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Archive for the ‘Fenomenologia Umana’ Category

La Cattiveria del Giorno: “Moda da cani.”

La Cattiveria del Giorno
Non sono un animale da vetrine.
La sola idea di ciondolare lungo la strada fermandomi ogni tre passi per fissare l’ennesima variante della stessa boiata mi urta i nervi, ma a volte non si tratta di scelta: è la vetrina a saltarti addosso.

Canotto.jpgSono fashion come la mamma

Vedo, guardo, fisso, stranisco.
La cosa positiva è che il cane non capisce ed è franco dall’imbarazzo, ma fossi in lui avvierei le pratiche per ottenere l’emancipazione. E non si tratta solo del cattivo gusto del cappottino – quello era il più sobrio della vetrina – ma soprattutto della malsana abitudine di usare parole come madre e figlio nel riferirsi al legame tra un essere umano e un animale.

Stay Tuned.

C’era una volta in posta.

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Questa mattina sono stato in posta.
Anche il ventotto novembre sono stato in posta.
Oggi c’era poca gente, la fila scorreva e tutti erano tranquilli.
Il ventotto novembre tutte le sedie erano occupate, cera gente in piedi e il numero di sportelli operativi non era sufficiente a smaltire la calca. Pochi erano tranquilli.

Mi sono diretto al tavolino più vicino accanto al quale c’erano una ragazza di colore, che scartabellava dei documenti e controllava il cellulare; una signora che fissava il tabellone dei turni con aria arcigna e – ora sì, ora no – una donna che andava e veniva attraverso la sala, come uno squalo mannaro. Per non far mancare il mio contributo a quel clima gioioso, ho dato il buon giorno. La ragazza ha alzato lo sguardo e ha risposto con un cenno della testa, l’osservatrice ha borbottato qualcosa tra i denti e la squala ha continuato a squalare… evidentemente la mancanza di ferite sanguinanti non mi rendeva appetibile ai suoi occhi.

Mentre dirimevo il filo di Arianna delle buste da spedire e la ragazza quello dei documenti da compilare, l’osservatrice ci allietava con un sottofondo di commenti a denti stretti, sbuffi e scambi di commenti indispettiti con la squala, quando il suo girovagare la portava a tiro.
Dopo qualche minuto, e qualche numero, la ragazza è giunta alla conclusione di non avere tutti i documenti necessari e con un certo scoramento ha reimbustato il suo plico. Poi, quasi timidamente, mi ha detto che doveva andare e mi ha chiesto se volessi il suo numero. Da ottanta a settanta, certo che lo volevo! L’ho molto ringraziata e salutata, ho constatato che stavano servendo il numero sessantotto e senza farmene accorgere ho scoperto che l’osservatrice aveva il settantaquattro.

Due minuti di attesa, due lunghissimi minuti di attesa infilzato dagli sguardi delle due signore ed è arrivato il mio turno. Mentre ero allo sportello alle mie spalle si sbuffava.

Eh… certo che avrebbe potuto darlo a te, che stavi aspettando.
* Eh sì. Mah!

La mia mancanze di reazione le ha portate a ripetere una seconda volta e poi una terza, con tono via via più alto. Che il soggetto del loro biasimo fossi io o la ragazza, volevano essere certe di avermi reso edotto del crimine di lesa maestà di cui era state rese vittime. Io mi sono limitato a girarmi e a sorridere, uscendo ho ripetuto il buon giorno, senza miglior fortuna della volta precedente.

Chissà se mai si chiederanno perché la ragazza abbia deciso di proporre a me il suo biglietto e chissà quali mai potranno essere le loro ipotesi in tal senso… chissà se mai prenderanno in considerazione che l’istinto l’abbia portata a scegliere l’unica persona che non si stesse crogiolando nell’insoddisfazione.

Stay Tuned.

 

Ipotesi di manovra.

21 ottobre 2016 6 commenti

manovra-in-parcheggio

Come sapete sono un animale abitudinario. Le mie giornate sono costellate di piccoli rituali, che si ripetono uguali a loro stessi, con il minimo di variazione necessaria per rientrare nel regno animale piuttosto che in quello vegetale.

Quando salgo in macchina, per esempio, sfilo la gaccia, la metto sul sedile posteriore, tolgo i cellulari dalla tasca, li metto sul cruscotto, mi siedo, mi aggiusto sul sedile, sposto i cellulari dal cruscotto ai portabicchieri, metto la cintura… e sono pronto ad avviare il motore. Non è un affare di una mezz’ora, ma tra una cosa e l’altra può passare un minuto, che detta così pare poca cosa, ma provate a stare in auto per un minuto in attesa che quello davanti a voi liberi il un parcheggio… siamo al limite della crisi di nervi. Così, quando i posti scarseggiano, salto alcuni passaggi della mia amatissima procedura in favore di un bene più grande. Praticamente merito un Oscar al senso civico.

Giovedì scorso, o ieri come ad alcuni piace chiamarlo, dopo aver bighellonato al mercato di Portogruaro mi sono messo sulla via di casa. Avevo poca fretta e parecchie scartoffie a cui volevo dare uno sguardo, così ho meditato di sedermi in auto, cercare quello che mi interessava, trascriverlo nel blocco degli appunti e poi partire. Il piazzale era pieno e c’erano alcune auto che ci si aggiravano alla ricerca di un pertugio in cui infilarsi. Colto da un rigurgito di cortesia ho rivisto i miei programmi: prendere auto, sposarmi in un altro piazzale, leggere/trovare/trascrivere e poi tornare verso casa.

