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Il lato oscuro della medicina.

10 ottobre 2016 2 commenti

medicinali

La biblioteca di Portogruare apre alle nove, io arrivo qualche minuto prima e spesso non sono il solo a gravitare nei pressi del portone, in attesa. Questa mattina eravamo in quattro: io, Englishman, ScommessaSicura e un ignoto. Essi parlavano, io udii…

SS – […] così mio cognato è andato dal medico per l’ernia e quello l’ha riabilitato.

I – Ed è ancora vivo? No, perché giù per una cosa del genere…

SS – Questi sono quelli che vengono da fuori… che non sanno. Quello era andato per prendere di più e invece adesso non prende neanche i quattrocinquecento euro di pensione di invalidità di prima.

Da lontano una voce si sovrappone alle loro… ed eccomi catapultato ai confini della realtà.

ai-confini-della-realta-twilightzone

Un luogo dove il compito dei medici non è curare, ma garantire un livello di malessere tale da permettere di rientrare nella felice categoria degli invalidi… o mentire quel tanto che basta per ottenere il medesimo risultato.

Stay Tuned.

La Cattiveria del Giorno: “Piuttosto.”

6 novembre 2015 6 commenti

La Cattiveria del GiornoCome ho già avuto modo di dire, sono una creatura abitudinaria.
La biblioteca non fa eccezione a questo fatto e quando mi rifugio a lavorare tra i libri lo faccio seguendo alcune prassi ormai radicate. Occupo il “mio” posto, sistemo stampe e appunti, avvio il portatile e lo collego all’alimentazione assieme ai cellulari… poi mi metto al lavoro.

Per fare tutto questo occupo un tavolo. Attorno al tavolo ci sono quattro sedie e senza dubbio potrebbe ospitare quattro persone che leggessero un libro o quattro studenti con un unico testo di riferimento. Di fatto se ci sono di mezzo montagne di appunti e/o computers ci si può stare in due. Essendo il primo ad arrivare tendo ad allargarmi, ma se arriva qualcuno raduno le mie cose in modo da lasciarli tutto lo spazio possibile.

Così è successo anche ieri, quando una signora è entrata nella “mia” stanza con un libro sotto il braccio e le mani occupate da un cellulare e relativo caricabatterie. Il suo paziente ha emesso il fatidico bip della fame atavica e nello sguardo la solerzia è scivolata verso il panico. Ha raggiunto il tavolo, si è seduta e masticando qualche cosa a proposito della maleducazione di chi considera tutto di sua proprietà ha staccato uno dei miei alimentatori dalla multipla per attaccare il suo.

wpid-20151105_144049-1.jpgLa osservo con aria perplessa, ricambia con uno sguardo di sfida. La accontento.

– Mi scusi, è mia.
* Che discorsi sono… se una ha bisogno. Non sei mica a casa tua che puoi fare quello che vuoi. UrcaUrcaTirulero. O tempora, o mores.
– Non ci siamo capiti. E’ mia nel senso che mi appartiene. Me la porto da casa e ci faccio un po’ quello che mi pare.
Momento di gelo. Sguardo vacuo. Reboot di sistema.
* Beh… potresti lasciarmela usare. Mi sta finendo la batteria e aspetto una chiamata importante.
– Potrei, certo e se me lo avesse chiesto in modo educato avrei anche sorvolato sul controsenso di aspettare una telefonata in una sala studio ma così… preferirei tagliare il cavo con una tronchese e buttare tutto dalla finestra. Ecco, si riprenda il suo caricabatterie e buona giornata.

Ha detto qualche cosa d’altro – immagino un vivido affresco dalla sua riprovazione – ma il mio fanciullo interiore faceva troppa cagnara ridendo e non ho sentito una sola parola.

Stay Tuned.

Posti a sedere.

24 agosto 2014 2 commenti

Come già detto: sono una creatura abitudinaria.
Giovedì scorso, dopo colazione, sono tornato in biblioteca, pronto ad affrontare la mattinata di lavoro e sono stato accolto dal verboso concionare di un signorotto, che sbuffava come se davanti a sé ci fosse la casa di mattoni dei Tre Porcellini.

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In sala c’erano lui, un signore che leggeva il giornale, una ragazza che studiava e due posti occupati, l’uno dalle mie scartoffie e l’altro da un pc. Ebbene, il fatto che qualcuno avesse avuto l’ardire di occupare dei posti, sé assente, aveva malamente indispettito il signorotto e lo aveva spinto a illustrare et argomentare il suo disappunto, con la verve di un generale prima di una battaglia. Il risultato era – ovviamente – disturbare la ragazza che stava cercando di studiare e ottenere delle blande smorfie di risposta dal lettore di giornale che, per l’appunto, si trovava lì per leggere il giornale e non per partecipare a una crociata.

