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Archive for the ‘Paria’ Category

Aspettando la neve.

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Giusto l’altro giorno, in una tiepida sera di mezza estate, tiravo le somme sul manoscritto che mi ritrovavo in mano, fresco di tipografia. Mi sono distratto un secondo… e zack! Inverno.

A pensarci sono successe diverse cose, non ultima il fatto che la prima tornata di spedizioni a case editrici ed agenzie letterarie ha portato una proposta di contratto di pubblicazione, ma si sono susseguite e intrecciate con ritmo così incalzante da farmi scivolare il tempo tra le dita. Alcune cose si sono concluse, altre sono state messe in carreggiata e ora riesco a gestirle senza problemi, altre ancora devono ancora trovare il loro equilibrio e sono un attentato alle ore disponibili per il lavoro. In ogni caso sono riuscito a completare due racconti e a sbozzarne un terzo su cui mi metterò al lavoro nei prossimi giorni, con uno di questi ho pensato di sperimentare Wattpad, qualcuno di voi lo conosce? Commenti a riguardo? Per il momento mi sembra un enorme contenitore con tantissimi utenti che pubblicano tonnellate di materiale… che nessuno legge.

Detto questo, torno al lavoro. Arrivederci a presto.

Stay Tuned.

Categorie:Paria

Di cause, effetti e piani machiavellici.

19 aprile 2016 12 commenti

Saggio

Dice il Saggio: “Se bello vuoi apparire, un poco devi soffrire.”

Poiché il narcisismo è parte dell’animo di ogni artista e posto che i saggi c’azzeccano sempre, ho individuato nella palestra il mio luogo di sofferenza-pro-bellezza e visto che a qualcuno deve pur toccare l’onere di equilibrare la bruttezza di Martin, ho deciso di non accontentarmi della semplice avvenenza, ma di mirare ad essere bello bello in modo assurdo.

zoolander

Ora, se il segreto per essere belli è un po’ di sofferenza, va da sè che molta sofferenza renda molto belli e una quantità assurda di sofferenza renda assurdamente belli. Già, ma come fare… sopravvivendo all’esperienza?

Come ogni frequentatore di palestre sa i giorni di maggior sofferenza sono quelli che seguono i primi allenamenti, quando i muscoli si ribellano alla novità di essere utilizzati e paiono sul punto di spezzarsi ad ogni movimento che vada oltre la semplice respirazione.

Da questa realtà ha avuto natali il mio machiavellico piano: andare in palestra uno o due giorni, far incazzare a dovere i muscoli e poi avere almeno due o tre settimane di contrattempi in modo da poter ricominciare da capo. Insomma, budino fuori ma dentro… bello bello in modo assurdo. Sono o non sono un genio?

Tutto questo per dire che per l’ennesima volta ho ricominciato con la palestra e che mi fa male tutto. Sono o non sono verboso?

Stay Tuned.

Anche questa è fatta.

Fine

Era la seconda revisione? La terza? O considerando che stavo sistemando l’impaginazione poteva essere considerata la quarta?
Poco importa, la cosa fondamentale non è il numero, ma il tempo verbale: era.

Anche questa è fatta, ora io e i miei pochi milioni di battute (spazi inclusi) ci mettiamo alla ricerca di qualcuno che ci adotti. Tremate case editrici…

Stay Tuned.

Il valore dello zero.

26 novembre 2015 2 commenti

Zero

Quanto vale uno zero?
“Niente.” Risponde l’istinto.
Peccato che non abbia un conto in banca, altrimenti gli chiederei in prestito un milione di euro e salderei il mio debito restituendone centomila.

Se ci prendiamo il tempo per pensare, sappiamo che il valore dello zero dipende dalla sua posizione, ma siamo abituati a considerarlo come la rappresentazione del nulla e allontanarci da questa intepretazione ci costa uno sforzo di volontà.

