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Tramando: “La locanda dell’impiccato.”

L'impiccato

Ecco a voi il primo dei tre racconti di acqua, amicizia, vizio (e morte), evito di dilungarmi in mille parole di introduzione e mi limito ad augurarvi una buona lettura.

*** *** ***

Guglielmo de Longo indossava vesti eleganti e non temeva di esporre la ricchezza d’una fibbia d’oro incrostata di pietre dure, o degli anelli portati al disopra dei sottili guanti di cuoio. Il motivo della sua sicurezza gli pendeva al fianco: una spada da stocco lunga e sottile dotata di una guardia elaborata, forgiata per rappresentare l’intricato disegno di una pianta di edera.

Padrone del dedalo dei vicoli in cui si stava muovendo, nel giro di pochi minuti venne accolto dalla luce soffusa della luna piena e dal basso mormorare del fiume. La via lastricata era quasi deserta, di giorno una delle arterie principali della città, di notte veniva attraversata solo da rapide carrozze ed era uno dei più floridi territori per il malaffare.
La passeggiata del lungofiume era la zona delle prostitute, la maggior parte di loro se ne stava ben in vista nei dintorni dei lampioni, altre preferivano la comodità delle panchine. I loro protettori ronzavano sul lato opposto della strada, pronti ad intervenire per allontanare ubriachi e squattrinati.
Nessuno di loro gli si accostò: qualche mese prima aveva spiccato un orecchio ad un ceffo che l’aveva infastidito e da allora si erano tenuti a distanza. Le ragazze gli lanciarono inviti ammiccanti e misero in mostra le loro curve, tra le pieghe delle gonne e la presa soffocante dei bustini.
Lui si mosse tra loro senza degnarle di uno sguardo e si fermò solo quando raggiunse quella che, fin dall’inizio, era stata la sua meta. «Vai a farti un bagno e raggiungimi alla Locanda dell’Impiccato.» Ordinò. «Porta un’amica.» La malizia di quella richiesta scomparve per lasciar spazio ad un rinnovato rigore. «Ma bada che anche lei faccia pace con il sapone e si metta un vestito pulito.»
Quando fu certa che lui avesse concluso, la ragazza si affrettò a rispondere. «Sì eccellenza, certo eccellenza. Porterò Giuliana, vostra eccellenza è sempre rimasto soddisfatto di lei.»
Con un distratto cenno della mano lui le ributtò quelle parole in faccia. «Sì, sì, porta chi ti pare.» Si allontanò borbottando qualche cosa sulla sfacciataggine di una puttana nel pensare che lui potesse ricordarsi il nome di un’altra puttana.