– Ah, questi ragazzi… vengono, occupano il posto e poi se ne vanno in giro; sono capaci di tenerlo occupato tutto il giorno per usarlo mezz’ora… o magari vengono solo a riprendersi le loro cose. E si arrabbiano anche se qualcuno le sposta perché deve sedersi. Ma dovrebbero essere i segretari della libreria a pensarci… dovrebbero spostargli tutto negli armadietti e liberare i posti, così la prossima volta non lo farebbero più.

Non sono sicuro di ogni parola, ma i “segretari della libreria” mi sono rimasti impressi.

Ho preso posto, spostato le mie scartoffie – sperando intensamente che credesse che stessi mettendo in pratica il suo dicto – e preparato il computer. Non ha detto nulla, ma mi ha lanciato un’occhiata indagatrice alla quale non ho saputo resistere.

* Mi duole che il mio fare colazione la disturbi, ma non si preoccupi: ora mi siedo e – a parte una mezz’oretta di pausa pranzo – me ne starò seduto a lavorare fino all’ora di chiusura.

La ragazza ha apprezzato l’ironia, lui meno, ma a parte borbottare qualche cosa tra i denti non ha espresso i pensieri che gli ingrigivano il volto. Sarà per la prossima.

Stay Tuned.

Riflessi Paolo-viani.

22 maggio 2014 6 commenti

Sono una creatura abitudinaria.

Qualsiasi attività svolga – nell’arco di poche ripetizioni – creo una prassi che poi ripeto in modo regolare, alterandola solo in caso di successive raffinazioni per aumentarne l’efficienza. Insomma, sono il sogno proibito di qualsiasi serial killer: prevedibile e facile da trovare.

Le mattine portogruaresi sono un esempio di questa mia natura: parcheggio, raggiungo la biblioteca, entro, occupo il MIO posto con un libro e delle penne, metto le mie cose nello stipetto, esco, faccio colazione, rientro, recupero le mie cose dallo stipetto, preparo computer e scartoffie e comincio la giornata di lavoro.

Quest’oggi, durante la fase “recupero le mie cose dallo stipetto” è successo un fatterello curioso.

Una signora è entrata spingendo un passeggino e dopo aver salutato lei, la bibliotecaria si è rivolta anche al bambino.

– Ciao Paolo.

E la madre, puntualmente:

* Paolo, come si dice?

Il bambino, rispondendo a tono e senza la benché minima esitazione:

° Per favore…

Poi ha aggrottato la fronte: qualche cosa non tornava. Si è guardato intorno, si è reso conto di dove fossero e, per non sprecare il ‘come si dice’ appena utilizzato:

° … posso avere il libro dei camion? Grazie.

Le due donne si sono fatte una risata, io e il bibliotecario – da uomini duri – ci siamo limitati a sorridere.

Ironia a parte: chiedi per favore, ringrazi – anticipatamente – e quello che vuoi è un libro? Tesoro, certo che lo puoi avere.

Libro dei Camion
Stay Tuned.

La Cattiveria del Giorno: “Silenzio.”

6 febbraio 2014 4 commenti

La Cattiveria del Giorno
Da più di un anno tradisco la mia scrivania con i banchi delle biblioteche. Lavorare fuori casa porta con sé lo svantaggio della trasferta, ma la qualità della concentrazione – e la riduzione delle fonti di distrazione – ripagano ampiamente lo sforzo.

Purtroppo il concetto di “silenzio” è molto più complesso di quanto ci si potrebbe aspettare e coloro che riescono a coglierlo ed interiorizzarlo sono una sparuta minoranza. Per quanto la biblioteca sia un luogo poco frequentato, chiacchiere e cellulari non mancano mai di sfrantumare le… quiete.

Una situazione seccante – a cui ormai ho fatto il callo – che solo di rado riesce a turbarmi. Di rado, già, e “di rado” non significa “mai”.