I numeri sono una parte molto ingombrante della nostra vita. Orari, date, misure e ovviamente il denaro, è praticamente impossibile passare una singola giornata senza avere a che fare con almeno una di queste cose.
Sono diventati una prassi e come tutte le prassi abbiamo finito per darli per scontati, ce li facciamo scivolare addosso senza mai farci attenzione o darci peso. Tutt’al più prendiamo in considerazione quello che rappresentano.

“Novanta chili? Da domani dieta!”
“Centocinquanta euro per un paio di scarpe? Sono impazziti.”
“Le quattro meno un quarto… ho quindici minuti per arrivare dall’altra parte della città.”

Così, nel fare le cose per abitudine, applichiamo le convenzioni che abbiamo assimilato, senza fermarci a riflettere se siano o meno inerenti alla situazione che stiamo affrontando. La programmazione del nostro pensiero ci porta a considerare i numeri come parte di un sistema di calcolo e a trattarli come farebbe una calcolatrice.

Che differenza c’è tra 100 e 0100?
Provate a scriverli su una calcolatrice e vedrete che lo zero iniziale scompare nel preciso istante in cui inserite la cifra successiva, se prima non avete inserito una virgola. Noi facciamo la stessa cosa.

E così, quando da un distributore automatico vogliamo prendere un kinder bueno identificato dal numero 036 digitiamo 36 e ci stupiamo del fatto che non stia succedendo nulla.
Lo abbiamo visto, lo abbiamo letto, lo abbiamo riconosciuto e l’abbiamo escluso senza nemmeno rendercene conto. Questo anche se sotto la tastiera, a caratteri cubitali, c’è scritto di inserire anche lo zero iniziale.
La nostra prassi non lo contempla.

Poi alle nostre spalle arriva un futuro scrittore di fama internazionale che chiede lumi sull’ingorgo, elargisce un illuminante “zerotresei”, prende la sua acqua zerocinquezero e se ne sale al piano di sopra a scrivere una perla di saggezza.

Meditate gente, meditate. Io vi osservo.

Stay Tuned.

 

(non) Mea Culpa.

OffLine

Se nei prossimi giorni vi trovaste privati della mia augusta prenza, sappiate che cotanta tragedia non può essere imputata a mancanze del sottoscritto, ma a un disservizio della FAntaSTica compagnia che mi fornisce accesso al WEB. La mia linea ha un problema, ci stanno lavorando e il tutto sarà risolto in due o tre giorni lavorativi, così dicono.

Stay Tuned.

Volere è potere.

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Ora ci posso entrare nell’armadio, umano?

Stay Tuned.

 

Saggezza in pillole.

Sono sempre stato una scarpa in filosofia.

Non si trattava solo di pigrizia e poco studio – anche se hanno indubbiamente avuto la loro parte – ma anche di un rifiuto del concetto dell’ipse dixt di cui la materia è così intrisa. Troppo spesso il fondamento di una tesi era basato sul sillogismo wannabe del “poiché egli dice che, allora”, a cui reagivo con un istintivo “poiché mio cuGGino sostiene che è una vaccata, allora”.

Mi rendo conto che sia una posizione poco produttiva basata su un punto di vista riduttivo, ma così è stato e impelagarsi in un’esegesi del passato non è molto più produttivo del masturbare le statue, quindi prendiamolo come dato di fatto e proseguiamo.

Nonostante il mio cattivo rapporto con la filosofia sono riuscito a fare salvo il piacere di speculare sulle riflessioni di altri, quando siano autoconclusive, non richiedano la conoscenza di un metalinguaggio specifico né lo studio di poche centinaia di agili volumetti oscuri e autoreferenziali.

Tutto questo per arrivare a un pensiero che da qualche giorno mi gironzola in testa e più nello specifico un breve racconto che ho avuto occasione di leggere. La storia di un monaco buddhista e del suo giovane allievo…

Vesak Day preparations

Un monaco e il suo allievo, in viaggio alla ricerca dell’illuminazione, camminavano lungo una strada persa nella campagna, quando in lontananza scorsero un crocevia e, ferma ai suoi margini, una donna. Dal suo abbigliamento e dai suoi modi era facile comprendere che si trattava di una donna perduta, una prostituta.

