Nella Nebbia.

nebbia-tra-i-montiwww.federicophotos.altervista.org

Se chiudo gli occhi vedo talvolta un paesaggio oscuro, con pietre, rocce e montagne sull’orlo dell’infinito.

Ogni cosa è nebbia.
Non vi è direzione in cui possa spingere lo sguardo per più di pochi passi e i suoni riecheggiano lontani, soffusi dalla spessa coltre pallida. La nebbia ha soffocato la vitalità dei figli della montagna: rari arbusti sfidano le sue ombre perenni, rifugio di larghe pozze di muschi dall’aspetto malsano; le poche creature immerse nel suo umido abbraccio, fuggono al suono di passi. Il loro zampettare, ora viscido, ora raschiante, viene inghiottito dall’improvviso scrosciare dell’acqua, nata dall’incontro tra aria tiepida e roccia fredda.
D’improvviso un batter d’ali, una serie di schiocchi rabbiosi, che schiaffeggiano la nebbia.
Il suono lo sorvola, si allontana, scompare. È passato vicino, a un tiro di sasso, eppure non ne ha nemmeno intravista la sagoma.

Meglio così, non ci tengo a vederle quelle bestiacce. Che volino o che camminino, sembrano tutte dei topi viscidi e sformati. Sorci e sorci con le ali… fa già abbastanza schifo doverli mangiare.
Ficcarsi in questo postaccio è stata una vera idiozia. Quando ci si trova davanti della nebbia densa come farinata bisogna essere proprio degli idioti per entrarci e degli illusi per pensare che sia passeggera, se il muschio ti arriva alla caviglia. E poi, dar ascolto a Elrico quando diceva che attraversarla sarebbe stata una questione di qualche ora, che era una specie di muro, l’ultimo ostacolo prima della valle.
Avremmo dovuto ascoltare Braego, invece, lui e le sue cattive sensazioni. Certo, sarebbe stato più facile se non fosse sempre stato così pessimista. A sentir lui ogni nuvola doveva essere una tempesta. Forse, se non fosse sempre stato così esagerato gli avremmo dato ascolto… forse. O forse il richiamo di gloria e ricchezza ci avrebbe giocato comunque.

Una stretta cengia taglia il fianco della montagna, una finestra sul nulla di un baratro di decine – forse centinaia – di metri; quanto di più simile a una strada, in quel mondo di pietra ed acqua.
Sul versante opposto i rivoli di condensa si riuniscono in una vera e propria cascata, che getta la sua spuma in fondo alla gola, nel mugghiare di un torrente. E’ il vento a decidere il destino di quei corsi d’acqua, spingendo la nebbia contro questa o quella parete, decretandone così il crescere impetuoso o l’improvviso estinguersi.
La vicinanza della vetta rende l’aria più leggera e in quel vago chiarore si staglia il paesaggio oscuro dei monti circostanti, un’infinita continuità di roccia, immersa in un mare lattiginoso.

Montagne, sempre montagne, solo montagne, senza inizio e senza fine, sono giorni che non vediamo altro. Vedere, bah, se questo si può chiamare vedere. Da quando abbiamo lasciato il sentiero non sappiamo nemmeno se stiamo andando avanti o tornando indietro.
Niente stelle, nessun punto di riferimento, solo ombre di monti, che sembrano spostarsi ogni volta che ti distrai… come onde del mare. Un mare dove nemmeno i navigatori più esperti sono capaci di stabilire una rotta. Stephan ci ha provato fin dal primo giorno, ha promesso che ci avrebbe riportato al passo, ma non ha mantenuto la sua parola.

Con il calare della sera le montagne si fondono in un unico ammasso di oscurità, sormontato da un chiarore spettrale e la nebbia si fa gravida di richiami. Accucciato tra due rocce, la testa incassata tra le spalle, l’uomo leva lo sguardo al cielo e ascolta. Il lugubre coro di minacce e paure allenta la sua tensione e lo riporta in piedi, capace infine di notare lo sfocato baluginare degli astri.

