle fanciulle ed in secondo luogo aveva in mente un progetto preciso e concreto, una rappresentazione di Rigoletto per la quale mancava solo la protagonista femminile.
Le prove erano state estenuanti e per più di un mese Angelica non aveva fatto altro che vivere il proprio ruolo dall’istante del risveglio fino a quello in cui, spossata dalle lunghe giornate, non cedeva all’oblio del sonno. Giungere alla prova generale era stato come ridestarsi alla fine di un sogno e scoprire di essere riusciti a trattenerne una piccola parte tra le dita. Certo, i costumi e le scenografie non potevano competere con quelli dei grandi teatri d’opera, ma per il resto la compagnia non aveva nulla da invidiare a nessuna che lei avesse mai veduto sul palco. La sera della prima, quando l’emozione sembrava non potersi fare più frizzante, era giunta una notizia ferale: a pochi minuti dall’apertura delle scene la sala era ancora deserta. La sorpresa e la frustrazione si erano impossessate di lei, aveva abbandonato il trucco e si era precipitata sul palco per poter vedere con i proprio occhi, per accertarsi di non essere vittima dello scherzo di cattivo gusto di uno dei suoi colleghi. Lo sguardo si era perso tra file e file di poltroncine vuote prima di arrivare a fermarsi sull’unica figura presente, quella di un gentiluomo in abito da sera seduto nel settore centrale, là dove l’acustica era migliore. Mentre lo scrutava, lui aveva levato il capo ed i loro occhi si erano incrociati, in quell’istante la sala non le era più sembrata deserta bensì colma di quell’unica persona e fin troppo angusta per contenerla.
Viktor era giunto sul palco pochi istanti più tardi per incoraggiare i suoi artisti con un’ultima arringa, erano state parole accese e trascinanti a cui lei aveva a malapena dato ascolto. Malgrado le apparenze tutti i biglietti erano stati venduti, acquistati in toto dall’eccentrico e ricchissimo estimatore d’opera che sedeva in sala, una vera autorità in materia ed un nome in grado di portare fama e prestigio a tutti loro. Notorietà, successo, ricchezza, i cardini su cui aveva poggiato la propria esistenza, eppure in quel momento le erano sembrati effimeri e privi d’importanza: nulla avrebbe potuto spronarla a dare il meglio di sé più di quanto già avesse fatto il desiderio di compiacere quel misterioso ed affascinante sconosciuto.

Da allora la vita di Angelica era stata indissolubilmente legata a Maurice, fino a modellarsi intorno ai desideri di quest’ultimo. Grazie al suo appoggio aveva conosciuto i fasti della gloria e raggiunto l’apice della propria carriera, come sua protetta era stata iniziata alla natura del proprio mentore e resa partecipe dell’esistenza dei vampiri, creature immortali dalla volontà dei quali, in diverse occasioni, erano dipesi i destini della storia dell’uomo. Affascinata ben oltre il limite dell’amore, ella aveva vissuto anni di idillio come sua servitrice ed amante. Gli aveva donato con gioia il proprio sangue e con sorpresa aveva scoperto quanto piacevole potesse essere il morso di un vampiro, il Bacio come loro lo chiamavano, l’esperienza più simile al sesso concessa ai loro corpi morti. Si era inebriata della sensazione di onnipotenza che una sorsata di Vitae poteva suscitare e sperimentato i mirabili effetti che il sangue di un Cainita poteva sortire su un essere umano, dall’arrestarsi dell’invecchiamento al fortificarsi del corpo, fino al manifestarsi di alcuni dei poteri tipici della stirpe maledetta.

Trent’anni più tardi, in occasione dell’anniversario di quel primo incontro, Angelica aveva organizzato uno spettacolo in onore del proprio maestro ed in quello stesso teatro, proprio sul palco che stava calcando in quel momento, si era esibita per lui solo in alcune arie da camera di Bellini. Quel ricordo non l’avrebbe mai abbandonata, per quanto risalisse a quasi ottant’anni prima ogni dettaglio era ancora chiaro e vivido nella sua mente. Si trovava in quello stesso teatro, proprio sul palco che stava calcando in quel momento, ed Il Custode sedeva innanzi a lei, bardato d’eleganza ed avvolto nel fascino dei suoi molti secoli. Quando la musica era cessata e le ultime note si erano dissolte nella penombra della grande sala, il vampiro era rimasto immobile e silenzioso, non aveva dato voce ad alcun commento né aveva espresso approvazione con un applauso, si era limitato ad osservarla. Il dubbio di averlo deluso aveva iniziato a tormentarla e la donna, vittima di un profondo senso di colpa e del sapore amaro dell’inadeguatezza, aveva subito una dolorosa stretta al cuore. Stava per scoppiare a piangere quando Maurice aveva lasciato il suo posto e si era mosso in direzione del palco. Uno svolazzare della destra aveva congedato il pianista ed i due erano rimasti soli, divisi da pochi passi e dalle ombre ancora dense tra loro. Lui l’aveva raggiunta, il puntale del bastone aveva risuonato sulle assi del palco e si era fermato a qualche passo da lei, ancora abbandonata a terra dopo la conclusione dell’ultima aria.
Mai come in quel momento il vampiro le era sembrato imponente, maestoso nell’ergersi su di lei, senza però incombere, ed anzi proiettando un’ombra confortevole come l’abbraccio di una madre. La stava carezzando con lo sguardo ed i suoi occhi profondi e antichi erano umidi di lacrime, lacrime di sangue che l’interpretazione di lei era riuscita a strappargli. Quella notte, forse sull’onda dei sentimenti e delle emozioni suscitate da quell’esibizione, lui aveva deciso di elevarla alla schiera degli immortali. Ricordava con chiarezza l’incredulità con cui aveva accolto quella proposta, l’orgoglio da cui si era sentita riempire ed il trasporto con cui aveva accettato. Aveva atteso fremente il momento del morso, era trasalita quando le zanne le avevano lacerato la pelle in un primo istante, poi i brividi di piacere si erano sostituiti al dolore e lei si era abbandonata a lui, illanguidita ed ebbra d’amore. Il dissanguamento era stato lento. Lui l’aveva morsa ad un braccio, appena sopra il gomito, ed aveva bevuto a piccoli sorsi dandole tutto il tempo di percepire con chiarezza il proprio scivolare verso le tenebre. Mai, nemmeno per un fugace istante, aveva avuto paura ed anzi aveva accolto il freddo della morte con serenità, sicura che nulla le sarebbe potuto accadere mentre si trovava tra le braccia del suo signore, del suo Sire.

La malinconia si impossessò di lei. Il ricordo di quegli istanti scivolava negli interstizi della sua anima denso e dolce come il miele ed aveva il potere di lenire l’amarezza di quegli ultimi anni. Era una goccia di serenità attorno a cui cercare di riavvicinare i cocci di un’esistenza sbriciolatasi in decadi di odio e rancore, vissuta sempre e solo nel miraggio della vendetta. A circondare quel pensiero, come una danza di falene intorno ad una lampadina, giunsero gli echi di lontani sussurri ed il miele mutò in fiele quando la vampira ricordò quanta sofferenza lei fosse stata chiamata a pagare per la gioia di quei momenti, quanto presto l’entusiasmo del Custode fosse mutato in disinteresse e quanto breve fosse poi stato il passo per il disprezzo.
«Ti eri dimenticato di dirmi quali sarebbero potute essere le conseguenze, vero Maurice?» Sibilò tra i denti. «Hai voluto provarci lo stesso e ti sei trovato tra le mani un giocattolo rotto… razza di ignobile bastardo!»
Il ticchettare dei passi riprese ed accompagnò la vampira attraverso il palco e fino all’imboccatura di un corridoio di servizio. Seguendolo Angelica giunse sul retro dell’edificio ed alle scale per i piani superiori. I primi tre pianerottoli, al pari dei loro gemelli sul lato frontale dell’edificio, davano accesso ai palchi ed al loggione, la vampira si limitò a passare oltre. A differenza delle scale utilizzate dal pubblico, quelle su cui lei si trovava procedevano oltre il loggione e permettevano di raggiungere anche gli ultimi due piani del palazzo, il primo annoverato tra i Sancta Sanctorum usati dai vampiri per le loro riunioni ed il secondo adibito a residenza privata del Custode. La Bestia si agitò irrequieta ed un brivido, simile all’improvviso colpo di coda, traversò la schiena di Angelica: le successive rampe di scale erano le più pericolose dell’intero percorso, se fosse riuscita ad attraversarle indenne il suo piano si sarebbe potuto dire cosa fatta, ma se malauguratamente fosse incappata in qualche guardiano le cose avrebbero potuto complicarsi non poco.
Rallentò ed avanzò con maggior leggerezza, si addossò ad una delle pareti e tese allo stremo i sensi per cercare di cogliere ogni possibile segnale di presenza o movimento. Sapeva che alcune guardie del Principe erano in grado di rendersi invisibili, ma sapeva anche che gli individui dotati di quella facoltà erano rari, quindi sperava – a buon diritto – fossero stati tutti dirottati verso la riunione dei Baroni. Nonostante la logica di quel ragionamento, fino a quando non ebbe superato il pianerottolo del Sancta Sanctorum, la vampira non poté fare a meno di rodersi nel dubbio ed anche quando si fu lasciata alle spalle la pesante doppia porta oltre cui solo gli Anziani ed i loro ospiti avevano accesso, venne accompagnata dal seme del timore.

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La porta dell’ultimo piano non era chiusa a chiave, ma il filtrare della luce sotto ad essa rese Angelica molto prudente e la spinse ad ascoltare per diversi lunghi istanti prima di aprirla. L’unico suono proveniente dall’interno era la lontana voce di un violino, nulla di strano visto l’amore che Il Custode nutriva per gli strumenti ad arco. Il corridoio l’accolse nel proprio abbraccio barocco e la corsia di velluto rese silenziosi i passi con cui avanzò oltre la soglia. Era strano, ma anche dopo mezzo secolo d’assenza non poteva far a meno di sentirsi a casa, come se quel luogo più di ogni altro rappresentasse per lei quell’insieme di familiarità, protezione e ricordi in grado di meritare d’essere considerato tale. Mobili, soprammobili, quadri, tutto era al suo posto esattamente come lo ricordava. Solo in alcuni dettagli, là dove i segni dell’età potevano apparire più evidenti, la donna riusciva a distinguere indizi del tempo che era passato dalla sua ultima visita. L’ordine e la pulizia erano assoluti, maniacali e nella disposizione delle suppellettili, così come nella loro simmetria, Angelica riconobbe le forme regolari del pensiero di Maurice.
Salone, salotto, sala da pranzo, sala della musica, biblioteca. Alcuni dietro una porta, altri oltre un’arcata i vari ambienti si susseguirono ai lati del corridoio, mentre ad ogni passo il suono del violino si faceva meno soffuso. Quella che in principio le era sembrata una registrazione si rivelò essere un’esecuzione dal vivo e più di preciso l’esercitarsi di un violinista intento a studiare un passaggio particolarmente complesso. Anche l’origine del suono non era quella che Angelica si sarebbe aspettata: la musica non giungeva dal capo opposto del corridoio, dove si trovava la stanza di Maurice, ma da un punto mediano sul lato destro, in corrispondenza delle stanze degli ospiti, della stanza dove lei stessa aveva vissuto quando era la prediletta del suo signore. La curiosità vinse sulla prudenza e portò la vampira a soffermarsi in prossimità della porta per origliare. L’esecuzione era magistrale, il diteggio pressoché perfetto e l’intensità emotiva tanto struggente da farla vibrare in sintonia con le corde dello strumento. I secondi divennero minuti senza che lei se ne accorgesse ed il brusco interrompersi della musica la fece trasecolare come se avesse mancato l’appoggio di un gradino e stesse cercando di recuperare l’equilibrio per non ruzzolar giù dalla scalinata. Una bassa imprecazione in romeno le diede indicazione di quale potesse essere l’origine del musicista e la voce lo identificò come un maschio.
‘E così ora hai un nuovo giocattolo.’
La mano carezzò la maniglia con lo stesso vigore con cui il rancore carezzava l’idea di colpire Il Custode attraverso il suo pupillo. Quanto dolore avrebbe provato il vampiro nel vederla arrivare con la testa del violinista? Inconsapevole del pericolo che stava correndo, il giovane musicista riprese a suonare e tanto bastò a salvargli la vita. La melodia avvolse Angelica e mise il suo amore per l’arte in contrapposizione con il desiderio di vendetta. ‘No, non ora.’ Si disse. ‘Prima mi occuperò di Maurice e poi… chissà.’