Sofia slacciò lo scialle che teneva in vita e se lo gettò intorno alle spalle per combattere i brividi freddi di cui era divenuta preda. ‘Speriamo che Giuliana non abbia clienti. Non saprei proprio chi altro portare. Forse Laura, lei è abbastanza giovane per i gusti di quel porco.’ Si trattava solo di un pensiero, purtuttavia la ragazza si guardò attorno nel timore di poter esser stata udita. ‘No, Laura non sa star zitta, lo farebbe di certo arrabbiare.’
Nella sua giovane vita aveva conosciuto uomini di ogni risma, ma mai nessuno che potesse vantare una dedizione al vizio paragonabile a quella di Guglielmo de Longo. Era giunto in città da poco più di un anno, secondo le voci della strada era stato il padre, per preservare il buon nome della famiglia, ad allontanarlo ed era sempre il padre a riversargli addosso una continua cascata d’oro, purché non vi facesse ritorno. Di certo nella sua scarsella il denaro non mancava mai ed egli era molto prodigo nello spenderlo, per accondiscendere alla propria lascivia. Si diceva che vivesse in un lussuoso appartamento affacciato alla piazza del duomo, Sofia però non aveva mai avuto occasione di vederlo: quando passavano la notte insieme lui la portava sempre in una delle tante bettole lungo il fiume.
‘Sempre meglio quelle del ronzare attorno ad un lampione.’ Ripeté a se stessa per darsi coraggio. ‘Con quel che sborsa, poi. Una notte con lui vale più di una settimana intera sul viale.’ Quel pensiero la cullò nella speranza. Visto quanto Guglielmo la pagava, lei poteva tenere una parte del denaro nascosta al suo protettore. Non si trattava di grandi cifre ma, prima o poi, avrebbe avuto di che riscattare la propria libertà ed abbandonare la strada. ‘Speriamo solo che non succeda di nuovo.’ Fu colta da un brivido.
Era successo qualche settimana prima; lei e Guglielmo stavano bevendo una coppa di vino prima di salire in camera, quando era scoppiata una discussione ed uno degli avventori aveva insultato il suo accompagnatore. Dalle parole i due erano arrivati all’acciaio e nel cozzare delle lame lei aveva conosciuto il peggiore tra i vizi dello spadaccino: il piacere di disporre della vita altrui. Aveva giocato con il suo avversario e solo quando questi era stato sconfitto ed impotente, senza mai smettere di fissarlo negli occhi, lo aveva finito a sangue freddo. Come se nulla fosse accaduto aveva ripulito la lama dal sangue e l’aveva trascinata in camera. Mai come in quell’occasione l’uomo si era dimostrato vigoroso ed insaziabile, l’aveva posseduta con la foga di una belva eccitata.
Giuliana si trovava al suo posto. L’idea di poter avere l’amica al proprio fianco la confortò e le restituì il sorriso. La ragazza affrettò il passo e levò una mano per farsi notare.

La Locanda dell’Impiccato era stata costruita all’interno di un vecchio magazzino fluviale ed aveva la particolarità di trovarsi per metà sulla terra ferma e per metà poggiata su una foresta di palificazioni. Le botole, usate un tempo per il carico e lo scarico delle chiatte, fornivano un comodo accesso al fiume ed in più di un’occasione avevano rappresentato una rapida via di fuga per i più turbolenti tra gli avventori, all’avvicinarsi della ronda.
La sala principale occupava due terzi dell’estensione dell’intero edificio ed era stata resa ancor più capiente mediante la realizzazione di un ampio soppalco. Lo spazio restante si divideva tra le cucine, i bagni e le poche stanze da letto a disposizione dei clienti più facoltosi.
Nata come punto di ritrovo per mercenari in cerca d’impiego, era ben presto divenuta il punto di riferimento per un gran numero di giovani nobili dall’animo inquieto, alla perenne ricerca del brivido dell’illecito. Per adeguarsi alle esigenze di quella nuova clientela, il padrone si era procurato una selezione di vini d’eccellente qualità ed aveva allestito delle stanze sontuose, in grado di rivaleggiare con quelle dei più rinomati alberghi della città.
Guglielmo amava quell’ambiente così eterogeneo, l’unico che fino ad ora si fosse dimostrato in grado di soddisfare i suoi bisogni. Lì poteva dar sfogo alla propria indole collerica e, al tempo stesso, godere dell’agiatezza di un letto di piume.
La sala era fumosa, l’aria densa degli odori della cucina e del profumo dolciastro d’oppio e tabacco, una trentina di avventori si dividevano tra una dozzina di tavoli ed erano serviti dalla nutrita schiera delle cameriere. Mastro Enrico, il proprietario, fu lesto a farglisi incontro agghindato di convenevoli. «Eccellenza, è un onore avervi nostro ospite. Abbiamo riservato per voi il posto migliore, il vostro preferito.» Il tono era unticcio come la zazzera nera e spruzzato di servilismo quanto questa lo era di bianco.
Il tavolo si trovava su una bassa pedana, lontano dagli altri e dal chiasso del centro della sala. A qualche passo di distanza, un paio di bottiglie disposte accanto ad un largo cappellaccio di feltro indicavano l’unico altro posto occupato nel raggio di una decina di metri almeno.
Guglielmo annuì. «Portami una bottiglia di Chardonnay e fai preparare la mia stanza. Voglio lenzuola fresche di bucato.»
«Sarà fatto, eccellenza.» L’ometto si prodigò in una profonda riverenza e scattò poi in direzione del banco.
Nell’attraversare la sala Guglielmo respirò la tensione di cui l’aria si era fatta vibrante, in quel luogo di predatori tutti avevano levato il capo per poter misurare le zanne del nuovo arrivato. Conosceva almeno la metà degli avventori, da loro non aveva nulla da temere. Una tavolata era occupata da una mezza dozzina di uomini d’arme, francesi a giudicare dai loro vestiti. Dovevano essere molto scaltri o molto incapaci per essere arrivati così lontani da casa, in ogni caso non rappresentavano un problema: difficilmente dei mercenari avrebbero sfoderato l’acciaio se non dietro compenso. Alcuni tavoli erano occupati da facce nuove, rampolli di buona famiglia rasati di fresco e con addosso abiti di sartoria. In quell’accozzaglia di tagliagole erano loro a rappresentare la miglior opportunità per un duello. Mal consigliati dalla fame di gloria o dalla sete d’alcolici, non avrebbero avuto difficoltà a raccogliere una sfida e, traditi dalla loro ben scarsa esperienza, sarebbero divenuti delle facili prede. Guglielmo era combattuto. Se da un lato apprezzava l’idea di una tranquilla serata tra vino e sesso, dall’altro accarezzava l’idea di poterla rendere ancor più appagante, condendola con il sangue e la vita di un uomo.
‘Lasciamo decidere al caso. Non sarò io a cercare la lite, ma se qualcuno di loro dovesse recarmi offesa…’ Soddisfatto da quel compromesso, prese posto ed attese d’essere servito.