Stelle strane, stelle diverse. Non le vediamo da giorni, ma non possono essersi mosse così tanto. Sembra che tutto il cielo abbia fatto un salto in avanti, vero Stephan? Impossibile… proprio come aveva detto Braego, quando Paulo se n’è accorto la prima volta. E’ successo la notte del secondo giorno, ricordate? Prima che la nebbia si facesse più fitta.
Siamo tornati indietro? Sono le nostre vecchie stelle? Quella sembra proprio la coda della rondine, ma Stephan non sembra convinto. Da quando ha perso la strada non è più sicuro di niente. In questo posto non si può essere sicuri di niente, nemmeno del tempo che passa.

La giornata di marcia esige il suo tributo e nemmeno lo stupore per il nuovo cielo può opporsi alla stanchezza delle membra.
Regno del crepuscolo, le montagne non conoscono la carezza del sole né l’abbraccio delle tenebre poiché, dopo il tramonto, l’aria si rischiara della luminescenza che ne incorona le vette. Luce inadatta alla marcia, ma sufficiente perché il campo possa essere allestito senza l’ausilio di un fuoco, che nessuno sarebbe in grado di far ardere.

Il posto migliore per accamparsi è in cima a un dosso, non troppo lontani da una parete; così l’acqua scorre via e si ha almeno un fianco protetto dal vento. Così ha detto Paulo e c’è sempre da rimetterci a non dargli ascolto. Ha una gran testa Paulo, lo dice anche il Capitano.
Braego no. Lui si è lamentato – lui si lamenta sempre – quando si è parlato della roba da mangiare. Solo roba cattiva, ha detto. Cattiva, già, ma leggera e che non ha bisogno di essere cucinata. Niente pentole, niente peso inutile in questo viaggio senza fine… per fortuna Caevo ha scoperto che quei topacci mollicci sono commestibili, o ci staremmo mangiando gli stivali.
La prima volta m’è sembrato d’essermi infilato in bocca un cencio fangoso – succoso, ha detto Elrico – ma a tutto si fa l’abitudine e con gallette e pesce salato che scarseggiano, meglio un cencio fangoso che dover leccare il muschio dalle pietre. Anche quello si può mangiare… roba da porci, ha ragione Argan e non da porci che abbiano altra scelta. Quando ci è toccato mangiarlo era veramente arrabbiato. Non come Braego che si lamenta – magari sbraita – e poi gli passa tutto; aveva gli occhi cattivi e da quel giorno sembra sempre alla ricerca di un’occasione per menare le mani. Una bestia feroce, tenuta a bada dalle sferzate d’occhi del Capitano e ammansita dalle canzoni di Braego… è incredibile che una persona così fastidiosa abbia una voce così melodiosa. Qualche minuto, poche strofe e anche queste montagne sembrano un buon posto per dormire.

Saziato il corpo e chetato lo spirito, non resiste oltre e si abbandona al sonno.

 

Nello sfondo, sulla sponda di un mare nero, riconosco me stesso, una figurina minuscola che pare disegnata col gesso.

Mezzogiorno.
Alle loro spalle il sole è così basso da confondersi tra la spuma e la sua luce radente vela il mondo di misticismo.
Non c’è orizzonte. Ogni cosa, a perdita d’occhio, è stata sostituita da un’unica scogliera. Una catena montuosa sorta dalle profondità oceaniche per dare freno alla sfrontatezza dell’uomo. I loro cuori tremano dinnanzi all’immensità e nel delinearsi delle sue pendici oscure scorgono lo spettro del fallimento.

«Gli dei non vogliono che si vada oltre.» all’anatema di Braego risponde lo sprone di Elrico «Gli dei ci mettono alla prova, per decidere se siamo degni di raggiungere la valle.» e l’animo dell’equipaggio si spacca tra speranza e rinuncia.
«La terra oltre il mare senza fine…» Stephan è incredulo, la leggenda prende vita dinnanzi ai suoi occhi e lui si chiede se sarà all’altezza di affrontarla.
«Mulinelli! Il vento di terra e il vento di mare si danno battaglia. Se non riduciamo la velatura, la nave si spezzerà come un fuscello.» Il monito di Paulo diviene una sequela di ordini del Capitano e gli uomini combattono la natura, per superare le acque turbolente di quel mare nero e conquistare il diritto di raggiungere l’ombra della nuova terra.

