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Tramando: “Giorni di pioggia.”

Bosco con la pioggia

Eccoci qui con il secondo dei tre racconti. Anche questa volta non perdo tempo in chiacchiere introduttive, mi limito ad aggiungere che (molto probabilmente) pubblicherò il terzo giovedì 28.

*** *** ***

La valle indossava un rigoglioso manto d’abeti. Con l’approssimarsi dell’autunno, il verde intenso era stato impreziosito dal giallo dorato delle querce e dal rosso sanguigno degli aceri. Il grigio pallore delle pendici incombeva, coronato dalle nubi oltre cui svettavano i picchi più alti. La pioggia cadeva fitta e sottile, ruscellava lungo le pendici, scivolava sulle chiome e giungeva a bagnare il terreno ormai zuppo.
Il peso dell’umidità impediva al fumo di salire, la corsa del vento lo disperdeva, cosicché le sue candide volute sparivano entro pochi metri dal comignolo. Lo chalet era stato costruito sulla sommità di un dosso, ai piedi del quale correvano le acque veloci di un torrente. Dinnanzi alla porta d’ingresso, protetta da una tettoia, si trovava una veranda divisa tra il fascino di un salotto estivo e la praticità di una legnaia. Fermo sulla soglia, le braccia incrociate dietro la schiena, un uomo osservava la pioggia.