Giunta sulla soglia della stanza del Custode sfilò la pistola dalla cinta e ne aprì il tamburo. Fino a quel momento, secondo il consiglio di Bulldozer, aveva tenuto vuota la camera di scoppio sotto al percussore per evitare spari accidentali. Giunta a quel punto caricò del tutto l’arma con l’ultima cartuccia a sua disposizione e ne armò il cane. ‘A noi due ora.’ Forte di quell’incoraggiamento dischiuse la porta e scivolò all’interno. Superato il disimpegno si affacciò alla stanza e si fermò, pronta a contrapporre un sorrisetto sardonico alla sorpresa di Maurice. La stanza era vuota e la sorpresa fu solo sua. Le bastò qualche secondo per saltar oltre lo stupore e prendere atto della situazione: la stanza aveva solo tre uscite, una conduceva alla cabina armadio, una al bagno e l’ultima, sulla cima di una scala, alla terrazza. Nessuna luce filtrava da sotto le prime due porte, nessun suono proveniva dalle stanze attigue, non rimaneva che una sola possibilità: la terrazza.
Con la pistola ben stretta nella destra e la sinistra che si arrampicava lungo il corrimano, la vampira risalì le scale due gradini per volta. Senza rallentare spalancò la porta ed accolse su di sé le mani fredde della notte. Lo sguardo saettò tutt’intorno fino a posarsi sulla figura di Maurice. Il Custode era in piedi nei pressi della balaustra, le dava le spalle ed aveva il capo appena piegato all’indietro, gli occhi rivolti al cielo. I capelli brizzolati erano preda del vento, alcune ciocche erano sfuggite alla piega ed al pari delle falde dell’abito sbandieravano ad ogni folata. Vestiva un completo chiaro d’un grigio assai simile a quello della pietra del parapetto, si poggiava sul suo bastone da passeggio la cui impugnatura d’argento aveva foggia simile a quella delle garguglie che ornavano la facciata del palazzo. Non poteva non aver udito la porta aprirsi e di certo aveva percepito i passi di lei e la presenza di un vampiro alle proprie spalle, eppure si era limitato a rimanere immobile, interessato solo alla volta celeste.

«Ti sembra questo il modo di accogliere un ospite, Maurice? Una simile mancanza di cortesia non ti si addice.» Non le fu facile impedire alla voce di tremare.
«Mi riesce difficile considerare ospite chi si presenta in casa mia senza esservi invitato.» Il Custode aveva parlato con pacatezza ma nella solennità dei suoi modi Angelica credette di aver riconosciuto una crepa. Nonostante le apparenze il suo Sire era meno sicuro di sé di quanto volesse darle a bere. «Quando poi giunge accompagnato dalle armi.» La calda enfasi di quelle parole fu guastata da un contrappunto di disprezzo. «Una pistola.» Sussurrò. «Non è solo nelle buone maniere che hai mancato d’imparare, Angelica.» Giunto a quel punto il vampiro prese congedo dal firmamento e ruotò sul posto per rivolgersi alla propria progenie. «Le armi da fuoco sono la scelta dei deboli, così prive di dignità… e servono a ben poco contro un Cainita, credevo di avertelo insegnato.»
«Ed io ho imparato, Maurice, ho imparato molto più di quanto avresti mai voluto insegnarmi.» Angelica non aveva smesso di tenerlo sotto tiro e la sicurezza della propria arma la rendeva baldanzosa. «Ho imparato a sfruttare le debolezze dei miei nemici, a far dei loro avversari i miei alleati ed a scegliere la giusta arma per ogni bersaglio.» Senza perderlo di mira fece ruotare la pistola di lato e proseguì. «Per te ho scelto dei proiettili incendiari, uno di questi in petto e ti trasformerai in un tizzone ardente.» Sentir menzionare il fuoco aveva reso più profonda la crepa nell’impassibilità del vampiro.
«A questo, dunque, siamo arrivati? Ad una tale ingratitudine? Hai forse dimenticato ciò che mi devi, figlia mia? Non per uccidermi, ma per profonderti in ringraziamenti e solo per quello dovresti aver l’ardire di presentarti dinnanzi a me. Al tuo Sire!» Maurice avanzò di un passo ed Angelica si sentì schiacciare dalla sua presenza, dall’alone di maestosità e potenza di cui il vampiro era ammantato. Sentì il sangue tremarle nelle vene ed il cuore, pur morto, ebbe un sussulto di paura. Arretrò del passo di cui l’altro era avanzato e strinse con maggior convinzione la pistola, si concentrò sul proprio rancore e lo usò come punto d’appoggio per opporsi alla bruciante sensazione di inferiorità. Un sorrisetto amaro le marcò le labbra. «Mi spiace, padre, ma ci vorrà ben altro per piegare la mia volontà.» Quasi sputò quel ‘padre’ ed usò un misto di derisione e disgusto mentre proseguiva. «Conosco troppo bene i tuoi poteri per caderne vittima, il tuo ascendente può condizionare le menti deboli dei mortali, non certo la mia!» Quella dichiarazione ebbe sul vampiro il medesimo effetto d’un chiodo in uno pneumatico. La figura parve afflosciarsi, la sensazione di disagio scomparve ed il velo d’incanto in cui Il Custode si era avvolto lo lasciò nudo ed inerme dinnanzi allo sguardo inquisitore della sua progenie.
«A quanto pare ti ho sottovalutata.» Parole di cupa rassegnazione fluivano dall’impassibilità ormai infranta. «Ed ora? Intendi ergerti a giudice della mia superbia e pronunciare la mia condanna? Vuoi davvero uccidere tuo padre, Angelica?»
Non la stava implorando, le sue non erano le parole lamentose di uno sconfitto, anche in quella situazione di inferiorità Il Custode, forte della propria composta pacatezza, appariva più simile ad un padre deluso.
«La morte è poca cosa paragonata al dolore che ho sofferto a causa tua.» Sibilò mentre agitava la pistola con aria minacciosa. «Tu hai infettato la mia esistenza come il più lurido dei parassiti, hai banchettato con i miei sogni ed hai usato la mia gioia per poterti sentire vivo. Hai divorato ogni cosa fino a quando non ti sei sentito sazio e poi mi hai gettata via come una bambola di pezza.»
«Piccola ingrata.» Per un istante Angelica credette che il vampiro le sarebbe balzato addosso e si tenne pronta a premere il grilletto. La sfumatura irosa scomparve ben presto dalle parole di Maurice. «Prima d’incontrarmi eri un cigno che sguazzava nel fango, circondato da oche. Io ho costruito per te un piedistallo d’alabastro e ti ho condotto alla sua cima. Senza di me non saresti mai stata niente più di una graziosa scarsella piena di talento, alla ricerca dell’uomo giusto a cui concedersi, per poter vedere il suo nome sul cartellone di una squallida rivista di borgata.»
«Avevo il talento.» Berciò lei. «Il resto sarebbe arrivato, avevo solo bisogno di un’occasione e per quanto tu fossi riverito e potente non eri certo l’unico in grado di offrirmela. Certo, altri avrebbero preteso che li scopassi per fare di me la prima donna della compagnia, e con questo?»
«Patetici omuncoli.» Sbottò il vampiro con aria di disgusto. «Che fanno dell’arte un così squallido mercimonio.»
«Credi forse d’essere migliore di loro? Tu?» Usò la pistola per indicarlo e sorrise poi con malvagità. «Loro comperano un corpo, tu il suo sangue. L’interesse è diverso, ma sempre di mercimonio si tratta.» L’eccitazione portò i canini ad estroflettersi e le diede un aspetto ancor più spietato.
«Io cerco l’arte, non il sangue.»
«Tu cerchi la vita, l’emozione, i sentimenti e li cerchi negli altri perché non sei in grado di averne di tuoi. Sei freddo ed arido, hai bisogno del calore degli altri e del loro sangue. Quando trovi qualcuno in grado di smuoverti dall’apatia ti aggrappi a lui e lo rendi prigioniero del tuo mondo perverso, forse ti illudi anche di amarlo ma la verità è che te ne sei invaghito solo perché hai bisogno di lui per poterti sentire vivo.» Le parole ruggivano come un fiume al di fuori degli argini, pronto a spazzare tutto ciò che gli si parava dinnanzi. «Non ero io ad aver bisogno di te, ma tu ad aver bisogno di me, razza di vecchio bastardo! Come ora hai bisogno del tuo nuovo pupillo, il violinista. E dimmi, lui lo sa già con che razza di mostro ha a che fare? Hai già assaggiato il suo sangue?»
Il Custode aveva sopportato con stoicismo la sfuriata della donna eppure non fu in grado di egual impassibilità nel momento in cui sentì nominare il protetto. «Tieni Niculae fuori dal discorso, lui non c’entra con tutto questo.»
Lei lo osservò in silenzio per una manciata di istanti. Fu poi il rancore a parlare per lei, l’odio nato dal sentire una nota di sincera preoccupazione nella voce del Cainita. «Ancora non ero sicura di cosa far di lui, ora mi hai tolto ogni dubbio. Quando avrò finito con te tornerò da lui e gli darò la peggior morte che sarò in grado di escogitare.»
«Non oserai!» Per sottolineare l’imposizione di quella dichiarazione il vampiro batté sonoramente a terra il puntale del bastone.
«Sembri più preoccupato per la sua morte che per la tua.» Mormorò con disgusto. «Molto nobile e molto stupido, non fai altro che darmi motivi per rendere ancora più atroce la sua morte.»
«Puoi disprezzarmi, puoi odiarmi, puoi volermi morto, ma non potrai non aver rispetto della sua arte.» Maurice era salito in cattedra e stava lasciando cadere dall’alto la propria saggezza, un atteggiamento capace di far risvegliare l’irritazione di Angelica come una nube di faville comparse per l’agitarsi delle braci.
«Come tu hai avuto rispetto della mia?» Sbottò levando la pistola con aria minacciosa e carezzando il grilletto come fosse sul punto di premerlo. Dinnanzi a lei Il Custode era rimasto immobile. Poggiato al bastone da passeggio teneva gli occhi scuri fissi in quelli chiari di lei, l’incarnato eburneo reso ancor più pallido dalla soffusa luce della luna.
«Conosci bene la differenza tra voi. Non avrà la tua tecnica o la tua esperienza ma nelle sue note c’è un’energia che tu puoi solo fingere. La sua è una rosa appena sbocciata, con petali carnosi imperlati di rugiada e capace di diffondere nell’aria la propria fragranza. La tua un perfetto fiore di plastica.» La tranquillità usata per quelle parole le rese ancor più spietate e spiazzò la vampira.
«E’… è stata colpa tua, lo sai. L’abbraccio…»
«Sciocca ragazza. Io ti ho donato l’eternità e tu hai il coraggio di rinfacciarmelo? Da quanti anni dovresti essere morta? Trenta? Quaranta? Forse cinquanta. E quanti anni prima la bellezza che ancora oggi t’incorona avrebbe dovuto cedere al tempo? Un secolo intero? Ti concedo il desiderio d’uccidermi, ma non l’ardire d’insultare la mia intelligenza!» Una nuova bordata d’incertezza assalì la mente della vampira e mise alla prova la sua determinazione. «Se ancora vivi lo devi a me e di questo dovresti ringraziarmi, quindi non cercare di scaricare sulle mie spalle colpe che riguardano te solamente.» Aveva levato il bastone e lo stava puntando verso di lei. In quella posizione i due rubini incastonati nell’impugnatura rilucevano d’un rosso cupo e davano un macabro tocco di vita all’effige della garguglia.
«Non sapevo cosa sarebbe successo.» Aggrappata al desiderio di rivalsa, Angelica riuscì a trascinarsi fuori dal senso di inadeguatezza che minacciava di risucchiarla. «Tu mi hai promesso l’immortalità, la giovinezza eterna ed un tempo infinito per poter affinare il mio canto. Hai taciuto che per avere tutto questo avrei dovuto sacrificare il mio cuore e la mia anima, i miei sentimenti e le mie emozioni. Mi hai ingannata!»
«Oh no, non ti ho ingannata, ho scommesso su di te ed ho perso.» Si strinse nelle spalle con noncuranza. «Ti avevo sopravvalutata, pensavo saresti stata in grado di far sopravvivere la tua arte alla morte, ma mi sbagliavo.» Approfittando del silenzio di Angelica la incalzò. «Non è stato l’abbraccio ad uccidere la tua anima, sei stata tu. Avresti dovuto prenderti cura di lei ed invece l’hai abbandonata in balia della Bestia e sei stata a guardare mentre veniva sbranata morso dopo morso. Ti sei trovata a poter scegliere tra l’ebrezza del potere e la purezza del sentimento ed hai preferito accondiscendere i tuoi istinti può bassi ed animaleschi.» Piegò il capo, fiutò l’aria e socchiuse gli occhi in un istante di meditazione. «Come immaginavo.» Sorrise. «La tua aura porta su di sé le chiazze nere della morte, hai ucciso di recente. E dimmi, figlia mia, lo hai fatto per necessità o per piacere? Hai ucciso per difendere la tua vita immortale o per soddisfare qualche oscena voglia?»
«Basta!» Ringhiò mostrando le zanne. «Non mi lascerò confondere dalle tue fandonie, Maurice, è inutile che continui a provarci!» Per l’ennesima volta la canna della pistola tagliò l’aria dinnanzi alla donna. «Il tuo rispetto per la vita e per gli umani non è altro che un bell’abito a festa usato per bardare un maiale, niente più d’una mascherata buona per incantare gli allocchi. Io e te sappiamo bene quanto sai essere spietato e privo di scrupoli.» Avanzò ancora d’un passo e distese il braccio. «Sarà un piacere vedere il fuoco che ti divora le viscere, e non appena lo spettacolo sarà finito mi occuperò anche del tuo violinista.» Come gesto di disprezzo la vampira sputò a terra. Una rossa chiazza di sangue si allargò a qualche centimetro dai suoi piedi.
«Spero troverai altrettanto piacevole anche la tua ultima alba. L’uccisione di un Anziano viene punita con l’ultima morte e sua Maestà ama molto giustiziare i condannati con l’esposizione al sole.» Il Custode parlava di morte con serenità disarmante. «Verrai incatenata alla base di un pozzo, circondata dai Ghoul del Principe e sentirai il sole salire sopra di te. Vedrai i raggi arrampicarsi lungo le pareti, da principio lo faranno lentamente poi andranno via via ad accelerare fino a quando la loro luce non ti investirà. Sentirai la tua carne ribollire ed esplodere dall’interno, i muscoli si seccheranno e nel contrarsi spezzeranno le ossa, gli occhi si liquefaranno e porteranno il calore del sole fino al cervello. Il tuo corpo diventerà un bel mucchietto di cenere annerita e la tua anima farà altrettanto.»