Nella mezz’ora che seguì la sua unica occupazione fu il sorbire una coppa di vino, poi la porta del bagno si spalancò ed un canto sguaiato precedette il giungere di un ubriaco. L’uomo si reggeva in piedi ma l’appoggio instabile rendeva il suo incedere dinoccolato, come se ogni passo potesse tradirlo e farlo finire lungo disteso. I suoi vestiti erano di ottima qualità, rovinati dai segni del tempo e per questo rattoppati in più punti. Dal suo fianco pendeva una spada di eccellente fattura, anch’essa doveva aver visto tempi migliori ed aveva barattato la lucentezza della gioventù con il più pacato lucore della maturità. Poteva trattarsi di un nobile decaduto o di un mercenario tornato alla povertà dopo un periodo di sfarzo.
Nella sinistra stringeva una bottiglia di coccio, nella destra un bicchiere colmo per metà, il cui contenuto ondeggiava fin a tracimare. Il suo percorso attraverso la sala fu lento e chiassoso, costellato dalle gocce di acquavite che spandeva alle proprie spalle. «Ah, ah, da non credere, mi sono addormentato seduto sul cacatoio.» La voce era greve, condita da un ridacchiare gutturale. «A momenti ci cascavo dentro quando mi son svegliato.»
Procedeva di pochi passi alla volta, costretto ad appoggiarsi a tavoli, seggiole ed avventori nel tentativo di riconquistare l’equilibrio. Durante ogni sosta il suo soliloquio mutava nel tentativo di attaccar bottone ed ogni tentativo fallito sembrava renderlo ancor più ridanciano. Sembrò apprezzare in modo particolare lo spintone affibbiatogli da uno dei francesi e non smise di ridere nemmeno nel franare contro il tavolo di Guglielmo.
L’urto svuotò il bicchiere ed il veder l’acquavite ruscellare provocò nell’uomo un broncio insoddisfatto. «Dove vai, dove vai?» Biascicò bagnando la mano nel distillato per poi succhiarsi le dita.
«Levati dai piedi, razza di idiota!» Sbottò lo spadaccino. «E ringrazia la tua buona stella, c’è mancato poco che me lo rovesciassi addosso.»
L’altro non gli diede bado. Ormai la grappa era scomparsa, filtrata tra le assi e gocciolata fino a terra, quindi levò la bottiglia e da quella prese un paio di generose sorsate. «Ahh…» Quel sospiro di soddisfazione portò con sé una densa zaffata alcolica e scoprì una dentatura sporca ed ingiallita, costellata da grumi di cibo mal masticato. Seguì un rutto sonoro che investì Guglielmo con il proprio lezzo acidulo.
«Messere!» La freddezza di quel richiamo gelò l’aria nel locale. Il fiuto sensibile dei predatori aveva avvertito il sentore del sangue che stava per scorrere: lo spadaccino non stava più allontanando il fastidio di un ubriaco, cercava piuttosto il pretesto per uno scontro. «Il vostro comportamento mi offende, pretendo delle scuse.»
L’ubriaco poggiò la bottiglia, si nettò la bocca con una manica e squadrò la bottiglia di vino. «Bah, neanche vi avessi pisciato addosso.» Gracchiò. «Vi lamentate come una damina tutta trine e pizzi. Ma visto quel che bevete non c’è da stupirsi. Mio padre, pace all’anima sua, diceva sempre che un uomo è quello che beve e voi…» Ridacchiò facendo ciondolare il capo da una spalla all’altra e lasciandosi cader seduto. «Vino bianco, roba da donnette.»
Con un gesto di calcolata teatralità Guglielmo si era levato in piedi ed aveva posto una mano sull’impugnatura della spada. «Badate, messere, state mettendo a dura prova la mia pazienza. Porgetemi le vostre scuse o farò in modo che incontriate quanto prima l’anima del vostro defunto padre.»