«Pare proprio che non abbia nessuna voglia di smettere.» Le parole fecero danzare la sigaretta che gli pendeva dalle labbra. «Andrà a finire come ieri, spioverà solo dopo il tramonto ed intanto noi ci saremo persi anche l’ultimo giorno di ferie.» Sciolse l’intreccio delle braccia e levò la destra per trattenere la sigaretta, prese una lunga boccata e la trattenne per qualche secondo, prima di lasciar fluire il fumo tra le labbra. «Con un così bel bosco a disposizione passiamo le giornate in pantofole.» Borbottò mentre scambiava uno sguardo con l’effige di topolino stampata sulla finta pelle delle calzature. «E per fortuna che ne avevi un paio da prestarmi, io ho portato solo gli scarponi.»
Il graffiante stridore di legno su legno accompagnò il muoversi di una seggiola. L’uomo sfilò la sigaretta dalle labbra e ne affidò la cenere ad una folata di vento. «Prima di partire c’è un posto dove vorrei assolutamente andare. E’ una bella scarpinata ed il sentiero non è dei più facili, ma quando si arriva in cima la vista è spettacolare.» Il braccio indicò la parete del monte e le sottili striature che indicavano il percorso delle cenge. «Uno sperone arriva proprio sopra il lago, sembra di essere su un trampolino, vien quasi voglia di tuffarsi. Solo che la piscina è quattrocento metri più in basso, quindi è meglio resistere alla tentazione.» Ridacchiò tra sé e ruotò il capo per occhieggiare l’interno dell’edificio da sopra una spalla.
Un nuovo ceppo scoppiettava tra le fiamme, l’aroma della resina bruciata si spandeva nell’aria e rendeva il calore ancor più confortevole. A poca distanza dal camino, oltre il salottino da cui era circondato, Andreas sedeva accanto al tavolo da pranzo, la dove lui l’aveva lasciato. Dinnanzi a lui giacevano abbandonati i piatti e le stoviglie della cena precedente. «Magari si potesse controllare il tempo. Sarebbe comodo avere una specie di telecomando, non trovi? Così potremmo tenere la pioggia per la notte. Il rumore della pioggia concilia il sonno, lo sapevi?» Andreas scrollò il capo. «Eppure è così, l’ho letto in una rivista, credo fosse Focus, non ricordo di preciso. Una ricerca fatta da un’università americana. Roba seria.» La sigaretta era finita, uno scatto delle dita la lanciò sul selciato oltre la veranda. «Con la mia insonnia le ho provate tutte, e la pioggia funziona.»
«Ti scoccia se lascio la porta aperta? Sai, per cambiare un po’ l’aria. Il camino fa un bel calduccio, ma secca molto.» Senza attendere la risposta abbandonò l’uscio e si diresse verso l’acquaio. «Faccio i piatti, va’. Che se non ci penso io restano così fino a questa sera.» L’uomo non arrivava al metro ed ottanta ed il suo fisico non poteva certo dirsi imponente, aveva però le mani grandi e callose di chi è abituato ad usarle per guadagnarsi il pane.
L’acqua prese a scorrere, accompagnata da una cacofonia di legno, metallo e ceramica. «Non pensavo che avresti portato anche Ester.» Chino sul lavandino, le braccia immerse fino ai gomiti nell’acqua insaponata, usò un cenno del capo per indicare la porta che conduceva alla zona notte. «Pensavo che l’idea fosse un fine settimana tra uomini. Sai, chiacchiere di calcio, politica ed amanti in compagnia di birra e whiskey e ti confesso che, quando l’ho vista scendere dall’auto, ci sono rimasto male, offeso quasi.» Poi si affrettò ad aggiungere.
«Però mi è passata subito, in fondo non avevamo mai parlato di stare da soli ed è bastato far due chiacchiere con lei, per capire che è una ragazza in gamba.» Piatti e bicchieri erano stati allineati sullo sgocciolatoio, era arrivato il turno delle pentole. «Avevo temuto che le provviste potessero non bastare per tutti e tre, ma per fortuna Daniel ha lasciato la dispensa piena da scoppiare, avremmo dovuto essere un esercito per poter finire tutto.» Tacque per il tempo necessario a sconfiggere una macchia d’unto particolarmente incrostata. «Il letto poi.» Sospirò con aria teatrale. «Mi ero già visto a soffrire sul divano o sulla panca. Sai, la signorina avrebbe potuto trovare sconveniente dividere la stanza con due uomini.» La voce fu la sarcastica imitazione di un vezzoso cicaleccio, poi tornò a farsi seria. «Ed invece… non ha battuto ciglio. Ragazza in gamba.»
Si asciugò, posò lo strofinaccio e srotolò le maniche della camicia di flanella. «Spero che non se la sia presa per la discussione dell’altra sera.» Un velo di imbarazzo scese ad ammantare le parole. «Ma proprio non sopporto l’odore di fumo in casa.» Pochi passi gli erano bastati ad attraversare la stanza. «Sì, lo so che può sembrare strano in un fumatore.» Poggiato allo stipite si era infilato una sigaretta tra le labbra. La fiamma dell’accendino cedette al vento e l’uomo fu costretto a levare la sinistra per schermarla. «Gran brutto vizio il fumo, il peggiore, costa un sacco di soldi, rovina la salute e dà fastidio a chi ti sta intorno.» Un gran sbuffo di fumo sottolineò il concetto. «Ho cercato di smettere un sacco di volte, ma non mi è mai riuscito, massimo rispetto per te che ti sei liberato dalla schiavitù delle sigarette. Anche se non t’invidio proprio ora che ti trovi da solo con due fumatori, e per di più prigioniero in questa casetta.» Levò un sopracciglio e sorrise. «Ma in fondo tutti hanno i propri vizi, tu per esempio sei un gran pigro, da quando siamo arrivati non hai mai dato una mano a cucinare od a rassettare, hai fatto far tutto a noi.» Il sorriso si sciolse in una risata, quando l’altro si agitò sulla sedia e gli lanciò un’occhiata torva. «Ma sì, tranquillo, sto solo scherzando.» Lo rassicurò. «Dopo una settimana di lavoro, hai tutto il diritto di riposarti per un paio di giorni. Io sono a spasso da quasi tre mesi, ho avuto tutto il tempo per riposarmi e per diventare una donna di casa.» Il parlare di disoccupazione lo amareggiava. Si era sempre fatto in quattro per il lavoro, non aveva mai rifiutato uno straordinario né si era mai lamentato quando questi non gli erano stati pagati, e nonostante questo era stato uno dei primi a ricevere il benservito, quando l’azienda aveva ridotto il personale.
La nicotina lo aiutò a liberarsi del peso di quei pensieri. Lo scemare della pioggia rinnovò il suo ottimismo. La comparsa d’un raggio di sole fece rinascere il sorriso.
«Abbiamo fregato la Legge di Murphy.» Dichiarò con tono allegro. «Il cielo sta schiarendosi, tra poco si potrà uscire.» Armato degli scarponi ciabattò fino al divano e lì si sedette per indossarli. «Visto che quella dormigliona di Ester sta ancora poltrendo, approfittiamone noi. Possiamo sempre tornare a prenderla più tardi, non credi?» Andreas lo scrutava con un misto di incredulità e preoccupazione, profonde occhiaie rendevano il suo sguardo stanco e tirato.
«Sei ancora lì? Di questo passo ci metti tutta la giornata a prepararti, vengo a darti una mano, va.» Due passi gli bastarono ad aggirare il tavolo, allungare un braccio gli permise di raggiungere il batticarne, lavato poco prima ed accuratamente riposto insieme alle altre posate.
La sedia gemette sotto l’agitarsi di Andreas, le corde con cui l’uomo era stato legato scricchiolarono mentre questi cercava di sfuggirne la presa, il legno del pavimento, graffiato dall’improvviso scivolare delle zampe della seggiola, stridette.
«Su, non fare il bambino, è ora di andare.» Come estremo tentativo di fuga, il prigioniero cercò di rovesciarsi all’indietro. Una delle grandi mani afferrò i lacci in cui era costretto e vanificò il tentativo, l’altra calò il batticarne e tutto si fece oscurità.