Angelica aveva avuto modo di sperimentare il tocco del sole, aveva riposto troppa fiducia nella protezione offerta da alcune pesanti tende e si era avvicinata ad una finestra. Era bastato il chiarore che filtrava da una zona consunta del tessuto per ferirla ed il dolore che aveva provato in occasione di quel breve e fugace contatto aveva superato ogni sua immaginazione. La Bestia aveva ruggito e la Cainita era fuggita in preda al terrore fino a rintanarsi in un cantuccio con la mente sconvolta dai latrati della propria parte animale. C’erano voluti giorni per sanare la piaga comparsa sul braccio ed anche dopo anni, a guardar bene, se ne poteva distinguere la cicatrice.

Scacciò quel pensiero ed affrontò con un ghigno quell’ultimo tentativo di confonderla. «Con la tua morte il Principe avrà bisogno di un nuovo custode per i Sancta Sanctorum, qualcuno capace di occuparsene veramente che non passi il suo tempo a ciondolare sempre e solo in un vecchio teatro, mentre cerca un nuovo artista da usare per sentirsi vivo.» Ribatté con convinzione. «In questi ultimi anni ti sei fatto molti nemici Maurice, tutti loro saranno lieti di essersi tolti un sassolino dalla scarpa. Saprò convincere gli altri che per loro valgo più da viva che da morta. Me l’hai insegnato tu, ricordi? Il Re è morto, lunga vita al Re.»
«E così tu ti senti pronta a prendere il mio posto, credi di poter assolvere ai miei compiti addirittura meglio di me.» Mollemente poggiato sul bastone, il vampiro levò l’altra mano per domare alcune ciocche e passò le dita tra i capelli per lisciarli. «Sei così arrogante da credere di aver potuto imparare in pochi anni quello che al tuo Sire è costato secoli d’esperienza. Ti ritieni così preziosa ed insostituibile da poter convincere il Principe ed i Baroni a soprassedere alla distruzione di un Anziano, a perdonare l’infrazione di una delle più antiche e sacre delle nostre leggi. Sei solo un’illusa, una mocciosa convinta d’essere adulta, una neonata che scambia l’attenzione data al proprio pianto per il potere di incantare.» Il vampiro appariva sconsolato, triste per la sconfitta di non averle saputo insegnare più che preoccupato per la propria esistenza. «Se anche avessi voluto fare di te il mio successore non sarebbero bastati tutti gli anni della tua esistenza per imparare il necessario. Non nego che tu sia abile ed arguta, naturalmente portata per l’intrigo. Ma anche se guardiamo lo stesso cielo notturno, io e te vediamo le cose in modo differente. Io cerco le stelle nel cielo, tu rimani commossa dal panorama metropolitano.»
Angelica lo interruppe con uno sbotto indispettito. «Continua, continua pure a guardare il cielo, vecchia mummia. Mentre tu contemplavi le stelle il mondo intorno a te è cambiato, la città ha mutato faccia, gli equilibri di potere di uomini e vampiri hanno trovato un nuovo assetto e tu… tu hai finito per trovarti dalla parte sbagliata di una pistola, ad un passo dall’ultima morte. A quanto pare le stelle sono pessime consigliere, o forse sei tu a non aver saputo interpretare le loro indicazioni, chissà.»
«Sciocca ragazza.» Quella dichiarazione ebbe il potere di raggelarla, non tanto per le parole quanto più per il tono di derisione. Nonostante avesse a più riprese cercato di influenzarla e confonderla Il Custode non aveva fatto sfoggio di alcuna baldanza ed anzi, fino a quel punto del confronto, era apparso remissivo, quasi avesse ormai accettato l’idea della sconfitta. Con quelle due parole la sua posizione era mutata radicalmente, non era più un prigioniero a confronto con la propria carnefice, ma un potente che trovava l’avversario innocuo e risibile. «La realtà a cui io guardo è eterna ed immutabile, l’unica degna dell’attenzione di chi viva l’infinità del tempo. Le verità che conosco superano la tua capacità di comprendere, sei troppo giovane e troppo inesperta per poter levare lo sguardo al cielo. Ed allora guarda, osserva, ammira la pochezza di quel mare d’insetti che sono gli umani per poterti crogiolare nella sensazione di grandezza che può darti il confrontarti con loro.» A conclusione del discorso il Cainita pose un secco rintocco del puntale del proprio bastone.

