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Archive for the ‘Speculazioni’ Category

Immaginando.

9 maggio 2016 2 commenti

Cornetta

Qualche anno fa, quando internet era più un concetto astratto che una realtà concreta, fantasticavo sul potere magico dei click. Era sufficiente un piccolo gesto, un minimo sforzo per avere accesso a un mare di informazioni e non si trattava solo di accedere in modo efficiente a dati in mio possesso, ma di poter ottenere cose nuove da ogni punto del pianeta.
Di più… con un solo dito ero in grado di far muovere un disco rigido a migliaia di chilometri di distanza e se non è magia questa.

Le parole hanno lo stesso potere.
Certo, non basta un solo click, ma ogni qual volta scriviamo, creiamo un codice capace di interagire con il lettore e di mettere in movimento il suo disco rigido.
Di più… perché non ci limitiamo a trasferire dei dati, ma lo portiamo a rielaborarli e a creare qualche cosa di nuovo e originale, cosicché una sola stringa di testo può dare origine a infinite variazioni.

E così, nel venire a confronto con l’immaginazione, anche il messaggio più semplice e apparentemente innocuo, può trasformarsi e prendere vita. Per esempio:

leggo questo:

Rimozione

e…

RimozioneConForza

Strana cosa l’immaginazione.

Stay Tuned.

Il Codice della Scherma.

3 dicembre 2015 2 commenti

Scherma.png

Avete mai praticato la scherma tradizionale?
Io no, ma conosco diverse persone che l’hanno fatto e ho avuto modo di farmi spiegare le basi del metodo di insegnamento.
Contrariamente a quanto si può pensare, non si comincia maneggiando armi piccole, ma con una delle più grandi: il bastone a due mani. A parte l’ovvia ragione di sicurezza dovuta alla mancanza di affilatura, la scelta è dovuta alle dimensioni e alla conseguente distanza dello scontro.
Quando ci si picchia con un bastone lungo un metro e ottanta si sta distanti e le parate vengono effettuate a diverse spanne di distanza dal corpo, con tutto lo spazio per frenare il colpo nel caso in cui qualcosa vada storto. Viceversa, se in mano si tiene un pugnale tutto è più vicino e la differenza tra un blocco riuscito e una sgradevole coltellata in faccia è di pochi centimetri.

Qualcuno potrebbe spiegare al popolo italiano che scherma e guida non sono la stessa cosa? Che più l’auto è grande e più abilità bisogna avere per le manovre? Che un incapace alla guida di un gundam da tre tonnellate è un pericolo per tutti quelli che gli stanno intorno?
Perché con le dimensioni dell’auto direttamente proporzionali alla loro inettitudine comincia ad essere difficile schivarli tutti e la volta che mi centrano finisco in galera per omicidio…

Stay Tuned.

Il valore dello zero.

26 novembre 2015 2 commenti

Zero

Quanto vale uno zero?
“Niente.” Risponde l’istinto.
Peccato che non abbia un conto in banca, altrimenti gli chiederei in prestito un milione di euro e salderei il mio debito restituendone centomila.

Se ci prendiamo il tempo per pensare, sappiamo che il valore dello zero dipende dalla sua posizione, ma siamo abituati a considerarlo come la rappresentazione del nulla e allontanarci da questa intepretazione ci costa uno sforzo di volontà.

I numeri sono una parte molto ingombrante della nostra vita. Orari, date, misure e ovviamente il denaro, è praticamente impossibile passare una singola giornata senza avere a che fare con almeno una di queste cose.
Sono diventati una prassi e come tutte le prassi abbiamo finito per darli per scontati, ce li facciamo scivolare addosso senza mai farci attenzione o darci peso. Tutt’al più prendiamo in considerazione quello che rappresentano.

“Novanta chili? Da domani dieta!”
“Centocinquanta euro per un paio di scarpe? Sono impazziti.”
“Le quattro meno un quarto… ho quindici minuti per arrivare dall’altra parte della città.”