Quando i due giunsero al crocevia, la donna richiamò l’attenzione dell’allievo e si offrì di giacere con lui, in cambio di cibo e denaro. Dopo il suo secco rifiuto, si rivolse al maestro e si propose a lui. Sotto lo sguardo stupito dell’allievo, l’uomo declinò cortesemente l’offerta, le regalò un tozzo di pane e dopo averle augurato salute e prosperità riprese il cammino.

Tempo dopo, quando erano ormai lontani dalla donna e dal crocevia, l’allievo si rivolse al maestro:

– Maestro, perché avete concesso la vostra attenzione a quella prostituta? Nel lasciarla avvicinare e nel chiamarla sorella, non avete corso il rischio che il peccato si accostasse a voi e vi tentasse?

* Io ho concesso la mia attenzione a una donna affamata. La prostituta l’ho lasciata alle mie spalle, all’incrocio in cui si trovava, mentre tu ancora la porti con te, serbandone il ricordo. Chi di noi, dunque, ha concesso al peccato di avvicinarsi?

Poche righe che condensano una serie di considerazioni sul rapporto tra l’uomo e il peccato. L’allievo – l’uomo comune – è lesto nell’esprimere giudizi e semplifica ogni cosa per poterla rinchiudere nelle categorie di bene e male. Si sente superiore ed allo stesso tempo rifugge la tentazione, perché il fascino che esercita su di lui gli fa temere di poter perdere la retta via. Il Maestro, invece, è capace di distinguere la realtà dall’apparenza e dà prova della sua superiorità morale esimendosi dal giudizio e rispondendo al peccato, non con la paura, ma con la virtù. La sua rettitudine lo rende capace di guardare negli occhi la tentazione senza esserne sfiorato e di lasciarsi il peccato alle spalle, senza conservarne memoria.

Questo genere di racconti di formazione è comune a ogni società, fa parte di tutte le religioni e molto spesso i suoi contenuti sono equivalenti ed intercambiabili da un popolo all’altro. Io l’ho presentato come un raccondo buddhista, ma non sono per nulla certo che l’ambito fosse quello e se al posto del Maestro e dell’Allievo ci fossero stati San Francesco e un Fraticello le cose non sarebbero cambiate poi molto. Tanto è vero che mi sono permesso anche di infilarci una venatura fantascientifica parafrasando il “Tai nasha no karosha” Vulcaniano e non credo che qualcuno l’abbia percepita come una stonatura.

Eviterò di perdermi in un pippone sul crollo dei valori e sulla deificazione della superficialità, ma è un dato di fatto che la società odierna vada ben oltre del conservare memoria del peccato: la trasforma in un bene e ne fa mercimonio. E non mi riferisco al mercato del peccato in sé, quanto a quello riservato alla memoria del peccato.

La prostituzione è (teoricamente) reato. Una nutrita fetta della popolazione sarebbe pronta a biasimare chiunque venisse colto sul fatto di affittare una libbra di carne, per una mezz’ora di sollazzo. Quella stessa gente acquista compulsivamente le notizie che parlano di chi viene colto sul fatto.

E allora l’ubriaco che sfrittella quattro ragazzini con l’auto diventa famoso e gli viene proposto essere testimonial di una linea di vestiti, il capitano che abbandona la nave mentre affonda prende in considerazione l’idea di entrare in politica, il condannato per omicidio si arricchisce con le vendite della sua autobiografia e dei cerebrolesi che limonano in televisione vengono pagati qualche migliaio di euro per fare gli ospiti nelle serate delle discoteche.

Siamo così assuefatti al molto rumore per nulla che abbiamo dimenticato quanto può essere espressivo il silenzio.

Stay Tuned.

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