Vele lacere, due uomini divorati dalle onde e il fasciame geme sotto la spinta della corrente, ma l’ancora ha fatto presa e la riva è così vicina che sembra di poterla toccare.
Il Capitano ascolta tutti, dà modo ad ognuno di sfogare paure, frustrazioni ed aspettative, poi parla e spiega quale sarà il loro futuro. Il destino li attende oltre le montagne, un destino di gloria e ricchezza; la gloria riservata a coloro che estendono i domini dell’Impero, la ricchezza di chi può reclamare come sue le città d’oro della valle eterna. Quando la sua voce lascia spazio al silenzio, ogni dubbio è scomparso e l’esaltazione prende vita in un coro di grida inneggianti. Sono sei le scialuppe che prendono terra, cinquanta uomini armati ed altrettanti zaini colmi di attrezzi, viveri e speranze. La più imponente spedizione di cui si abbia memoria, un esercito che dà l’assalto ad una titanica roccaforte.

La montagna quasi non se ne accorge. Visti dall’alto delle sue vette sono meno di insetti, dei folli che osano sfidarla.
Ride di loro.

 

Questo è il mio posto d’avanguardia, sull’estremo limite del nulla: sull’orlo di quell’abisso combatto la mia battaglia.

Una risata che non ha nulla di umano riecheggia tra le vette.
Strappato al sogno, balza in piedi e si guarda intorno con gli occhi di una preda.

Quella maledetta risata. La stessa che abbiamo sentito alle nostre spalle, dopo esserci addentrati nella nebbia, l’unico punto di riferimento di quel nulla bianco. Avremmo potuto usarla per tornare indietro, forse, ma Stephan ha detto che quanto un demone ride, solo i folli ne seguono la voce. Saggezza e prudenza sono buone per chi ha alternative. Chi non ha nulla da perdere non è molto diverso da un folle.

Mkeh-keh-keh.
Avvicinarsi spezza l’illusione e le risate si mostrano per ciò che sono: richiami gutturali di un grosso animale. L’eco li confonde, rende difficile individuarne la fonte, ma dove l’udito non giunge, arriva la fortuna. Tracce nel muschio, impronte che attraversano una spianata e si addentrano in un canalone.
Evita il fondo, si arrampica e segue il margine della spaccatura nella roccia. La nebbia è più rada, lo sguardo giunge a qualche decina di metri, abbastanza per muoversi attraverso la pietraia, senza perdere di vista il fondo del crepaccio.
La grotta compare come un miraggio, i bordi frastagliati dell’ingresso sono circondati da incisioni e pittogrammi. Nei disegni, li riconosce.

Bestie, non uomini. Due braccia e due gambe, ma la bocca piena di denti e le mani artigliate e la schiena… sembrano ali ripiegate, ma sono zampe, come quelle dei ragni. E’ con quelle che si arrampicano, è con quelle che ci hanno raggiunti, in silenzio.
Elrico è stato il primo a vederli, il primo a morire. Salivano lungo il fianco della montagna, si calavano dalle pareti e bloccavano il sentiero. Dovunque c’erano zanne e artigli… sangue. Il Capitano ci ha tenuti uniti, asce e spade hanno aperto la strada ed è iniziata la fuga.

Si china su una roccia, la percorre con le mani, ne saggia il peso, la solleva e la sposta fin sul ciglio. Usa piccoli sassi per darle stabilità e un cuneo per bloccarla. Lavora senza fretta, pietra dopo pietra, pietra su pietra, fino a creare un muricciolo stabile, dietro al quale fa crescere un cumulo di ciottoli e lacrime.