Un guazzabuglio di risposte sferzanti si assiepò nella mente della vampira, nessuna di esse trovò mai voce. Maurice non la stava più guardando, aveva lasciato scorrere lo sguardo oltre alla propria progenie. «Tutto fatto?» Chiese rivolto al nulla, ed il nulla rispose. «Come voi avete ordinato, mio signore.» La voce proveniva da un addensarsi d’ombra alla base di una delle garguglie sul lato opposto della terrazza, la statua stessa sembrava esserne l’origine. Incapace di vedere colui che parlava, Angelica non ebbe difficoltà a riconoscerlo, si trattava senza dubbio di Enrico, il maggiordomo di Maurice: intonazione e cadenza erano inconfondibili. La vampira reagì d’istinto alla presenza di quel potenziale nemico, scartò di lato e si allontanò di qualche passo, il sangue che ruggiva nelle sue vene le permise d’essere più veloce d’un battere di ciglia. Alternò lo sguardo tra il vampiro ed il luogo dove il Ghoul si celava alla sua vista, la pistola seguì gli occhi in quella danza minacciosa. Nell’osservare con maggior attenzione le parve di distinguere i contorni della figura dell’uomo, un ulteriore sforzo di concentrazione le permise di metterne a fuoco l’immagine. I suoi sensi sovrannaturali erano riusciti a lacerare la cortina d’illusione con cui Enrico aveva celato la propria presenza.
Lo stupore d’aver scoperto simili capacità in un individuo che aveva sempre considerato un inutile maggiordomo si sommò alla sorpresa per il mutato atteggiamento del Custode ed alla curiosità per quell’oscuro scambio di battute tra i due. «Non muovetevi!» Un istante più tardi si vergognò di quello strepito e si sforzò d’usare un tono più controllato. «Cosa hai fatto? Hai dato l’allarme? Quante guardie stanno arrivando? Parla se non vuoi che ti faccia saltare la testa!»
Enrico non le diede bado fino al momento in cui non fu Maurice a dargliene licenza. «La nostra ospite ti ha fatto una domanda, non sarebbe cortese lasciarla senza risposta.» L’uomo s’inchinò con deferenza e solo in seguito si volse verso Angelica.
«Le guardie hanno già assolto al loro compito, hanno catturato due degli sgherri di Walsh ed eliminato gli altri, non c’era motivo di dar loro ulteriore disturbo. Mi sono invece preso la libertà di congedarle.» Maurice annuì il proprio consenso ed il servo proseguì. «Nessuno verrà a disturbarci, su questo puoi star tranquilla.»
«Walsh? Che razza di storie ti stai inventando? Speri che creda ad una simile frottola?»
Il Custode si mosse, prese a camminare senza fretta con l’apparente intenzione d’attraversare la terrazza e tornare verso la porta che conduceva al suo appartamento. «Fermo! Dove credi di andare?» Angelica aveva perso sicurezza, persino la rabbia ed il rancore erano rimasti confusi da quell’inattesa evoluzione degli eventi. «Fai ancora un passo e sparo.»
Il vampiro si fermò, il suo volto eburneo era contratto in una maschera indispettita, priva d’ogni segno di timore o di indulgenza. «Ancora non hai capito, sciocca ragazza? Ebbene, andiamo fino in fondo allora. Spara!» La forza di quell’ordine esplose nella mente e nel cuore di Angelica e si trasformò in un tremito di terrore. La Bestia si ritrasse uggiolando e la lasciò sola a fronteggiare l’immane possanza del Cainita. Il potere di fascinazione del Custode si era riversato su di lei e la stava avvolgendo nei propri gorghi, la morsa da cui si era sentita stringere in precedenza, per quanto impietosa e soffocante, era ben poca cosa se confrontata alla tempesta di emozioni e sentimenti con cui il vampiro la stava schiacciando in quel momento.
Angelica si sentiva meschina ed impotente, una creatura indegna anche solo di posare lo sguardo sull’essere di divina grandezza che le stava dinnanzi. Cercò di abbracciare la paura, di cavalcarla per ottenere da questa il coraggio di premere il grilletto. In un recondito recesso della coscienza si rendeva conto di avere solo quella via di fuga. Se fosse riuscita a sparare avrebbe costretto Maurice a difendersi e, forse, si sarebbe aperto uno spiraglio che le avrebbe permesso di ritirarsi. «Ebbene?» Maurice aveva preso a camminare verso di lei, i suoi passi erano lenti ed imperiosi, l’avanzata di un conquistatore. «Sei venuta per uccidermi, non è così? Hai aspettato questo momento per anni, quasi la metà della tua esistenza, ed ora non riesci a premere il grilletto?» Si fermò ad un passo da lei, la canna della pistola quasi poggiata al centro del petto. «Spara!» L’intero essere di Angelica si ribellò a quel pensiero, incapace anche solo di prendere in considerazione l’idea di opporsi a lui. Il corpo tremava ormai quanto lo spirito, il braccio si era fatto instabile, le dita persero la presa e la pistola cadde con un tonfo. Le gambe cedettero ed Angelica si trovò in ginocchio dinnanzi al proprio Sire, il capo chino e lo sguardo a terra.
«Piccola ingenua Angelica.» La mano di Maurice le era scesa sul capo, le dita del vampiro scivolavano nella sua acconciatura leggere e delicate come farfalle. Un onore di cui lei non si sentiva degna ma dal quale non fu capace di sottrarsi. «Se solo tu non fossi stata così ebbra della tua arroganza, forse ti saresti resa conto d’essere diventata uno strumento in mano d’altri. Walsh ti ha usata. Nel momento in cui ha saputo del tuo rancore nei miei confronti ha fatto il possibile per ottenere la tua fiducia, ha messo in piedi il traffico di droga solo per creare un motivo credibile per entrare in affari con te. Ha recitato bene la sua parte, non c’è che dire, ed è stato molto abile nel farti credere che io avessi perso influenza tra gli Anziani. Non ha commesso l’errore di cercare di manovrare direttamente la tua mente, sarebbe stato più veloce ma rischioso perché avresti potuto renderti conto del suo controllo. Ha sparso intorno a te manciate di notizie false, ha aspettato che i suoi semi avessero messo radici e solo in un secondo momento si è occupato di farli crescere. Ha manipolato i tuoi ricordi, alterato i tuoi pensieri e ti ha portato a credere a tutto ciò di cui aveva bisogno per convincerti che cercare d’uccidermi non sarebbe stata una missione suicida. Chissà, forse è stato lui stesso a suggerirti il modo d’agire.»
Dopo averla sottomessa Il Custode aveva via via alleggerito la presa sull’animo di Angelica affinché ella fosse in grado di comprendere con maggior chiarezza quanto le stava dicendo. «Perché? Perché avrebbe dovuto fare una cosa simile?» Sconfitta e spezzata, la vampira piagnucolò quella domanda con un filo di voce. «Perché mandarmi qui a morire se sapeva che non sarebbe servito a niente?»
«Per attentare alla vita del Principe e dei Baroni.» La carezza si spostò dai capelli alla guancia e con due dita il Cainita invitò Angelica a levare lo sguardo. «Tu avresti aperto la strada ed i suoi uomini si sarebbero occupati di piazzare dell’esplosivo. Che tu fossi riuscita o meno nel tuo intento, l’attenzione sarebbe stata tutta per la folle che aveva attentato alla vita di un Anziano e difficilmente qualcuno si sarebbe reso conto del loro ingresso. Hai lasciato dietro di te una scia d’odio così intensa che io stesso, pur sapendo della loro presenza, ho fatto fatica a percepire la mente ed i pensieri degli attentatori.»
«Sapevi che stavo arrivando e mi hai lasciata entrare comunque? Tutto per attirare in trappola gli uomini di quel bastardo di Randal?» Angelica era incredula. «Se già eri a conoscenza del suo piano, perché non l’hai fatto eliminare?»
«Il Principe desiderava avere dei prigionieri da poter portare dinnanzi al consiglio. A quest’ora gli umani saranno già al loro cospetto, poi verrà il turno di Walsh e quando avranno finito anche con lui si occuperanno del suo padrone. Quella di domani sarà la loro ultima alba.» Sapere dell’imminente morte di colui che l’aveva usata le regalò un amaro sorriso di rivalsa, ben diverso dalla sottile espressione di felina soddisfazione presente sul volto del Custode.
Sicura d’aver indovinato il motivo di tanto compiacimento, Angelica sibilò con tono sprezzante «Ed una volta scomparso l’Anziano Bern immagino che tu reclamerai i suoi domini e li userai per accrescere il tuo potere. Né più né meno di un divoratore di carogne…»
Maurice fece scivolare la carezza dal capo alla guancia di Angelica e con due dita la invitò a sollevare lo sguardo. Il cipiglio di sfida della giovane faticò a mantener decisione quando si trovò a fronteggiare gli occhi profondi e senza tempo del Sire. «Bern? Tu credi che sarebbe stato necessario organizzare tutto questo per portare a giudizio l’Anziano Bern?» Quando aveva sentito parlare del padrone di Walsh aveva dato per scontato si trattasse del Sire di questi, ora si sentiva una sciocca per aver commesso una simile leggerezza di giudizio. «E’ questo che hai imparato nel guardare la Città? A prendere per buona la risposta più ovvia? Questa notte avrà conclusione una rivalità ben più antica dell’Anziano Bern, una faida iniziata sul vecchio continente, quando ancora le Americhe non ospitavano altro che selvaggi.» Maurice s’interruppe e per qualche istante contemplò in silenzio il fiorire di perplessità sul volto della propria progenie. «La Baronessa Magnhild.» Risposta esplicita per una domanda inespressa. «Da secoli il Principe la sospetta, ma fino ad ora non era mai riuscito a procurarsi alcun genere di prova e questo gli aveva impedito di agire contro di lei con il beneplacito del Consiglio dei Baroni. Già in due diverse occasioni aveva individuato le pedine della traditrice, ma lei aveva intuito il pericolo ed era corsa ai ripari eliminandole. Quando ha compreso di non poter agire da solo, il Principe ha incaricato me di procurare le prove di cui aveva bisogno, in cambio dei miei servigi occuperò il posto di Magnhild nel Consiglio dei Baroni. Come vedi scelgo con molta attenzione le carogne da divorare.»
Ormai libera dalla fascinazione che l’aveva costretta in ginocchio, Angelica compì il gesto di rizzarsi in piedi. Il cemento aveva lacerato le calze e due asole irregolari si erano allargate fino a lasciar scoperte le ginocchia ferite. Usò entrambe le mani per lisciarsi la gonna e la giacchetta e tornò infine a fronteggiare Maurice, forte di una rinnovata compostezza. «Sarebbe sciocco cercare di negare l’evidenza, sono stata sconfitta. Per anni ho creduto di costruire la mia vendetta ed invece non ho fatto altro che farti un favore: se non fosse stato per il mio odio ed il mio desiderio di rivalsa Bulldozer non avrebbe potuto usarmi e tu staresti ancora aspettando la tua occasione. E’ ironico, non trovi? Volevo distruggerti e tutto quel che ho ottenuto è stato offrirti un posto nel Consiglio dei Baroni.» Dischiuse le braccia in un gesto di resa e dopo essersi inchinata davanti al vampiro concluse. «Ora cosa pensi di fare di me?»
Il Custode sorrideva, non un gesto di benevolenza e nemmeno un ghigno di malvagità, sembrava piuttosto esser molto divertito per le parole della sua progenie. «Piccola ingenua Angelica.» Si era fatto carezzevole e non mancava d’un certo sarcasmo. «Tanto prigioniera delle luci della Città da non riuscire a trovare l’umiltà necessaria a levare gli occhi al cielo. Solo quando sarai disposta ad accettare l’ipocrisia del libero arbitrio potrai cogliere l’immensità di quanto è accaduto questa notte e comprendere quale artista io sia e quale parte ti abbia riservato nel mio ultimo capolavoro.»
Il tono di sufficienza usato da Maurice schiaffeggiò l’orgoglio di Angelica e risvegliò l’irritazione; solo la prudenza la trattenne dallo sputargli in faccia tutto il proprio disprezzo. Ancora non era certa di quanta verità ci fosse in quello che le era stato raccontato ma, nel dubbio, preferiva evitare di insultare il Cainita da cui poteva dipendere la sua esistenza. La pistola era ad un paio di passi da lei, recuperarla sarebbe stato questione di un istante. Avrebbe potuto uccidere Il Custode prima che questi avesse il tempo di bloccarla con il proprio ascendente e fuggire gettandosi oltre il parapetto. La caduta non sarebbe stata un problema, ma se veramente esisteva un accordo tra Maurice ed il Principe… ‘Mi braccherebbero come un animale notte dopo notte e prima o poi mi troverei incatenata in fondo ad un pozzo ad aspettare l’alba.’ «Non capisco.» Borbottò. «Spiegati meglio.»
«Non capisci o preferisci non farlo?» Il pollice destro del vampiro scivolò attraverso la mostruosa effige che faceva da impugnatura al suo bastone e si soffermò a solleticarne il capo come se fosse quello di un animaletto da compagnia. «Per attirare in trappola Magnhild avevo bisogno di un’esca insospettabile, qualcuno che la portasse là dove la volevo senza darle modo di intuire la trappola in cui stava per finire. Nessuno avrebbe mai potuto recitare la parte abbastanza bene da ingannarla e nemmeno potevo ricorrere a qualcuno la cui mente fosse controllata perché lei, nel controllarla a propria volta, avrebbe potuto accorgersi dell’inganno. No, l’unica possibilità era quella di creare un’opportunità troppo ghiotta perché lei potesse farsela sfuggire ed utilizzare un individuo ignaro di quanto stava accadendo intorno a lui… o a lei.» Gli occhi di Angelica erano spalancati per lo stupore, le labbra tremavano e le mani si contraevano nervosamente. «Sicché tu sapevi? Fin dal giorno in cui me ne sono andata sapevi che mi avrebbe usata? E’ stato solo per questo che mi hai permesso di lasciarti, vero?» Il sommesso ringhiare della Bestia aveva portato le zanne ad estroflettersi, un’inconscia manifestazione di aggressività che portò Enrico ad avvicinarsi di qualche passo ed a piegare un braccio dietro la schiena alla ricerca di una qualche arma nascosta. Un cenno di Maurice bastò a fermarlo.
«Troppo presto, ti sei fermata troppo presto, Angelica. Ti ho indicato la strada ma nuovamente ti sei lasciata ingannare dalla prima ipotesi, la più banale. Ho parlato di un capolavoro, non di un’operetta da quattro soldi. Se tutto questo fosse il risultato di una circostanza fortuita, se mi fossi limitato a cogliere un’occasione nella speranza di vedersi concretizzare ciò di cui avevo bisogno, chi mai potrebbe definirmi artista? Sarei solo un meschino incapace dotato di una gran dose di fortuna. Io non ti ho lasciata andare Angelica, io ho fatto in modo che tu te ne andassi e prima di questo ti ho istruita per essere certo che tu avessi tutte le conoscenze necessarie per organizzare la tua incursione. Ho risvegliato il tuo amore, l’ho coltivato e nutrito fino a diventare la tua unica ragione di vita, sapevo che più profondi fossero stati i tuoi sentimenti più radicato sarebbe stato il tuo odio nel momento in cui ti avessi offesa, allontanata, ferita. Per anni ho usato i miei poteri per influenzare le tue simpatie e le tue antipatie in modo da guidarti nella scelta dei tuoi futuri alleati, si è trattato di una suggestione così sottile e scrupolosa che nessuno, tu per prima, avrebbe mai potuto mettere in dubbio la spontaneità delle tue reazioni. La cosa più difficile è stata darti una carica d’odio sufficiente, sei sempre stata così romantica e malinconica che temevo potesse mancarti la determinazione necessaria a portare a compimento la tua vendetta. Grazie a te ho scoperto come far agire la mia suggestione in risposta ad uno specifico stato emozionale e così, ogni qual volta il dubbio minacciava di fermarti, dalla profondità del tuo inconscio arrivava a spingerti una nuova ondata di rancore. Ti ho modellata fino a fare di te una vera e propria opera d’arte del doppio gioco.»
Angelica non aveva più nemmeno la forza di odiare, aveva assistito allo sbriciolarsi della sua intera esistenza e se ne stava immobile, incapace di fermare lo sciabordio dei pensieri. Per un istante le parve di intravvedere lo schema dell’immane farsa che era stata la sua vita e scorse la necessità dietro ad ogni parola del suo Sire, i motivi di ogni suo gesto e lo scopo di ogni sua scelta. In quell’istante comprese il senso di guardare le stelle. Poi tutto scomparve e dal cielo la sua coscienza ricadde pesantemente nella miseria dell’esistenza terrena. «Non c’è stato nulla di vero, è stato tutto un inganno.» Le zanne erano scomparse, la Bestia si era ritirata con la coda tra le gambe e quel che rimaneva di lei era solo rassegnazione. «Già sapevi cosa avresti fatto di me fin dal giorno del nostro primo incontro, vero?»
Maurice scrollò il capo, la pelle eburnea in perfetto equilibrio con il candore dei denti appena visibili oltre il sorriso. «No. Quella notte e per molte altre in seguito ero convinto di aver trovato un talento degno d’essere reso immortale.» In quella dichiarazione Angelica ritrovò l’affetto con cui il Sire era uso rivolgerlesi decenni addietro. Nelle tinte calde della passione s’allargò poi una nera chiazza di disapprovazione «Ben presto però ho scoperto i limiti del tuo talento e l’idillio ha avuto fine. Avevi le capacità, la passione e l’entusiasmo per eccellere e nonostante questo ti mancava la scintilla di genio che andavo cercando. Mi ero illuso di trovarmi dinnanzi ad una vera e propria opera d’arte ed ho dovuto inghiottire l’amaro boccone del fallimento. E’ stato allora. Quando ho superato la delusione di quella consapevolezza, ho deciso di usarti per far cadere in trappola Magnhild. Ed ho trasformato una disfatta in un vero capolavoro dell’intrigo.»
Il Custode aveva chiuso il proprio monologo con un moto d’orgoglio, un cenno d’assenso che pareva voler essere un incoraggiamento per Angelica: nonostante la sua inqualificabile inettitudine lui era riuscito comunque a fare di lei l’opera d’arte che desiderava, quindi non c’era motivo d’essere abbattuti, era un momento da festeggiare. Sembrava aver concluso e la stava guardando come fosse in attesa di sapere in che modo lei avrebbe reagito a quelle rivelazioni. L’istinto di Angelica era quello di urlare rabbia, frustrazione e disprezzo per la creatura che aveva disposto di lei e l’aveva usata alla stregua di un oggetto. In fondo però c’era una sorta di contorta giustizia poetica in tutto quello: in molte occasioni era stata lei a decidere della vita e della morte d’altri e l’aveva fatto con la medesima freddezza. «Spero vorrai perdonarmi se non riesco a trovare la voglia d’applaudirti.» Mormorò. «E dopo tutto questo ti sarei grata se volessi rispondere alla mia domanda: cosa intendi fare di me ora che mi hai trasformato nel tuo capolavoro?»
«Ora? Nulla. Ormai hai assolto al tuo compito, l’ultimo atto si è concluso e l’opera è stata un successo, che altro dovrei voler fare? Io non mi occupo di smontare le scene, dovresti saperlo, quella è una delle incombenze di Enrico.» Quando il suo padrone lo prese in causa il Ghoul gli rivolse una compita riverenza. «In questo caso avevo pensato di lasciarti alla giustizia del Principe, ma lui ha insistito per potersi occupare di te di persona e concedere qualche svago alla servitù aiuta a mantenerne alto il morale.» Il vampiro era tornato all’abituale pacatezza ed aveva pronunciato quella sentenza di morte con un disinteresse più offensivo di ogni forma di disprezzo. Non considerava Angelica una minaccia, non le portava rancore e di certo non la considerava degna del proprio odio, aveva semplicemente svolto la propria funzione e poteva essere eliminata. Peggio, sacrificata alle brame di un servo come un osso spolpato che venga gettato in pasto ai cani.