Due allegri studenti si siedono al tavolo accanto. Si siedono insieme, un pessimo segnale. Armeggiano con un portatile e con dei blocchi di appunti: se avessero esposto cassette di arance tarocco e dato voce per attirare massaie non sarebbero stati più chiassosi. Parlando, lei deve organizzare una presentazione in power point e lui fa da supporto morale, direttore artistico e ufficio tecnico. Spesso le loro opinioni divergono e, grazie a lunghi anni di educazione televisiva, parlano l’uno sull’altro, alzando sempre più il tono in modo per far prevalere la loro idiozia, se non con la logica, almeno con i decibel.

Guardarli male non serve, non resta che affidarsi ad una delle regole di vita che Roger Rabbit ha insegnato al mondo: “Il momento migliore per fare le cose è quello in cui fanno più ridere.”
Attendo pazientemente l’occasione…

Così è a posto.” Dice lei.
Meglio aggiungere una cornice.” Rimbecca lui.
Non sarà troppo?” La voce è diventata un gridolino.
Devi metterlo in risalto.” Giammai cedere, ruggisce.
Però l’ho già fatto con quell’altro.
Ma era due pagine fa.
Va bene, va bene. Così?
Ecco, così sì che è a posto.” Non ci sarebbe più bisogno di gridare, l’accordo è stato trovato, ma una volta superate le cinquantacinque miglia all’ora non bisogna mai rallentare, Speed Docet.
Bene, adesso dovremmo…
… abbassare il tono di voce e vergognarvi.

Consigli tecnici che hanno accettato senza riserve. Bello sentirsi utili.

Stay Tuned.

La Cattiveria del Giorno: “Generazioni.”

7 novembre 2013 4 commenti

La Cattiveria del Giorno

Intensa giornata di lavoro in quel della biblioteca di Portogruaro seguito da una breve missione atta al reintegro delle scorte alimentari domestice, volgarmente chiamata “spesa”. In quel luogo, crogiolo di razze, religioni ed orientamenti sessuali ho avuto la ventura di incrociare il passo di un bimbo che raccoglieva in sé tanta parte della perfezione da esser vicino a prenderne anche la forma: la sfera.

Sebbene lusingata dal fascino ipnotico di quello strabordante ballonzolio la mia razionalità è riuscita a scuotersi ed a mandarmi messaggi di comprensione e cordoglio. “Poverino, sarà uno scompenso ormonale.”, “Forse anche lui ha le ginocchia putrefatte come me e non riesce a muoversi a dovere.”, “Avrà una madre che lo rimpinza come un porcello.”, “Lo sconforto di un lutto in famiglia lo avrà spinto tra le braccia dei grassi polisaturi.”, “Ha solo una decina d’anni, sarà la ciccetta morbida dell’infanzia.”

Perso in queste riflessioni ho anche perso di vista il giovane – innocente – suino e portato a termine la mia caccia grossa di cibarie e bevande. Saziate le necessità venatorie sono gioiosamente trotterellato in cassa dove – grazie ad un colpetto di bacchetta magica del mio superpotere – ho scelto la fila sbagliata.

La lunga attesa mi ha permesso di vedere il frugoletto raggiungere la madre in cassa con le braccia cicciotte strette al petto per reggere alcune lattine di zuccherose bibite frizzanti, svariati pacchetti di patatine ed una bella confezione di dolcetti al cocco e cioccolato. Accortasi del fattaccio, la genitrice – una silfide di un metro e settanta per un quintaletto – lo ha duramente redarguito:
– Sbrigati che faccio finta di non vederti, altrimenti m’arrabbio.

Nella mente, un’immagine:

Obesotto
Sulle labbra, un pensiero: “Invece che far finta di non vedere, incazzati e fai lo sforzo di inseguirlo un po’. Farà bene ad entrambi.

Stay Tuned.

Galeotto fu il tavolo…

28 ottobre 2013 38 commenti

Stranezze Bibliotechiche

Solo qualche giorno fa – per esattezza il 23 ottobre – ho scritto un Tweet che recitava:

Per chi non lo sapesse: ogni biblioteca ha il suo matto.
Per chi avesse dubbi: ogni matto si siede accanto a me.
#VitaDiBiblioteca

Cosa me l’abbia ispirato è presto detto: la presenza di un individuo che per un paio d’ore almeno non ha fatto altro che leggere tenendo il viso ad una spanna dal suo libro. Che c’è di strano? Quante persone conoscete che leggano e rileggano per ore sempre le prime tre o quattro pagine – ed intendo la seconda e la terza di copertina – alternandole alla copertina, alla costa del libro ed al bordo bianco del volume? Io sono ad uno e vi garantisco che stare a un metro di distanza da un tizio che continua a rigirarsi nervosamente il volume tra le mani non è per nulla rilassante.