Li sentivamo intorno a noi, la nebbia li nascondeva; sentivamo le loro risate e le grida di chi era rimasto indietro.
Ci hanno pregati, ci hanno maledetti, hanno implorato per la loro vita e sono morti. Nessun uomo dovrebbe piangere, invocando la morte, perché lo liberi dalla sofferenza. Per loro era finita, per noi stava cominciando, cinquanta conquistatori ridotti a qualche manciata di fuggiaschi.
La corsa, gli agguati, le risate… quelle maledette risate. Non hanno alcuna espressione quando ridono, o quando combattono. Niente rabbia, niente paura, nemmeno dolore, quando il metallo strazia la loro carne putrida. Solo il sangue li scuote. Solo quando abbattono una vittima il loro sguardo si illumina, prima che comincino a divorarla.
Vivi o morti, ossa o carne, non fa nessuna differenza, purché possano riempirsene la bocca. Argan è stato preso vivo, per sua fortuna Braego lo ha finito prima che cominciassero. Paulo invece li ha giocati, si è buttato nel vuoto.
Poi la nebbia è diventata più fitta, nemmeno le grida riuscivano ad attraversarla, e sono scomparsi tutti, inghiottiti dalla montagna. Solo, illeso, macchiato del sangue di chi mi ero lasciato alle spalle. Perché ero sopravvissuto? Perché, tra guerrieri ed esploratori, era stato uno scalpellino a salvarsi?
Ora lo so.

Siede sul bordo dell’abisso.
La nebbia lo lambisce, l’acqua gli ruscella intorno, ma lui è tutt’uno con la montagna. Impassibile, spietato, in attesa che le creature fiutino il suo odore; in attesa che osino sfidarlo.
Mkeh-keh-keh.
Il primo richiamo si protende oltre l’ingresso della caverna e accompagna l’uscire della bestia.
Mkeh-keh-keh.
Occhi senz’anima lo fissano, una foresta di zanne lo minaccia e lunghe zampe di ragno si distendono.
Mkeh-keh-keh.
Il mostro si arrampica, la sua risata rotola nella caverna e ritorna, come voce del branco.
Mkeh-keh-keh.
La caverna vomita il suo male. Decine di creature – centinaia – sciamano verso quell’unica preda, che le attende cantando la gloria degli dei, immobile.
Siede sul bordo dell’abisso, attende che le mostruosità si avvicinino, che la gola brulichi del loro zampettare.
Impassibile, spietato, scalza il cuneo e diviene la furia della montagna.

La frana cresce, si estende, il suo boato penetra nella roccia e spezza antichi equilibri. Le pendici collassano. Centinaia di chili divengono milioni di metri cubi e cambiano per sempre il mondo circostante.
Il vento fischia con la forza di un uragano, il maelstrom divora nebbia e nuvole e apre un varco verso il tenue azzurro del cielo.

 

Epilogo.

Il ruggito della montagna si spinge oltre la sua corsa, valica i passi e discende nelle valli. Il suo impeto scema, diviene un grido, poi un sussurro.
Su un’altura una creatura china il capo, le orecchie tese alla ricerca del suono che l’ha incuriosita. Il calare di uno stivale la distrae e la richiama accanto al padrone. Sulla soglia di una caverna, un uomo dalla pelle grigia allunga una mano e carezza il capo dell’animale. «Non è nulla, torniamo a casa.» Quello lo guarda dal basso, con occhi adoranti. Lunghe zampe di ragno fremono, come la coda di un cucciolo. «Mkeh-keh-keh.»

  1. Mih.
    9 gennaio 2015 alle 12:31

    Bello, a me piace. 😊
    Onirico e meravigliosamente adatto a speculazioni mentali da me tanto adorate.
    P.S. E pure l’uomo dalla pelle grigia mi sta già simpatico.

    • 9 gennaio 2015 alle 19:14

      Bene bene… onirico ci piace, era una delle cose che volevamo ottenere.
      L’uomo in grigio? Un vero zuccherino. ^_*

      • Mih.
        9 gennaio 2015 alle 21:09

        Gli zuccherini sono sempre i benvenuti.😍

        A noi piace anche l’immagine che accompagna il racconto.

      • 9 gennaio 2015 alle 22:43

        Per la foto si ringrazia l’autore e si spera che non chieda di toglierla… in caso contrario cercheremo una valida sostituta ^_*

  2. 10 gennaio 2015 alle 09:27

    Che bravo, scrivi davvero bene e la storia è avvincente… Good!

    • 10 gennaio 2015 alle 11:05

      Grazie. ^_^
      Sono contento che ti sia piaciuto.
      Lo stile è una sperimentazione, in genere scrivo in modo diverso, mi auguro che anche la “norma” sarà di tuo gusto.

  1. 5 gennaio 2015 alle 16:22
  2. 9 gennaio 2015 alle 12:17

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