Angelica non aveva motivo di attendere oltre, se l’alternativa offerta dal Custode era la morte, valeva la pena di rischiare l’ira del Principe per cercare di portare a termine la propria vendetta e guadagnare una via di fuga da quell’edificio. Se esisteva la remota possibilità di ottenere la grazia implorando il suo Sire di essere clemente, ella non la prese nemmeno in considerazione: preferiva morire piuttosto di sacrificare l’ultimo brandello di dignità che le era rimasto.

Il sacrificio di un po’ di Vitae le permise di muoversi con velocità sovrannaturale. Un mortale avrebbe a malapena distinto i contorni di una macchia di colore e non avrebbe mai potuto reagire in tempo al gesto con cui lei si era gettata verso la pistola. Enrico le diede una dolorosa dimostrazione di essere ben più pericoloso d’un mortale: distese il braccio in un gesto improvviso e le scagliò contro un coltello. L’arma colpì con precisione letale ed affondò nel polso destro, si trattava di una lama corta e sottile, adatta forse all’arrecar danni ad un umano, ma non certo per impensierire un vampiro. Nonostante questo, Angelica sperimentò un dolore tanto intenso da strapparle un grido e fu costretta a ritrarre il braccio ferito mancando nel suo intento di afferrare la pistola.
La vampira di allontanò di qualche passo e nel tentativo di scacciare il dolore estrasse il coltello dalla ferita. Il taglio era slabbrato e tutto intorno stavano formandosi delle piaghe ulcerose, la carne sfrigolava sotto l’effetto di un qualche agente chimico. Enrico aveva approfittato della ritirata di lei per impossessarsi della pistola, con gran sorpresa della vampira il Ghoul non impugnò l’arma, si limitò invece ad infilarla alla cintura. Per nulla interessato ad assistere al duello, Il Custode sfilò alle spalle di Enrico e si diresse verso la porta che conduceva alla stanza da letto. Non ritenne necessario aggiungere altro, non proferì parola, si limitò a scomparire oltre la porta e se la chiuse alle spalle.
«Viscido bastardo.» Sibilò Angelica «Me la pagherai…» La ferita era orribile a vedersi. L’ustione era arrivata fino all’osso e la carne, scioltasi come cera, era colata per addensarsi in grumi. La sostanza stava perdendo forza e sembrava sul punto di arrestarsi, questo diede una nuova speranza alla vampira. Le bastò un pensiero per dirigere il sangue verso la ferita. ‘Non mi farò cogliere di sorpresa una seconda volta. Mi sbarazzerò del servo, poi penserò al padrone.’ L’acuirsi del dolore la distrasse da quel pensiero. L’afflusso di sangue aveva alimentato la reazione ed il piccolo cratere stava allargandosi a vista d’occhio.
La risata di Enrico le rimbombò tra i pensieri. Il Ghoul stringeva nella mano sinistra un lungo pugnale ancora inguainato in un fodero di legno scuro. Sebbene pronto ad impugnare l’arma, in quel momento sembrava più interessato a ridere delle difficoltà della vampira. «La vita non sembra più così semplice, vero Signorina Angelica?» Tra sarcasmo ed ironia l’uomo diede sfogo alla propria acredine. «Provate, provate pure a rimettere insieme la vostra putrida carne morta, scopriremo insieme quanto tempo ci metterà il braccio a consumarsi.» Angelica richiamò il sangue, lo allontanò dalla ferita fin a dissanguare il braccio. L’arto le ricadde inerte lungo il fianco ma lo sfrigolare s’interruppe e con esso il dolore. Un sibilo metallico accompagnò l’estrazione di un pugnale ed Enrico si mosse verso di lei. «Siete meno sciocca di quel che pensassi, Signorina Angelica. Ma questo non basterà a salvarvi.» La lama del pugnale era sporca di una sostanza opaca e traslucida simile ad un sottile velo di resina. Con tutta probabilità la stessa di cui già la vampira aveva subito il morso.
«Faresti meglio a preoccuparti di cosa salverà te.» Quel pugnale era una minaccia concreta che Angelica si guardava bene dal sottovalutare, ciononostante Enrico rimaneva un Ghoul, un servo e non poteva certo competere con la forza di un vampiro. «Il tuo padrone ti ha lasciato qui a morire, ancora non l’hai capito?»
«Facili minacce, Signorina Angelica.» Per anni Enrico era stato costretto a rivolgersi a lei con quella forma di rispetto e trovava rivalsa trasfigurandola in insulto per mezzo del proprio disprezzo. «Scopriremo insieme se avrete la forza per portarle a compimento.» La vampira approfittò di quelle ultime parole per cercare di cogliere impreparato l’uomo: si gettò avanti e fece scattare la sinistra pronta a chiudergliela attorno al polso. Se fosse riuscita ad afferrarlo – era certa – non avrebbe avuto difficoltà a spezzargli il braccio ed a disarmarlo. Enrico reagì con la freddezza e la perizia di un professionista, si abbassò per mandare a vuoto il colpo della vampira e con un fendente le lacerò la coscia destra. Una spinta in avanti lo portò ad eseguire una capriola ed a scivolarle accanto portandosi al di fuori della zona di pericolo. Il fuoco chimico cominciò a divorarle le carni e per arginarlo fu costretta ad allontanare il sangue dalla zona colpita. Si voltò di scatto per fronteggiare il Ghoul ma la disparità di forza tra le gambe si fece sentire ed il terreno sembrò ondeggiarle sotto i piedi. A fatica riuscì a mantenere l’equilibrio ed i suoi istanti di incertezza aprirono un varco di cui Enrico fu lesto ad approfittare.
Quando la vide incespicare le si mosse incontro e si lanciò sul fianco lasciato indifeso dal braccio menomato, il pugnale tagliò senza difficoltà la blusa e riuscì ad incidere anche le stecche del corsetto lasciando alle proprie spalle una nuova ferita. Angelica ringhiò la propria frustrazione ed il suo volto mutò in una maschera di rabbia e dolore. Le labbra si ritrassero per scoprire le zanne e gli occhi si riempirono di un lucore bestino. «Divorerò il tuo cuore!»
Enrico si era allontanato di qualche passo e la stava fronteggiando. La destra armata del pugnale e la sinistra del fodero di legno, così simile ad un cavicchio ora che l’arma era stata estratta. «Credo piuttosto che sarò io a banchettare con il vostro, Signorina Angelica.» Dichiarò senza scomporsi, immune al potere di fascinazione con cui la vampira aveva cercato di instillare in lui il terrore.
«Basta! Smettila di chiamarmi a quel modo.» Con l’affacciarsi della Bestia Angelica era stata costretta a barattare parte della propria lucidità con gli istinti del predatore.
«Eppure era così che volevi essere chiamata quando eri la sua prediletta.» Ribatté con ironia. «Ho dovuto soddisfare ogni tuo capriccio, sopportare le tue lamentele ed inchinarmi quando avrei voluto tagliarti la gola.» L’uomo muoveva il pugnale avanti a sé, la punta dell’arma disegnava un arabesco intricato, quasi ipnotico. «Ma sapevo che prima o poi si sarebbe stancato di te, non dovevo far altro che pazientare, l’ho visto succedere molte volte.» Sogghignò con aria maligna. «Non sei stata né la prima né l’unica nemmeno in questo, povera Signorina Angelica. Il tuo cuore ed il tuo sangue saranno la ricompensa per averti sopportato. Sarai solo una nuova giara nella mia collezione.»
L’ira prese il sopravvento ed Angelica balzò avanti come una belva assetata di sangue. Preda della Bestia, la vampira non riuscì a controllare il fluire del sangue ed anche se non avvertiva alcun dolore provenire dalle ferite, nel profondo della sua coscienza, una voce cercava di metterla in guardia dai danni che queste stavano provocando. Enrico reagì con metodo alla furia assassina che aveva consciamente mirato a risvegliare. Scartò di un passo a sinistra per assicurarsi di trovarsi dal lato del braccio menomato e scalciò con violenza la gamba ferita. Ebbra della furia implacabile della Bestia, Angelica non percepì alcun dolore nemmeno quando l’osso intaccato dall’acido si spezzò, non fu però capace di mantenere l’equilibrio e cadde in avanti. Nel cadere annaspò per cercare di afferrare l’avversario, ma muscoli e tendini erano troppo lesionati e la mano scivolò inerte contro il petto dell’uomo. La vampira non aveva ancora toccato terra e già il Ghoul le era addosso. Il pugnale calò e si conficcò alla base della schiena attraversandola da parte a parte e diffuse l’acido lungo tutto il percorso. Lei si inarcò per sbalzare l’aggressore e rotolò per voltarsi. Enrico si ritirò appena in tempo per sfuggirle, la mano sinistra di Angelica si chiuse a ghermire l’aria dove un secondo prima vi era la testa dell’uomo. Prima che potesse cercare un nuovo attacco Enrico si era già allontanato di qualche passo. Il suo pugnale sibilava, il sangue di Angelica ribolliva lungo la lama e spariva consumandosi in volute di fumo bianco, denso ed acre.
La Bestia urlava la propria rabbia e spingeva le membra ad avanzare. Mani e piedi cercavano di far presa sul terreno ed il corpo della cantante, un tempo leggiadro ed avvenente, caracollava ondeggiando come il più sgraziato degli animali. Solo il busto impediva alle viscere di ciondolare fuori dalla ferita aperta dall’acido. Enrico la stava aspettando. Teneva il pugnale ben alto, pronto a vibrare il colpo di grazia e solo grazie ad un barlume di lucidità Angelica riuscì ad impedirsi di balzargli addosso. Per riconquistare il controllo di sé fu costretta a scacciare la Bestia, impresa non facile in assoluto ed in quel momento resa ancor più difficile dall’atroce dolore che sentiva diffondersi in lei per ogni passo di cui riusciva a farla arretrare. Con un ultimo sforzo di volontà riuscì a liberarsi dalla prigionia dell’istinto e crollò a terra supina accompagnata da un lungo grido di sofferenza. Non appena ne ebbe la lucidità richiamò il sangue verso la testa e la parte superiore del tronco e così facendo arrestò l’espandersi delle ferite.
«I miei complimenti, solo due di voi fino ad ora sono riusciti a riprendere il controllo.» Enrico non si trovava a più di qualche metro da lei eppure la sua voce risuonava lontana ed indistinta. «Di solito finiscono come tori stremati sulla punta della spada del matador.» Con un rapido gesto l’uomo scambiò la presa tra pugnale e guaina. «Meglio così, avremo più tempo per divertirci insieme.» L’uomo si avvicinò con circospezione. Nonostante Angelica giacesse con un braccio, una gamba ed il ventre consumati dall’acido, il Ghoul non voleva commettere la leggerezza di abbassare la guardia davanti ad una preda tanto pericolosa.
«Uccidimi.» La voce della vampira era ridotta ad un sussurro. «Meglio morire che star qui a sentirti gongolare.»
«Ho in mente qualche cosa di più divertente per te. Ti infilerò questo nel cuore per renderti inoffensiva, poi ti porterò in cucina e ti appenderò ai ganci per le caviglie, come se fossi un quarto di bue. Poi ti metterò un catino sotto la testa e ti taglierò la gola. Sarà un piacere bere il tuo sangue mentre sei ancora viva.»
Il volto di Angelica era congestionato, lo sguardo sofferente, eppure la vampira trovò la forza per una smorfia di minaccia. «Verrà il giorno in cui ti pentirai di non avermi uccisa.»
Il Ghoul esplose in una risata. «Non hai ancora sentito la parte migliore. Dopo averti dissanguata ti taglierò le gambe ed un braccio e troverò una bella cella dove incatenarti, poi toglierò il paletto dal cuore e spremerò un ratto o due per farti risvegliare.» L’intensità con cui Enrico descriveva lasciava ad intendere una lunga pianificazione. «Fino a quando la cosa mi divertirà ti terrò rinchiusa e di tanto in tanto libererò qualche ratto nella cella, in modo da poterti guardare mentre li catturi e li divori.» Ormai era arrivato a due passi di distanza dalla vampira ed incombeva su di lei con il cavicchio levato e pronto a colpire.
«Se credi che mi abbasserò a nutrirmi di topi per farti divertire…» Biascicò lei a fatica.
«Quando la fame verrà non potrai farne a meno. Potrai sforzarti di tenere a freno l’istinto e forse riuscirai anche a ritardare l’inevitabile di qualche giorno, ma sarà tutto inutile. Che tu lo voglia o no cederai al richiamo del sangue, tutti cedono prima o poi.»
«Preferisco morire.» La voce si era fatta ancor più fievole. «Ammazzami e facciamola finita.»
Enrico scrollò il capo e si chinò su di lei. Pur vedendola in quella condizione di debolezza il Ghoul prese la precauzione di puntarle un ginocchio sull’avambraccio sinistro in modo da bloccarle il braccio sano. «Troppo comodo, Signorina Angelica, troppo comodo.» Detto questo calò il cavicchio per trafiggere il cuore della Cainita.
Lei giacque immobile fino all’ultimo istante. Quando l’aguzza punta della guaina era giunta a pochi millimetri dal suo petto Angelica giocò la sua ultima carta. Incurante dell’effetto che questo avrebbe potuto avere sulle ferite fece scorrere il sangue e si appellò al suo potere. I muscoli ripresero vita, le permisero di scalzare l’avversario e di spostare il petto dalla traiettoria dell’arma. Il cavicchio penetrò tra le costole e sfiorò il cuore andando a trafiggere il polmone sinistro. Senza perdersi d’animo il Ghoul cercò di vibrare un colpo di pugnale, troppo vicino per poter fuggire aveva deciso di ucciderla prima che questa potesse fare altrettanto. Angelica fu più veloce di lui. Non tentò nemmeno di sottrarre il braccio sinistro alla presa dell’uomo, usò il destro e poiché la mano giaceva immobile ed inerte colpì con il polso e le ossa scarnificate. La scarsa precisione venne compensata dall’immensa forza, lo sterno dell’uomo cedette con uno schianto ed Enrico venne proiettato all’indietro mentre un fiotto di sangue gli sgorgava dalle labbra. Il pugnale volò lontano e l’eco del suo rimbalzare sordo si spense nell’oscurità.