Così, nel fare le cose per abitudine, applichiamo le convenzioni che abbiamo assimilato, senza fermarci a riflettere se siano o meno inerenti alla situazione che stiamo affrontando. La programmazione del nostro pensiero ci porta a considerare i numeri come parte di un sistema di calcolo e a trattarli come farebbe una calcolatrice.

Che differenza c’è tra 100 e 0100?
Provate a scriverli su una calcolatrice e vedrete che lo zero iniziale scompare nel preciso istante in cui inserite la cifra successiva, se prima non avete inserito una virgola. Noi facciamo la stessa cosa.

E così, quando da un distributore automatico vogliamo prendere un kinder bueno identificato dal numero 036 digitiamo 36 e ci stupiamo del fatto che non stia succedendo nulla.
Lo abbiamo visto, lo abbiamo letto, lo abbiamo riconosciuto e l’abbiamo escluso senza nemmeno rendercene conto. Questo anche se sotto la tastiera, a caratteri cubitali, c’è scritto di inserire anche lo zero iniziale.
La nostra prassi non lo contempla.

Poi alle nostre spalle arriva un futuro scrittore di fama internazionale che chiede lumi sull’ingorgo, elargisce un illuminante “zerotresei”, prende la sua acqua zerocinquezero e se ne sale al piano di sopra a scrivere una perla di saggezza.

Meditate gente, meditate. Io vi osservo.

Stay Tuned.

 

Matematicamente Vol. 1

14 marzo 2015 4 commenti

image

Mi ero ripromesso di scriverlo alle 9:26:53 ma a quanto pare sono un po’ in ritardo.
Poco male, in qualche angolo del mondo è di certo l’ora giusta e lo sarà ancora per diverse ore.

Buon giorno epico a tutti e a presto per nuove entusiasmanti elucubrazioni riguardo il Pi Greco.

Stay Tuned.

La matematica del rispetto.

18 settembre 2014 17 commenti

Funzioni
Per prima cosa una comunicazione di servizio: il tasto della ‘t’ funziona a singhiozzo. Questo logora il mio sistema nervoso e mi costringe a porre attenzione ad ogni parola che contenga la lettera anarchica.
Inoltre, questo primo segno di cedimento mi ha messo dinnanzi al problema del ritiro dal commercio dei Netbook… quando il mio bambino cesserà di funzionare dovrò sostituirlo con un Notebook, che userò per le stesse identiche funzioni, ma che mi costerà almeno tre volte tanto. MaPPork!

Conclusa questa divagazione, veniamo a noi. Questa mattina la mia routine è stata turbata dalla necessità di una visita in posta. Per mia fortuna la posta di Portogruaro è magica. Quando arrivo non c’è mai nessuno e nel caso in cui tutti gli sportelli siano impegnati c’è sempre qualche nuovo impiegato che si mette al lavoro o – come oggi – che interrompe i suoi impegni burocratici per chiedermi di cosa abbia bisogno.

Tempo cinque minuti ed ero nuovamente in strada, con le bollette pagate, in marcia verso la colazione. Giovedì, giorno di mercato, quindi procedevo sotto i portici per evitare il caos delle bancarelle. Sì come bandito dei tempi andati, una signora zompa fuori da un pilastro e mi si pianta addosso come un missile. Nel confronto di fisicità che ne è seguito, il fisicaccio boteriano ha avuto la meglio sulla sulle sue forme gnomiche e la tapina si è trovata a rimbalzare contro la colonna e a stamparcisi come una zanzara su un parabrezza.

Stupito dall’evento, avevo appena ritorvato la lucidità per pormi domande sullo stato di salute della donnina, quando quella mi ha cacciato un indice di biasimo sotto al naso e ha berciato:

Ma che modi… potrebbe almeno dire qualcosa!