L’assassino piegò il capo verso la spalla destra e rivolse uno sguardo obliquo al cadavere. Dopo qualche secondo si scosse ed annuì soddisfatto. «Hai visto? Niente sangue questa volta, niente da dover pulire ed è anche stato più veloce.» Quando aveva tagliato la gola ad Ester, la notte precedente, la ragazza aveva agonizzato per diversi secondi prima di giacere immobile, ed il letto si era trasformato in una pozza di sangue denso ed appiccicaticcio. Per questo evitava sempre di aver a che fare con le donne, lo rendevano nervoso. Affacciatosi alla porta della camera si fermò ad osservarla, vestita solo del livore della morte. Si era trattato di uno sgradevole incidente. Le donne lo rendevano sempre molto nervoso, per questo cercava sempre di evitarle, per non avere simili incidenti. Loro, le donne, lo provocavano, gli facevano perdere la calma e lo privavano del controllo necessario a fare un lavoro pulito. Ester, come quelle prima di lei, aveva reso tutto più difficile e l’aveva costretto ad improvvisare, ad agire senza pensare. Non gli era mai capitato di stuprare una delle sue vittime prima di allora, lei era stata la prima, ma di certo non sarebbe stata l’ultima. Possederla, costringerla a sottostare alle sue voglie, trattenerla con la forza mentre le usava violenza erano state esperienze nuove, appaganti quasi come il privarla della vita. Un nuovo mondo di possibilità gli si era aperto dinnanzi agli occhi e, se proprio le donne dovevano costargli tutta la fatica di rimediare agli incidenti che provocavano, almeno lo ripagassero del fastidio con quel piacere che gli uomini non erano in grado di soddisfare.
«No, non è ancora ora di uscire, dormi pure.» Dichiarò prima di richiudere la porta. «Tocca prima ad Andreas, in fondo questo doveva essere il nostro fine settimana tra uomini, tu sei solo un’ospite. Dovrai aspettare il tuo turno per il tuffo.» Fermo al centro della sala l’assassino poggiò le mani sui fianchi e si fermò ad osservare il cadavere della sua ultima vittima, tra le labbra faceva appena capolino un sorriso inespresso. Stava pregustando il piacere di poter osservare la caduta del corpo, dall’alto della montagna fino al lago ai piedi della scarpata, ciononostante il pensiero di doversi arrampicare fin lassù portando Andreas sulle spalle non lo soddisfaceva fino in fondo.
«Non dovrei proprio ucciderli prima.» Si disse con tono di biasimo. «Si fa tanta fatica a portarli e sembrano sassi quando cadono.» Sospirò e si strinse nelle spalle. «Papà lo diceva sempre: chi si accontenta, gode.»