Il Ghoul annaspò, aveva subito una ferita molto grave, le costole spezzate gli avevano trafitto i polmoni e se si fosse trattato di un essere umano si sarebbe trovato ad un passo dalla morte. Ancor prima di incontrare il suo padrone immortale Enrico era stato un uomo d’arme ed i lunghi secoli di servizio presso Il Custode lo avevano reso ancor più determinato ed esperto. Il sangue del suo signore e quello dei vampiri che per suo ordine aveva distrutto lo avevano reso molto potente ed a quella forza lui si appellò per evitare di esalare l’ultimo respiro. Pur in misura minore anche lui era in grado di utilizzare la Vitae per sanare le proprie ferite, qualche secondo dopo essere stato colpito già sentiva le costole saldarsi ed il petto espandersi per lasciar spazio ai polmoni. Cercò di puntare le mani per sollevarsi, doveva assicurarsi di essere abbastanza lontano da Angelica. Il fiato gli morì in gola quando si accorse che la vampira era riuscita a trascinarsi fino a lui. «No, stai indietro.» Il grido mutò in un gorgoglio nell’istante in cui la Cainita, balzata in avanti con una spinta del braccio sano, gli serrò i denti attorno alla gola.
Il ruscellare del sangue le riempì la bocca e la Bestia ululò il proprio piacere. Il sangue dei Ghoul era di norma poco nutriente per i vampiri, ma, in vista di quella notte di morte, Maurice aveva ben nutrito Enrico ed anche se questi aveva consumato una parte della Vitae ricevuta, ciò che ne rimaneva inebriò i sensi di Angelica fin dal primo sorso. Erano passati anni dall’ultimo assaggio del sangue dell’Anziano ed ella quasi ne aveva scordato l’intensità e la possanza. Quando anche l’ultima stilla di sangue immortale l’ebbe abbandonato, il corpo di Enrico venne investito dai secoli. Tutti gli anni che fino a quel momento era riuscito a sfuggire lo raggiunsero ed esso cominciò ad invecchiare a vista d’occhio. Carne e muscoli si ritirarono nell’atrofia, la pelle ingrigì e si lacerò, i fluidi vitali divennero polvere. Sfogata l’ira e soddisfatta la sete, la Bestia si ritirò e permise alla vampira di tornare padrona di sé. Angelica si scostò dal corpo di Enrico ormai ridotto ad uno scheletro ingiallito con pochi brandelli di carne consunta. «Che la tua anima possa marcire per sempre all’inferno.» Con un gesto rabbioso infilò la mano tra le pieghe degli abiti di cui il cadavere era avvolto e recuperò la pistola. «Razza di borioso idiota.»
Riposta la temibile arma la vampira si prese qualche minuto per osservare le ferite che le erano state inferte e provare a sanarle. Libera dal peso del combattimento poté concentrarsi molto meglio e forte anche del sangue del Sire riuscì gradualmente a vincere l’effetto della sostanza con cui Enrico l’aveva infettata. I tagli di minor entità scomparvero senza lasciar traccia, quelli più profondi e slabbrati resistettero fino a quando Angelica non decise per una soluzione radicale: estratto il proprio pugnale lo usò per tagliar via la parte esterna delle ferite ed in tal modo si liberò della maggior parte della sostanza. Ogni qual volta staccava un tocco di carne e lo vedeva avvizzire la vampira non poteva far a meno di paragonare quell’effetto con quanto accaduto al corpo del Ghoul e quella similitudine la faceva rabbrividire. Anche se fosse riuscita a portare a termine la vendetta, per quanto tempo sarebbe riuscita a sfuggire alla caccia dei suoi simili? Giorni? Mesi? Anni forse? Poi, quando la morte l’avesse infine raggiunta, anche lei sarebbe diventata un mucchio d’ossa.
Rigenerato ciò che era stata costretta a sacrificare le costò una buona parte delle sue riserve di Vitae, ma le permise di eliminare ogni danno e tornare in perfetta forma. Gli abiti, scelti con così tanta cura, erano coperti da una miriade di tagli, strappati dai morsi del cemento e sporchi di sangue e terriccio. La treccia aveva resistito e le poche ciocche scarmigliate che erano riuscite a sfuggire alla sua presa furono chetate con un rapido passaggio delle mani. «A noi due, padre.»

.oOo. .oOo. .oOo.