Non avevo ancora aperto lo sportello e già c’era un pretendente, con tanto di freccia lampeggiante. A riconfermare il mio odore di santità, ho messo da parte il mio rito d’ingresso e nel giro di dieci secondi ero pronto a partire.
Comincio la retro… l’autista in attesa è venuto troppo avanti.
Poco male, mi muovo lentamente così avrà il tempo di lasciarmi spazio… immobile.
Lui dietro, lo spigolo di un’altra auto in sosta davanti, per uscire dovrei fare ventontanta manovre. Aspetto, capirà… immobile.
Conto fino a dieci… immobile.
Torno in avanti, mi riparcheggio, spengo l’auto e pesco le mie scartoffie. Viene avanti, abbassa il finestrino.

– Eì.
‘Eì lo dirai al tuo scarafaggio domestico, bifolco maleducato.’ Abbasso il finestrino, sorrido.
* Sì?
– Non vai via?
* Ci ho provato, ma ho incontrato un oggetto inamovibile e non volevo correre il rischio di generare un paradosso logico ricorrendo a una forza inarrestabile.
– Eh?
* No, non vado via.

E’ andato via lui, esprimendo la sua opinione riguardo alle mie scarse doti mentali e al mio errato atteggiamento nei riguardi del vivere civile… sì, insomma, mi sono beccato dell’idiota e dello stronzo. Dietro c’era un’altra auto, ho poggiato le carte e acceso il motore, si è fermata lasciandomi ampio spazio di manovra. Io sono tornato verso casa e lui a parcheggiato.

Stay Tuned.

Sono perplesso.

buongiornobuono

Capita a tutti di incrociare qualcuno, salutare e non ricevere risposta.
Può trattarsi di maleducazione, di qualche rancore o più semplicemente la persona in questione non ci ha sentiti o non si è resa conto che ci stessimo rivolgendo a lui.

Ero in palestra, aveva appena finito di cambiarmi e stavo scendendo dallo spogliatoio verso la sala pesi.
Una signora stava facendo la strada opposta, ci siamo incontrati a metà rampa e… beh, lo scambio di battute mi ha lasciato un zinzino perplesso.

Io: Buon giorno.
Lei: Permesso.

Qualcuno può spiegarmi?

Stay Tuned.

Il lato oscuro della medicina.

10 ottobre 2016 2 commenti

medicinali

La biblioteca di Portogruare apre alle nove, io arrivo qualche minuto prima e spesso non sono il solo a gravitare nei pressi del portone, in attesa. Questa mattina eravamo in quattro: io, Englishman, ScommessaSicura e un ignoto. Essi parlavano, io udii…

SS – […] così mio cognato è andato dal medico per l’ernia e quello l’ha riabilitato.

I – Ed è ancora vivo? No, perché giù per una cosa del genere…

SS – Questi sono quelli che vengono da fuori… che non sanno. Quello era andato per prendere di più e invece adesso non prende neanche i quattrocinquecento euro di pensione di invalidità di prima.

Da lontano una voce si sovrappone alle loro… ed eccomi catapultato ai confini della realtà.

ai-confini-della-realta-twilightzone

Un luogo dove il compito dei medici non è curare, ma garantire un livello di malessere tale da permettere di rientrare nella felice categoria degli invalidi… o mentire quel tanto che basta per ottenere il medesimo risultato.

Stay Tuned.

Essere ed essere stati.

12 luglio 2016 4 commenti

ArteArrangiarsiSordi

Tutto cambia. Gli usi, i costumi, le cose che vengono ritenute importanti e quelle che passano in secondo piano. Una rutilante giostra di eventi e pensieri che trasforma il mondo in qualche cosa di diverso, di aggiornato, di migliore.
Nulla deve cambiare. Il cosiddetto progresso sociale non fa altro che barattare i valori morali con la superficialità. Un baraccone di populisti che convince gli sciocchi che tutto sia lecito, tutto sia giusto, tutto sia dovuto.

Cieca a queste verità inoppugnabili, la realtà marcia al centro contro gli opposti estremismi. Siamo noi a cambiare e a convincerci di essere nuovi, quando siamo la copia sputata di genitori, nonni… e alla via così.

Correva l’anno 1954 e Alberto Sordi ne L’Arte di Arrangiarsi diceva:

Altro che iscriversi ai partiti, dovevo fondarne uno. E io potevo, ero stato in galera. Ero una vittima.

Nel 2008 Antonio Boccuzzi veniva eletto Deputato nel gruppo parlamentare del Partito Democratico. Vi ricordate perché? No, non è stato in galera… maliziosi che non siete altro. Però è una vittima, l’unico sopravvissuto dell’incendio del 2007 nello stabilimento della ThyssenKrupp.

La provocazione di un film, la realtà di cinquantatrè anni dopo e su entrambe aleggia la riprovazione di Marco Tullio, che la sapeva lunga è già nel 63 avanti cristo tuonava: “O tempora, o mores.

Stay Tuned.

 

Dillo con una Civetta: “Pedoni.”

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Ricapitoliamo.
Attraversi, in diagonale, lontano dalle strisce, subito dopo una galleria, in curva, stando all’ombra mentre gli autisti arrivano con il sole negli occhi e se ti arroto sono io il criminale?

Ne prendo atto, tu però sappi che se dovesse succedere, alternerò prima e retro fino a quando non sarò certo dell’avvenuto decesso. Così, per giustizia poetica…

Stay Tuned.

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