Saggezza in pillole.

Sono sempre stato una scarpa in filosofia.

Non si trattava solo di pigrizia e poco studio – anche se hanno indubbiamente avuto la loro parte – ma anche di un rifiuto del concetto dell’ipse dixt di cui la materia è così intrisa. Troppo spesso il fondamento di una tesi era basato sul sillogismo wannabe del “poiché egli dice che, allora”, a cui reagivo con un istintivo “poiché mio cuGGino sostiene che è una vaccata, allora”.

Mi rendo conto che sia una posizione poco produttiva basata su un punto di vista riduttivo, ma così è stato e impelagarsi in un’esegesi del passato non è molto più produttivo del masturbare le statue, quindi prendiamolo come dato di fatto e proseguiamo.

Nonostante il mio cattivo rapporto con la filosofia sono riuscito a fare salvo il piacere di speculare sulle riflessioni di altri, quando siano autoconclusive, non richiedano la conoscenza di un metalinguaggio specifico né lo studio di poche centinaia di agili volumetti oscuri e autoreferenziali.

Tutto questo per arrivare a un pensiero che da qualche giorno mi gironzola in testa e più nello specifico un breve racconto che ho avuto occasione di leggere. La storia di un monaco buddhista e del suo giovane allievo…

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Un monaco e il suo allievo, in viaggio alla ricerca dell’illuminazione, camminavano lungo una strada persa nella campagna, quando in lontananza scorsero un crocevia e, ferma ai suoi margini, una donna. Dal suo abbigliamento e dai suoi modi era facile comprendere che si trattava di una donna perduta, una prostituta.

Quando i due giunsero al crocevia, la donna richiamò l’attenzione dell’allievo e si offrì di giacere con lui, in cambio di cibo e denaro. Dopo il suo secco rifiuto, si rivolse al maestro e si propose a lui. Sotto lo sguardo stupito dell’allievo, l’uomo declinò cortesemente l’offerta, le regalò un tozzo di pane e dopo averle augurato salute e prosperità riprese il cammino.

Tempo dopo, quando erano ormai lontani dalla donna e dal crocevia, l’allievo si rivolse al maestro:

– Maestro, perché avete concesso la vostra attenzione a quella prostituta? Nel lasciarla avvicinare e nel chiamarla sorella, non avete corso il rischio che il peccato si accostasse a voi e vi tentasse?

* Io ho concesso la mia attenzione a una donna affamata. La prostituta l’ho lasciata alle mie spalle, all’incrocio in cui si trovava, mentre tu ancora la porti con te, serbandone il ricordo. Chi di noi, dunque, ha concesso al peccato di avvicinarsi?

Poche righe che condensano una serie di considerazioni sul rapporto tra l’uomo e il peccato. L’allievo – l’uomo comune – è lesto nell’esprimere giudizi e semplifica ogni cosa per poterla rinchiudere nelle categorie di bene e male. Si sente superiore ed allo stesso tempo rifugge la tentazione, perché il fascino che esercita su di lui gli fa temere di poter perdere la retta via. Il Maestro, invece, è capace di distinguere la realtà dall’apparenza e dà prova della sua superiorità morale esimendosi dal giudizio e rispondendo al peccato, non con la paura, ma con la virtù. La sua rettitudine lo rende capace di guardare negli occhi la tentazione senza esserne sfiorato e di lasciarsi il peccato alle spalle, senza conservarne memoria.

Questo genere di racconti di formazione è comune a ogni società, fa parte di tutte le religioni e molto spesso i suoi contenuti sono equivalenti ed intercambiabili da un popolo all’altro. Io l’ho presentato come un raccondo buddhista, ma non sono per nulla certo che l’ambito fosse quello e se al posto del Maestro e dell’Allievo ci fossero stati San Francesco e un Fraticello le cose non sarebbero cambiate poi molto. Tanto è vero che mi sono permesso anche di infilarci una venatura fantascientifica parafrasando il “Tai nasha no karosha” Vulcaniano e non credo che qualcuno l’abbia percepita come una stonatura.

Eviterò di perdermi in un pippone sul crollo dei valori e sulla deificazione della superficialità, ma è un dato di fatto che la società odierna vada ben oltre del conservare memoria del peccato: la trasforma in un bene e ne fa mercimonio. E non mi riferisco al mercato del peccato in sé, quanto a quello riservato alla memoria del peccato.

La prostituzione è (teoricamente) reato. Una nutrita fetta della popolazione sarebbe pronta a biasimare chiunque venisse colto sul fatto di affittare una libbra di carne, per una mezz’ora di sollazzo. Quella stessa gente acquista compulsivamente le notizie che parlano di chi viene colto sul fatto.

E allora l’ubriaco che sfrittella quattro ragazzini con l’auto diventa famoso e gli viene proposto essere testimonial di una linea di vestiti, il capitano che abbandona la nave mentre affonda prende in considerazione l’idea di entrare in politica, il condannato per omicidio si arricchisce con le vendite della sua autobiografia e dei cerebrolesi che limonano in televisione vengono pagati qualche migliaio di euro per fare gli ospiti nelle serate delle discoteche.

Siamo così assuefatti al molto rumore per nulla che abbiamo dimenticato quanto può essere espressivo il silenzio.

Stay Tuned.

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