Poffare, parmi d’udire un tono d’accusa, la madama deve aver cozzato lo capo. E’ duopo che risponda – sì come ella domanda – per redimermi dallo mio silenzio.

* Signora, stia un po’ attenta a dove va.

Ma come si permette, maleducato! E’ questo il modo di rispondere dopo essermi venuto addosso? Avrei potuto farmi male…

E’ lo galoppo dell’immaginazione mia o tra coloro che ci circondano si annida un covo serpeggiane d’altre dita di biasimo? Mio il compito di debellare l’idra della menzogna.

* A dire il vero è stata lei a venirmi addosso e invece di avere la creanza di chiedermi scusa, ha la faccia tosta di alzare i toni e l’arroganza di volermi mettere dalla parte del torto. Io non mi sono fatto niente – e stavo per chiederle se fosse tutto a posto – ma se al mio posto ci fosse stato un bambino? O una persona anziana? Eviti di rispondere, fa più bella figura e pensi piuttosto a fare attenzione a dove va. Buongiorno.

Inutile dire che la mia dose di dita di biasimo – tradotte in sguardi – me la sono puppata lo stesso, ma non tutti hanno dato per scontato che fossi un giovinastro irriverente e comunque la soddisfazione della ragione, vale molto più dell’opinione degli stolti.

Passando oltre a questo momento d’egocentrismo autoreferenziale, ci tengo a sottolineare che ho ricevuto un’educazione fin troppo rigida per quel che riguarda il rispetto. Rispetto per le autorità, per gli adulti, per le persone anziane e così via ad abbracciare quasi ogni categoria. Un giusto punto di partenza per un bambino, che nel crescere avrà le basi per creare un suo metro di giudizio e così è stato…

Con il tempo ho stabilito che il rispetto non abbia dipendenze dirette con nessuno dei fattori a cui comunemente viene accumunato. Età, ruolo o posizione sociale contano molto poco, il che non si traduce con il non avere rispetto di nessuno, ma con trattare tutti con la dovuta cortesia, fino a quando non dimostrano di non meritarlo. Poi… beh, se perdessi tempo a far inchini a tutti gli stronzi del circondario, sarei già morto di gobba.

In conclusione, l’unica caratteristica che ritengo vincolante nel tributare rispetto è di ricevere in risposta lo stesso trattamento. Da ciò discende che il rispetto non può che essere una Funzione Biunivoca.

P.s. Vediamo un po’ chi riesce a costruire una Funzione Biunivoca tra i contenuti del post e i tag che ho scelto.

Stay Tuned.

 

Saggezza in pillole.

Sono sempre stato una scarpa in filosofia.

Non si trattava solo di pigrizia e poco studio – anche se hanno indubbiamente avuto la loro parte – ma anche di un rifiuto del concetto dell’ipse dixt di cui la materia è così intrisa. Troppo spesso il fondamento di una tesi era basato sul sillogismo wannabe del “poiché egli dice che, allora”, a cui reagivo con un istintivo “poiché mio cuGGino sostiene che è una vaccata, allora”.

Mi rendo conto che sia una posizione poco produttiva basata su un punto di vista riduttivo, ma così è stato e impelagarsi in un’esegesi del passato non è molto più produttivo del masturbare le statue, quindi prendiamolo come dato di fatto e proseguiamo.

Nonostante il mio cattivo rapporto con la filosofia sono riuscito a fare salvo il piacere di speculare sulle riflessioni di altri, quando siano autoconclusive, non richiedano la conoscenza di un metalinguaggio specifico né lo studio di poche centinaia di agili volumetti oscuri e autoreferenziali.

Tutto questo per arrivare a un pensiero che da qualche giorno mi gironzola in testa e più nello specifico un breve racconto che ho avuto occasione di leggere. La storia di un monaco buddhista e del suo giovane allievo…

Vesak Day preparations

Un monaco e il suo allievo, in viaggio alla ricerca dell’illuminazione, camminavano lungo una strada persa nella campagna, quando in lontananza scorsero un crocevia e, ferma ai suoi margini, una donna. Dal suo abbigliamento e dai suoi modi era facile comprendere che si trattava di una donna perduta, una prostituta.