Fedele a quella semplice regola, il padre aveva affrontato la vedovanza con stoicismo e, non riuscendo a trovare una donna capace di sopportare le sue intemperanze, aveva cresciuto il figlio senza l’aiuto di alcuna figura femminile. Quel sodalizio tra scapoli aveva avuto fine all’improvviso, durante un’escursione, quando l’uomo era precipitato dal crinale della montagna e, accompagnato dalle proprie urla di terrore, aveva eseguito per primo un tuffo mortale verso il lago. Lui l’aveva guardato cadere, racchiuso nel silenzio della consapevolezza d’essere rimasto solo al mondo eppure animato da una strana euforia. Esser stato testimone di quella morte violenta lo aveva riempito di un piacere tanto intenso e liberatorio da far sbocciare in lui il desiderio di rivivere quei momenti.
Quindici anni erano passati, più di trenta persone avevano incontrato il loro fatale destino e la montagna si era meritata la lugubre nomea d’essere un luogo maledetto. I pochi corpi ritrovati, dopo l’impatto con l’acqua e le rocce affioranti, avevano traversato un lungo tratto di rapide e nessuno era mai riuscito a scorgere su di essi i segni della mano omicida. Andreas era solo l’ultimo degli affittuari dello chalet di Daniel ad essere finito vittima di quello spietato serial killer. Un uomo come tanti, colpevole d’aver mentito alla moglie per poter passare un fine settimana con l’amante il cui nome, per ovvie ragioni, non aveva fatto registrare. La presenza della donna aveva guastato i piani dell’assassino, lo aveva spinto ad agire d’impulso e gli aveva impedito di adottare il suo abituale piano d’inganni per convincere la vittima ad accompagnarlo lungo la via che li avrebbe condotti fino al luogo fatale.

«Dovrò cambiare le coperte ed i materassi. Non sarebbe gentile lasciare a Daniel quelli macchiati, per niente gentile.» Borbottò tra sé mentre finiva di imbragare il corpo di Andreas. «Ci penserò questa sera, o magari domani pomeriggio. Ora devo sbrigarmi prima che cali il sole.»

La verde continuità della vallata, sfidata dalle macchie di querce ed aceri, era percorsa dalle sottili ferite provocate dalle strade e costellate dalle rare radure che l’uomo aveva creato per costruire le proprie case. Dinnanzi ad una di queste, un piccolo chalet interamente edificato in legno, un uomo camminava piegato dal peso del proprio macabro carico. Un raggio di sole, liberatosi dalla presa del manto di nubi, discese ad avvolgerlo e portò a levare lo sguardo verso il cielo sempre più limpido e sgombro.
«Abbiamo fregato la Legge di Murphy.» Mormorò socchiudendo gli occhi e porgendo il volto al caldo tocco del sole. «Oggi sarà una bellissima giornata.»

*** *** ***

Sappiate che dopo la pubblicazione del terzo vi chiederò quali siano state le vostre preferenze, quindi studiate e non fatevi cogliere impreparati…

Stay Tuned.

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  1. 25 febbraio 2013 alle 12:56

    Lo ammetto, sono un pochino delusa che sia finito al secondo posto. Io lo trovo geniale! Ben fatta!

    • 25 febbraio 2013 alle 13:04

      In realtà è un ex equo.
      Hanno ricevuto lo stesso numero di “punti”. Per decidere quale mettere per primo ho usato il sistema empirico del lancio della monetina.

  2. 27 febbraio 2013 alle 16:05

    Sto studiando, aspettando domani (è il 28,vero?)

    • 27 febbraio 2013 alle 21:09

      Ma che studentessa diligente, bravissima!
      Eh sì, il ventotto è domani… e credo che già in mattinata il racconto sarà online.

  3. Katia T.
    11 marzo 2013 alle 15:17

    Avevo letto “La Locanda” prima, confermo che è il più debole dei tre in assoluto. Vuoi per lo stile, ma soprattutto per la trama, non sufficientemente supportata dalle descrizioni.
    Questo secondo è molto più vivido, nelle immagini, nell’ironia folle del personaggio, demiurgo di se stesso e delle vite degli altri. Avrei solo preferito meno spiegazioni alla fine.
    Il migliore in assoluto resta “Vacanze..”

    • 11 marzo 2013 alle 20:14

      Meno spiegazioni riguardo alla sua opera da Serial Killer?
      La parte che riguarda il padre etc. etc?

      • Katia T.
        11 marzo 2013 alle 20:38

        Precisamente. O magari potevi trovare un modo per restituire immagini anziché cronaca degli eventi. Ma è solo un modestissimo parere.

      • 11 marzo 2013 alle 20:40

        Alur…
        L’idea era quello di renderlo come una serie di immagini molto veloci (sempre seguendo il principio di inquadratura televisiva su cui ho basato il racconto), quindi l’impressione voleva essere quella di vederlo scorrere velocemente.
        Forse però poteva essere meglio ancora lasciare tutto nell’incertezza, magari solo con un vago riferimento… hum.

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