Aver trovato deserta la camera di Maurice l’aveva spinta a seguire il suono del violino di Niculae, il ragazzo stava eseguendo il pezzo per cui l’aveva sentito esercitarsi e con tutta probabilità si trattava di un’esibizione per Il Custode. ‘La camera della musica.’ Angelica conosceva bene quella stanza e, se come il resto della casa era rimasta immutata nell’arco dell’ultimo mezzo secolo, poteva indovinare senza difficoltà la posizione del proprio bersaglio. Ferma oltre l’angolo dell’arcata strinse con forza l’impugnatura del revolver e socchiuse gli occhi per concentrarsi e fugare il timore di poter cadere nell’ennesima trappola. ‘Se mi ha seguito attraverso le fogne potrebbe aver fatto lo stesso anche ora. No, quello l’ha fatto per assicurarsi che tutto andasse secondo i suoi piani. Ma come lui stesso ha detto ormai l’ultimo atto si è concluso ed è stato un successo. E’ sicuro che Enrico si sia occupato di me, non ha motivo per distrarsi dal suo bel concertino per controllare se sono davvero morta.’ Sospirò. Si trattava di un gesto meccanico, un’inutile vestigia del suo tempo mortale, incapace di dar sollievo ad un corpo morto come il suo. Nonostante questo si sentì più tranquilla.
Angelica sapeva di dover colpire con rapidità e precisione. Non doveva dare a Maurice il tempo di reagire se non voleva correre il rischio di cader nuovamente vittima dei suoi poteri d’incanto. Per evitare d’essere udita aveva abbandonato le scarpe all’inizio del corridoio e nel muoversi avanti si affidò alla leggerezza del proprio passo. Niculae si trovava sul fondo della sala illuminato dall’unica luce accesa, Maurice sedeva in poltrona a qualche metro di distanza, le gambe accavallate e le braccia piegate in grembo. Di entrambi vedeva il profilo. Il musicista era assorto, la concentrazione ed il trasporto lo avevano portato lontano dalla realtà e racchiuso in un mondo in cui solo il pezzo che stava suonando aveva significato ed importanza; il vampiro era rilassato, gli occhi chiusi per meglio assaporare l’emozione trasmessa dal vibrare delle note. Sulle labbra del Sire la vampira scorse un sorriso d’orgoglio, la medesima espressione rapita ed appagata per la quale, un secolo prima, il cuore di lei avrebbe palpitato. La gelosia ottenebrò la logica ed il desiderio di causare dolore a colui che l’aveva tradita superò i limiti della prudenza. La pistola cambiò bersaglio un istante prima della detonazione. La fiammata dell’arma si trasformò in un brivido di piacere ed il veder Niculae accasciarsi con un grido le fece ribollire il sangue.
Il ragazzo non arrivò a toccar terra: nel vederlo colpito Il Custode si era lanciato avanti ed aveva dato fondo alla propria rapidità sovrumana per poterlo afferrare al volo. Il Cainita si trovava in ginocchio e reggeva il mortale contro il proprio petto. Niculae emise qualche altro grido strozzato poi l’incoscienza scese a liberarlo dal dolore. Il proiettile l’aveva colpito al fianco, appena sotto le costole ed era arrivato ad intaccare la spina dorsale. Lì stavano ribollendo le fiamme chimiche del fosforo. «Cosa hai fatto?» La voce di Maurice era sfigurata da incredulità ed orrore, il vampiro l’aveva degnata di un rapido sguardo prima di tornare a rivolgere la propria attenzione al mortale. «Cosa hai fatto?» Sentire il Sire vittima di un tale dolore fu per Angelica una sorsata di nettare ed ambrosia, un momento di gioia perversa che troppo presto mutò in una vampata d’odio rinnovato. Lo stesso individuo che aveva rinnegato lei, una figlia, senza un solo istante di rimorso stava piangendo lacrime di sangue per la sorte di un misero mortale.
Nel disperato tentativo di salvare la vita del suo pupillo, Maurice aveva usato le zanne per lacerarsi un polso e stava facendo cadere il proprio sangue tra le labbra del ferito. La Vitae dell’Anziano prese a scorrere nelle vene del ragazzo e fece di lui un Ghoul, rinforzato da quello stato sovrannaturale il corpo reagì alla ferita ricevuta e l’emorragia si arrestò. Il proiettile aveva inferto ferite molto gravi ed ancor peggiori erano i danni che il fosforo ancora stava provocando, ma fino a quando in Niculae fosse rimasta anche una sola scintilla di vita, la Vitae del vampiro avrebbe continuato ad agire per sanarlo. Il pollice di Angelica sollevò il percussore e la pistola si armò con un secco scatto metallico. «Morirai con la consapevolezza di non averlo salvato.» La detonazione si confuse con un tonfo ed il rumore del legno spezzato. Angelica non aveva mai veduto nessuno muoversi tanto velocemente, persino i suoi sensi non erano riusciti a distinguere più di un’ombra sfocata prima che Maurice le fosse addosso. Usando le mani come delle mazze la colpì ad un fianco e la scaraventò attraverso la stanza come fosse una bambola di stracci. L’urto con la parete le spezzò alcune costole. Non aveva ancora toccato terra e già l’altro le era accanto, pronto ad aggredirla nuovamente.
Dando fondo alle proprie capacità riuscì ad intravvedere i movimenti del Sire ed a deviare una delle mani. Mentre questa si abbatteva sulla parete l’altra le afferrò un braccio. Le ossa si frantumarono come grissini nella presa dell’Anziano e la trazione con cui lui la scaraventò lontano lussò la spalla fin quasi a strappare il braccio dalla sua sede. La vampira travolse un gruppo di sedie e rotolò oltre portando con sé un ammasso di legno spezzato, un’altra costola cedette nel momento in cui il pianoforte fermò la sua corsa ed ella ricadde a poche spanne di distanza dal cadavere di Niculae. Il secondo colpo aveva raggiunto il violinista al petto ed il proiettile sfrigolava al centro del grumo di carne che un tempo era il suo cuore. Nell’istante in cui il proiettile era stato in volo Maurice si era scansato per evitarlo, non era però riuscito a spostare in tempo anche il violinista ed il colpo era risultato fatale. Angelica non perse tempo a compiacersi, si levò a sedere e senza badare alle fratture al costato addensò il sangue intorno alla spalla per riguadagnare la mobilità del braccio. Il Custode era accanto alla parete, fermo ad un passo dal punto da cui l’aveva lanciata attraverso la stanza e sembrava lottare per opporsi alla rabbia e riprendere il controllo. L’abito color perla era macchiato del sangue del mortale e lacerato dalla violenza dei suoi ultimi movimenti. La similitudine tra la loro condizione strappò un sorriso ad Angelica.

«A quanto pare restiamo solo tu ed io, padre.» Le ossa del braccio si erano rinsaldate, i muscoli avevano riportato la spalla in sede. La pistola era perduta, caduta in qualche angolo della stanza quando lui l’aveva colpita, ma le rimaneva ancora il pugnale. «Quale miglior occasione per farla finita una volta per tutte?»
«Come hai potuto?» L’incredulità riempiva quelle parole con la medesima intensità dell’odio. «Come hai potuto sparargli? Sei dunque così insensibile ed incapace da non riconoscere il genio nemmeno quando lo hai dinnanzi? Ti credevo migliore…» Abiti stracciati, capelli scarmigliati e gli occhi arroventati da uno sguardo spiritato, Il Custode aveva perso l’abituale compostezza per divenire simile ad un folle lunatico. Un’immagine adeguata all’insensatezza delle sue parole. «Con quale coraggio dici una cosa simile? Tu mi hai usata come una marionetta, razza di lurido bastardo!»
«Stupida mocciosa viziata!» Maurice mosse qualche passo rabbioso verso di lei. «Come osi paragonarti a lui? Il mondo è pieno di cantantucole senza arte né parte come te. Ne nascono ogni giorno, ed ogni giorno ne muoiono. Quando la smetterai di pensare a te stessa? Quando la smetterai di fissare la città ed alzerai gli occhi al cielo?»
«Tu sei pazzo!» Urlò lei puntandogli addosso il pugnale. «Un povero demente che non capisce quello che dice. Tutti questi secoli a guardare le stelle ti hanno bruciato il cervello, è ora che tu muoia.»

Maurice esplose in una risata folle, un ululato gutturale in cui la ragazza intravide per la prima volta la Bestia del proprio Sire. L’istante successivo le si lanciò addosso. A poco valse l’esperienza di pochi minuti prima, per quanto lei fosse pronta a riceverlo e stesse ricorrendo al sangue per potenziare velocità e riflessi, lui non le diede modo di difendersi. Le sembrava di essere immersa nell’acqua, il corpo reagiva troppo lentamente ed i suoi movimenti arrivavano a compimento quando ormai era tardi. Il braccio con cui reggeva il pugnale venne colpito all’altezza del gomito, l’articolazione cedette e con il gesto successivo Maurice la trafisse con la sua stessa arma. La lama, ancora stretta nella mano della vampira, si infisse accanto alla spalla spezzando la clavicola. Sventolò il braccio sinistro per allontanare l’aggressore, ad attenderla trovò solo l’aria. L’Anziano si era abbassato per schivare il colpo e dalla posa rannicchiata si era spinto avanti in un gesto simile al mordere di un cane. Le zanne tranciarono la carne e incisero l’osso, in quel solo movimento l’azzoppò strappandole la rotula. Nel risollevarsi la colpì al ventre con l’avambraccio e la spinse indietro, attraverso il pianoforte fino alla parete. Animato da un odio irrazionale si gettò avanti con tale velocità da far sembrare immobile la nube di schegge di legno provocate dall’esplosione dello strumento. Le zanne trovarono un facile bersaglio nella coscia della gamba sana, mentre le mani schiacciavano Angelica contro il muro, la testa di Maurice piegò verso sinistra e si ritrasse di scatto portando con sé buona parte dei muscoli. La furia bestiale lo portò a sbattere più volte la ragazza contro la parete ed a lanciarsela poi alle spalle con un gesto di sdegno. Angelica era preda di panico e sofferenza: le ferite inflitte dal morso del vampiro erano dolorose quanto quelle ricevute dal pugnale avvelenato di Enrico ed avevano reso le gambe quasi inservibili. Maurice era troppo forte per lei, questo ormai era chiaro, l’ultima speranza che le rimaneva era la fuga, ma in quella condizione non avrebbe avuto scampo.
«E’ tutto inutile.» La voce del Custode risuonò lugubre quanto una campana a morto. «Avresti bisogno di ore per guarire quelle ferite e tutto ciò che ti resta sono minuti.» Maurice era tornato padrone di sé. Anche se ormai indossava uno straccio sporco e lacero era tornato ad assumere il suo solito contegno dignitoso e stava riassestandosi i capelli con le dita. «Il morso può essere un’arma micidiale, credevo di avertelo insegnato.» Dopo aver piegato al suo volere anche l’ultima ciocca ribelle il vampiro pescò il fazzoletto dal taschino della giacca e lo usò per ripulirsi gli angoli della bocca dal sangue. «Poco male. E’ arrivato il momento dell’ultima lezione e questa, puoi credermi, non avrai occasione di dimenticarla.» Il Custode iniziò a muoverlesi incontro ed Angelica, nel tentativo di tenerlo a distanza, iniziò a strisciare all’indietro usando il braccio sano e quel po’ di spinta che le gambe erano in grado di darle, per scivolare lungo il pavimento. La paura si trasformò in orrore quando urtò la parete e si vide negata anche quell’ultima via di fuga. Maurice si nutrì del terrore che le illuminò il volto e sorrise. Le zanne fecero capolino e trasformarono il suo sorriso in un ghigno malvagio, foriero di morte. Un ultimo passo e l’Anziano giunse ad incombere sulla preda, pronto a gettarsi su di lei per squarciarle la gola.

*** Finale ***

Si trattò di un singolo istante, un infinitesimale frammento di tempo, nel quale il cipiglio ferale di Maurice diede spazio ad un brandello di timore. Angelica non ebbe il tempo di pensare, fu solo per un gioco del destino che distese il braccio e chiuse le dita attorno al calcio della rivoltella. Lo sguardo del Cainita lo aveva tradito, aveva gridato la sua frustrazione nel veder così vicina quella terribile arma. La ragazza sollevò la pistola nel gesto di puntarla ed il tempo si contrasse, congelato dalla rapidità con cui i due immortali agirono. Il Custode era troppo veloce per lei, di questo la vampira era consapevole, avrebbe di certo preceduto le sue mosse e l’avrebbe bloccata. L’arma giunse in linea con il bersaglio, l’indice premette sul grilletto. Anche quello non sarebbe bastato, Maurice era in grado di togliersi dalla traiettoria prima d’essere raggiunto dal proiettile, stava solo giocando con lei una volta ancora. Il colpo giunse a segno ed il fuoco chimico esplose nel fianco del vampiro. Distratto dalla lontana eco di un pensiero, Maurice si era mosso troppo tardi. Il fragore dello sparo coprì il tonfo del corpo dell’Anziano e ne rimescolò le urla di dolore. Una lingua di fuoco eruppe dalla ferita ed avvolse le mani con cui l’uomo la stava stringendo, il puzzo di carne bruciata saturò l’aria. Le parole di Bulldozer le risuonarono nella mente: «Noi bruciamo meglio dei mortali.»
Per arginare la belva scarlatta che lo stava divorando dall’interno, Il Custode fu costretto a riversarle addosso una vera e propria ondata di sangue. Dense stille di Vitae comparvero intorno ai lembi della ferita ed il loro odore dolciastro si mescolò al sentore acre della polvere da sparo.
«’fanculo!» All’imprecazione seguì una nuova detonazione ed un secondo proiettile si conficcò in profondità del ginocchio destro. «Muori bastardo, devi morire, morire, morireee!» I colpi si susseguirono e martoriarono il corpo dell’Anziano. Quando un secco schiocco metallico annunciò la fine delle munizioni, Maurice era coperto di ferite orribili, nelle quali ardeva l’impietoso lucore delle fiamme. Nessuna delle pallottole aveva raggiunto i suoi punti vitali e, benché privo di una gamba, di una mano e con ventre e torso minacciati dall’avanzare della combustione, il Cainita viveva ancora. Terrore e sofferenza danzavano sul suo volto e nonostante questo lo sguardo non era quello di uno sconfitto, l’immortale continuava ad opporsi con caparbietà all’ultima morte, ed a essa opponeva la potenza del sangue.
Liberatasi della pistola, Angelica si lasciò cadere avanti. Nonostante l’istintiva repulsione per le fiamme da cui il Sire era lambito, non poteva correre il rischio che questi potesse riprendersi dalle ferite. Doveva raggiungerlo e dargli il colpo di grazia, prima che lui potesse far lo stesso. Accortosi di lei, Maurice sbracciò nel tentativo di tenerla lontana. Il gesto, troppo fiacco per aver una qualche utilità, finì per giocare ai suoi danni: Angelica riuscì ad afferrargli l’avambraccio, appena sopra il gomito, e lo trasse verso di sé di quanto le fu necessario ad affondargli le zanne nel polso.
I vampiri erano in grado di controllare il fluire della propria Vitae, non bastava aprire una ferita e lasciare che circolazione e pressione facessero il resto, era necessario suggere con forza per strappare sangue ad un Cainita. Si trattava però di una guerra vinta in partenza, nella quale l’unica reale speranza della vittima era quella di porre fine al morso o, prima o poi, l’aggressore l’avrebbe sopraffatta. Maurice torse il braccio nel tentativo di divincolarsi ed Angelica reagì in modo simile a quello del cane a cui si cerchi di sottrarre l’osso: strinse i denti e strattonò a propria volta. L’odio e la rabbia le diedero la forza di cui aveva bisogno e ben presto fu premiata dal sapore inebriante della Vitae.