Oggi ho scoperto che la mia regola ha una falla: avrei dovuto scrivere “[…] ogni biblioteca ha almeno un matto.” Il resto, d’altronde, si è rivelato esatto ed infallibile perché oggi al mio tavolo di matti ne sono arrivati ben due e considerando che in tutto eravamo tre…

TicTichiTic
Io me ne stavo bel bello al mio posticino – dirimpetto a me c’era il solito matto che leggeva il solito libro – e con le note di un quartetto d’archi sparate nelle orecchie, scrivevo felice.

*Tic tic tic tichitic tic tic tic tichitichitichitic*
Entra un ragazzo. Barbetta incolta portata con disinvoltura, abiti scuri ed una borsa porta computer. Mi chiede se può sedersi lì accanto e dopo aver tolto uno degli auricolari per poterlo sentire meglio acconsento e sposto il cellulare per fargli più spazio.

*Tic tic tic tictictic tic tic*
Ho ripreso a scrivere da un paio di minuti, lui ha finito di sistemare il computer ed ha preso posto. Non fa in tempo a cominciare che mi si rivolge. Nuovo auricolare sfilato ed ascolto…
– Potresti battere più piano?
Colto di sprovvista, rispondo con quel che d’istinto mi passa per la testa. *Non credo, ma farò il possibile.

*tictictic tictictic*
-TOC! TOC! TOC! TOTOC!-
Scrive anche lui, scrive solo con gli indici e pesta come se volesse arrivare direttamente alla scrivania attraverso il pc. Gli lancio uno sguardo, mi accorgo che anche lui ha delle cuffie piantate nelle orecchie e dopo avergli dedicato un piccolo ‘Vaffanculo’ per avermi rotto le scatole per poi far mille volte peggio, torno ai fatti miei.

*Tic tic tititic tictic tichitichitic tictic*
Di nuovo si sporge per attirare la mia attenzione, di nuovo mi stappo un’orecchio.
– CHE DANNO FASTIODIO LE CUFFIE? Lo chiede urlando, che dipenda proprio dalle cuffiete che ancora tiene ben piantate nelle orecchie? Tra i pensieri sospiro, nella realtà accenno un sorriso e rispondo alla domanda che immagino mi sia stata fatta: “Il volume della musica è troppo alto? Si sente e da fastidio?” Buffo che l’abbia posta a me, l’unico altro con delle cuffie e quindi quello che meno può essere disturbato dai rumori.
* No no, nessun disturbo.
– AH, PERCHE’ PEnsav… Sfuma fino a scomparire, coperto dalla musica che ho nuovamente rimesso al suo posto. Sorrido ed annuisco, lui fa lo stesso, tanto nessuno dei due sente l’altro.

*Tic tichitic tititic tichitic tic tic tictictic*
Ariecchilo! Questo sta più sporto verso di me che al suo posto, che sia tutta una manovra per copiarmi? O forse è un mio follower che sta seguendo i Tweet che ho scritto su di lui e si sta divertento?

1. Un tizio mi si siede accanto e qualche minuto più tardi mi chiede se posso “battere un po’ più piano sui tasti” #RespirarePosso?
2. E poi quando scrive lui batte come su un tamburo. Mah…

* Sììì?
– ANCHE A TE VA LENTO? Si riferisce al computer, o meglio alla connessione Wi-Fi messa a disposizione dalla biblioteca ma tutto questo devo indovinarlo perché l’unica cosa certa è che l’uomo – sì, proprio lo stesso che poco prima si lamentava del mio soave batter di tasti – continua ad parlare ad alta voce.
* Sì, un po’, non è mai molto veloce.
– AH, CHIEDEVO PERCHE’ IL MIO E’ VECCHio e allor… Sorrido ed annuisco, torno a scrivere e lo lascio alle sue peregrinazioni.

*Tic tichitic tictic tititic tic tictic*
Occhieggio verso di lui, scorgo un muoversi di labbra e vengo colto da un dubbio, tolgo una cuffia e… l’uomo sta cantando! Oh, non forte, non abbastanza da superare la musica delle mie cuffie (d’abitudine la tengo bassa), ma quanto necessario per essere sentito fino al tavolo accanto.

L’accusa ha finito, se qualcuno se la sente di difendere le ragioni nel nuovo matto si faccia avanti e si prepari a spiegare come, un simile casinista con la musica che gli martellava il cervello, possa aver trovato fastidioso il mio soave ticchettare.

Stay Tuned.

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