Quando i due giunsero al crocevia, la donna richiamò l’attenzione dell’allievo e si offrì di giacere con lui, in cambio di cibo e denaro. Dopo il suo secco rifiuto, si rivolse al maestro e si propose a lui. Sotto lo sguardo stupito dell’allievo, l’uomo declinò cortesemente l’offerta, le regalò un tozzo di pane e dopo averle augurato salute e prosperità riprese il cammino.

Tempo dopo, quando erano ormai lontani dalla donna e dal crocevia, l’allievo si rivolse al maestro:

– Maestro, perché avete concesso la vostra attenzione a quella prostituta? Nel lasciarla avvicinare e nel chiamarla sorella, non avete corso il rischio che il peccato si accostasse a voi e vi tentasse?

* Io ho concesso la mia attenzione a una donna affamata. La prostituta l’ho lasciata alle mie spalle, all’incrocio in cui si trovava, mentre tu ancora la porti con te, serbandone il ricordo. Chi di noi, dunque, ha concesso al peccato di avvicinarsi?

Poche righe che condensano una serie di considerazioni sul rapporto tra l’uomo e il peccato. L’allievo – l’uomo comune – è lesto nell’esprimere giudizi e semplifica ogni cosa per poterla rinchiudere nelle categorie di bene e male. Si sente superiore ed allo stesso tempo rifugge la tentazione, perché il fascino che esercita su di lui gli fa temere di poter perdere la retta via. Il Maestro, invece, è capace di distinguere la realtà dall’apparenza e dà prova della sua superiorità morale esimendosi dal giudizio e rispondendo al peccato, non con la paura, ma con la virtù. La sua rettitudine lo rende capace di guardare negli occhi la tentazione senza esserne sfiorato e di lasciarsi il peccato alle spalle, senza conservarne memoria.

Questo genere di racconti di formazione è comune a ogni società, fa parte di tutte le religioni e molto spesso i suoi contenuti sono equivalenti ed intercambiabili da un popolo all’altro. Io l’ho presentato come un raccondo buddhista, ma non sono per nulla certo che l’ambito fosse quello e se al posto del Maestro e dell’Allievo ci fossero stati San Francesco e un Fraticello le cose non sarebbero cambiate poi molto. Tanto è vero che mi sono permesso anche di infilarci una venatura fantascientifica parafrasando il “Tai nasha no karosha” Vulcaniano e non credo che qualcuno l’abbia percepita come una stonatura.

Eviterò di perdermi in un pippone sul crollo dei valori e sulla deificazione della superficialità, ma è un dato di fatto che la società odierna vada ben oltre del conservare memoria del peccato: la trasforma in un bene e ne fa mercimonio. E non mi riferisco al mercato del peccato in sé, quanto a quello riservato alla memoria del peccato.

La prostituzione è (teoricamente) reato. Una nutrita fetta della popolazione sarebbe pronta a biasimare chiunque venisse colto sul fatto di affittare una libbra di carne, per una mezz’ora di sollazzo. Quella stessa gente acquista compulsivamente le notizie che parlano di chi viene colto sul fatto.

E allora l’ubriaco che sfrittella quattro ragazzini con l’auto diventa famoso e gli viene proposto essere testimonial di una linea di vestiti, il capitano che abbandona la nave mentre affonda prende in considerazione l’idea di entrare in politica, il condannato per omicidio si arricchisce con le vendite della sua autobiografia e dei cerebrolesi che limonano in televisione vengono pagati qualche migliaio di euro per fare gli ospiti nelle serate delle discoteche.

Siamo così assuefatti al molto rumore per nulla che abbiamo dimenticato quanto può essere espressivo il silenzio.

Stay Tuned.

La verità mi fa male, però…

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