Il poco sangue ancora rimasto a Maurice fu consumato in poche sorsate. Quando le ebbe finite, Angelica fu messa a confronto con il segreto più gelosamente custodito dagli Anziani e sperimentò squisitezza del Cuore del Sangue, il fulcro stesso dell’esistenza dei Cainiti. Il seme da cui la stirpe maledetta aveva avuto origine, la gabbia in cui veniva imprigionato lo spirito del mortale nel momento della trasformazione, l’essenza della Bestia. Non stava più nutrendosi della Vitae di Maurice, ne stava divorando l’anima ed il piacere che provava nel farlo superava ogni sua più oscura e perversa fantasia di voluttà. Appagata da quel pasto blasfemo la Bestia ululava senza ritegno ed imperversava in lei, libera da ogni freno. Anche l’ultima scintilla di vita del Custode si spense e, con un sussulto, il suo corpo cadde nel baratro della pace dei secoli. Carne ed ossa si disfecero in polvere e scivolarono tra le dita di Angelica mentre lei, pervasa da una sensazione d’onnipotenza, inarcava la schiena e diveniva icona materiale del ruggito spirituale della Bestia. Una nuova porzione della sua umanità era morta, sacrificata all’oscurità, un misero prezzo da pagare per la forza che si sentiva scorrere dentro.
Abbassò lo sguardo alle gambe, le ferite scomparvero. Si levò in piedi, sfilò il pugnale dalla spalla e lo lasciò cadere, non aveva ancora toccato terra che già la frattura si era sanata. Sorrise, il sorriso divenne una risata che riecheggiò nella sala della musica.

«Robert.»
«Angie, sei tu? Da dove mi stai chiamando?»
«Lascia perdere. Raccatta le tue cose e raggiungimi al Seaside Park, ci vediamo lì tra mezz’ora. Lasciamo la città.»
«Si, Angie.»

.oOo. .oOo. .oOo.

La moto verde e nera sfrecciava nella notte. I due passeggeri erano chini in avanti, lui indossava un casco integrale, lei aveva lasciato i lunghi capelli castani in balia del vento. Lo sguardo dell’Antico abbandonò la coppia per poter contemplare la composizione nella sua interezza. Vedeva la caduta di Magnhild, una pedina potente nel gioco del suo avversario, il sacrificio di Maurice, un pezzo ormai compromesso, per mezzo del quale avrebbe potuto aumentare la propria influenza, ma che aveva preferito sacrificare in favore di Angelica, un nuovo strumento nelle sue mani, un’arma con cui poter sorprendere i propri nemici. Fortificata dal potere dell’Anziano che aveva divorato, la Neonata prometteva d’essere un eccellente pedina, e, anche se mancava dell’esperienza e degli appoggi politici posseduti dal Sire, sarebbe stata di certo più malleabile, più facile da muovere sulla scacchiera e molto più controllabile. Attorno al riquadro completato, il puzzle mancava di centinaia di tasselli, una battaglia era stata vinta, ma la guerra millenaria era ancora lontana dall’esser conclusa. L’Antico tornò ad osservare la moto. Per il momento l’avrebbe lasciata fuggire, ci voleva tempo perché le acque si chetassero ed i suoi avversari non potessero sospettare che la morte di Maurice facesse parte dei suoi piani. Poi, a tempo debito, l’avrebbe richiamata in campo laddove ne avesse avuto bisogno. «Nessun servo sfugge al richiamo del padrone.» Prigioniero della paranoia nata nei lunghi secoli di quel gioco d’inganni, l’Antico non poté fare a meno di chiedersi se quelle parole valessero anche per lui, se anche lui potesse essere un’inconsapevole marionetta nelle mani di un Cainita più vecchio e potente. Il rodere di quel dubbio risvegliò l’orgoglio, lontani sussurri di soddisfazione ed autocompiacimento si insinuarono nella trama dei timori dell’Antico fino a sfaldarla.

Zanne candide fecero capolino, dietro ad un malevolo sorriso di fanciullo.

  1. 1 dicembre 2012 alle 11:14

    Sorpresa, suspense e climax crescente e in un italiano bello da leggere!

  2. 1 dicembre 2012 alle 13:23

    Ho un rapporto decisamente conflittuale con questo racconto.
    Da una parte ci sono un’ambientazione che conosco discretamente e che apprezzo molto, dei personaggi ben definiti nelle loro particolarità ed una prima parte che ho divorato con impazienza. Dall’altra c’è il finale, quel finale che proprio mi rimane indigesto. E’ come aver mangiato una torta buonissima, essersi lasciati da parte gli ultimi due bocconi, e scopire proprio in quelli dei grossi grumi di sale che hanno il potere di far scomparire anche tutto il piacere precedente.
    Ecco, per me è stato precisamente così, e mi rimane quella sensazione di amaro che non riesco proprio a buttar giù.

    • 1 dicembre 2012 alle 13:32

      Su con la vita, basta che tu vinca il prossimo racconto e potrai sceglierne il finale ^_*

  3. Sara Morganti
    1 dicembre 2012 alle 14:51

    E’ sempre un piacere leggerti. Una trama molto ben articolata e personaggi affascinanti, ritratti con forza e sensualità. Una bella alchimia di violenza e passione. Bravo, continua così ;*

    • 1 dicembre 2012 alle 14:54

      Sono lieto che sia stato di tuo gusto. *_*
      Grazie grazie.

  4. 2 dicembre 2012 alle 17:06

    Ci piaaace! Bravissimo!

  5. Alessandro
    2 dicembre 2012 alle 20:38

    Bel racconto, bravo!

  6. Lorenza
    5 dicembre 2012 alle 19:35

    Pur non essendo un’amante di tutto il genere Gotico, tanto meno delle saghe vampiresche, devo ammettere che questo racconto mi ha intrigata molto, tanto da leggerlo tutto d’un fiato. Bravo Tale’s, attendiamo con ansia la prosecuzione della storia.

    • 6 dicembre 2012 alle 12:11

      Pur avendo lasciato il finale aperto ad una prosecuzione, per il momento non avevo in mente di procedere con la stesura della seconda puntata.
      Nulla vieta però che il prossimo vincitore dei Racconti Mercenari mi dia uno spunto utile ^_*
      In ogni caso sono molto lieto dell’apprezzamento di una non amante del genere.

      • Lorenza
        6 dicembre 2012 alle 12:20

        Oggi vanno molto di moda le trilogie, quindi il primo spunto già ce l’hai. 🙂

      • 6 dicembre 2012 alle 12:33

        Mi sono ripromesso di non produrre trilogie per almeno un quinquennio. Uno, due, quattro o più.
        Mai e per nessuna ragione tre. ^_*

      • Lorenza
        6 dicembre 2012 alle 13:00

        ehehehe e pensare che una volta il 3 era il numero perfetto! come cambiano i tempi ^_*

      • 6 dicembre 2012 alle 13:02

        Io continuo a considerarlo tale. Pensa che ho fatto in modo che il mio conto in banca finisse con “333” ^_*
        Però non voglio rischiare di confondermi con la moda del momento.

    • 7 dicembre 2012 alle 13:08

      Brava, pure io spingevo per il proseguo!

      • 7 dicembre 2012 alle 14:26

        Qui si ordiscono losche trame alle mie spalle.
        Bene, bene, molto bene.

      • 7 dicembre 2012 alle 14:45

        a tua insaputa? giammai!!

      • Lorenza
        7 dicembre 2012 alle 15:54

        Ti pare che noi stiamo qui senza sapere dov’è andata in moto la bimba? Io sono seriamente preoccupata, visto che ha una testa matta! 😀

      • 7 dicembre 2012 alle 16:24

        Ma appunto! E renditi conto che questa è figlioccia mia!
        Devo vincere il prossimo premio e far continuare ‘sto racconto.

      • 7 dicembre 2012 alle 19:44

        Occhio agli spoiler o.o

  7. 5 dicembre 2012 alle 22:58

    Molto bravo. Hai una perizia narrativa e una percezione dei tempi cinematografica e al tempo stesso ampia. Molte cose, nei temi, ricordano la Rice, altre cose sono evidenti scelte di prospettiva solo maschile. Ma la natura dei personaggi è una valida spiegazione. Complimenti invece per la costruzione della suspance, mi è venuto il fiato corto, alla fine.

    • 6 dicembre 2012 alle 12:14

      Proprietà transitiva dei contenuti. Dalla Rice a Vampire, da Vampire a me senza che io abbia mai letto nulla della Rice, mitico! ^_*

      Sono lieto che tu abbia sentito questa suspance, io sulle ultime due scene avevo dei dubbi, infatti avevo anche chiesto ai revisori se, a loro parere, fossero da modificare.

  8. Lorenza
    7 dicembre 2012 alle 15:56

    Tale’s Teller :
    Qui si ordiscono losche trame alle mie spalle.
    Bene, bene, molto bene.

    Tutto avviene alla sacra luce lunare !

  9. Lorenza
    7 dicembre 2012 alle 16:36

    Scusate, non per sapere i fatti vostri, ma di quale premio state parlando? Rendetemi edotta su ciò, please (una delle rare parole inglesi che ho imparato) 😀

  10. Lorenza
    7 dicembre 2012 alle 19:59

    Si può sapere di cosa parlate quando nominate premi e concorso? oppure anche questo è uno spoiler ? 😉

  11. 21 dicembre 2012 alle 20:44

    Mi unisco, tardivamente, ai consensi generali. Trovo sia una scelta coraggiosa scegliere come protagonista qualcuno di sesso opposto al nostro e seguirne il punto di vista. Complimenti! Del resto, un vampiro mantiene le caratteristiche psicologiche tipiche del proprio sesso?!?
    Buona fortuna per il libro lanciato sul mercato:)

    • 21 dicembre 2012 alle 20:53

      Mi capita spesso di essere ispirato da personaggi femminili, a volte mi trovo molto in difficoltà a renderli credibili – e di certo non sempre ci riesco – ma in questo caso avevo un asso nella manica ^_*

      La base del personaggio era di certo umana e femminile, ma la sua natura ha senza dubbio influenza sul suo modo di pensare, quindi qualsiasi stranezza può essere imputata a quello. Un po’ come la risposta di ogni incongruenza in Xena veniva imputata ad “un mago”.

      Ad essere sincero non mi aspetto un gran successo per il racconto, l’ho fatto più per gioco che per altro. Però la cosa è stata divertente, quindi penso che replicherò per tutti i racconti che mi capiterà di scrivere e di pubblicare sul Blog. Il tutto in attesa di completare il lavoro principale.

  12. 29 gennaio 2013 alle 14:51

    Devo sempre mandarti l’immagine di copertina per l’autografo…

  13. 26 febbraio 2013 alle 19:17

    Mi associo ai commenti di Sara Morganti e di Katia……….. va da sè che ci sarà un proseguo, almeno così è lasciato intendere!!!
    o più semplicemente, a quanto pare, siamo in molti a sperarlo!! Complimenti Tale’s Teller …….Buona fortuna!!!

    • 26 febbraio 2013 alle 20:40

      Grazie, grazie.
      Potrebbe esserci una seconda puntata, sì. In buona misura dipende da quale sarà lo spunto scelto da chi vincerà il prossimo racconto.

      Crepi… la fortuna.

  14. 28 febbraio 2013 alle 15:11

    È coinvolgente, ben disegnato e con tempi che al momento giusto accentuano la suspence… Va da sè che, anch’io son rimasta un po’ sospesa col finale: non c’è un punto ma, un “alla prossima puntata”…

    Ciao, complimenti

    • 28 febbraio 2013 alle 15:14

      Ma che bello, ma che bello…
      Tutta questa attesa per un’eventuale seconda puntata mi lusinga. Grazie mille e benvenuta ^_^

  1. 1 dicembre 2012 alle 01:04
  2. 1 dicembre 2012 alle 09:52
  3. 3 dicembre 2012 alle 23:03

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