La prima cosa di cui Sofia s’accorse quando dischiuse la porta fu l’innaturale silenzio del luogo. Poi risuonarono le parole di minaccia e con un solo sguardo la ragazza comprese ciò che stava per accadere. Senza por tempo in mezzo, abbandonò Giuliana in prossimità dell’uscio e si affrettò ad attraversare la sala. «Eccellenza de Longo, vi chiedo perdono per l’attesa. Io e Giuliana siamo arrivate, a vostra completa disposizione.» La voce tradì il timore ed il sorriso risultò forzato.
«Non ora.» La zittì lui. «Ho cose più importanti da fare, che dar bado a due puttane.»
L’ubriaco ridacchiò. «Bevi vino, paghi per scopare e non vuoi essere chiamato donnetta?»
«Questo è troppo!» Le parole furono accompagnate dal sibilo metallico dello sguainare della spada. «Chiedete perdono o impugnate la spada, messere.»
L’altro piegò il capo e l’osservò con curiosità canina. «Avete proprio una gran bella spada. Non ne avevo mai viste di così lunghe.» Parve quasi assopirsi quando un sospiro lo portò a calare le palpebre sugli occhi. «E’ questo che vi fate dire dalle vostre puttane?»
Fino a quel momento Guglielmo si era limitato a montare un pretesto per poter affrontare lo sconosciuto, ma l’insistenza di quest’ultimo l’aveva portato ad irritarsi. «Sarà l’acciaio a rispondervi.» Sibilò. «Alzatevi o v’ucciderò lì dove sedete.»
L’ubriaco si levò e, reggendosi al tavolo con la sinistra, impugnò la spada con la destra. Gli furono necessari tre tentativi prima di riuscire a sguainarla, quando ci fu riuscito la punta piegò verso terra e lui l’usò per meglio tenersi in equilibrio. Nauseata dall’idea d’essere testimone di una nuova esecuzione, Sofia si accostò a Guglielmo e mosse le mani a circondargli il braccio. «Eccellenza, vi prego, quest’uomo è ubriaco, non sa quello che dice. Siate clemente e vogliate perdonarlo.»
Lui l’allontanò con un gesto di stizza. «Tieni giù le mani, puttana!» Ringhiò. «Questo idiota ha insultato il mio onore, ora deve pagare.»
«Vi prego, eccellenza. Voi siete un grande spadaccino, lui non si regge in piedi, quale onore può esserci in un simile duello?»
Negli occhi di coloro che gli stavano intorno lo spadaccino lesse il medesimo pensiero e la punta della sua spada si abbassò di qualche spanna.
L’ubriaco ridacchiò. «Ben misero è l’uomo che si fa sconfiggere dalle parole di una donna.» Mormorò in un largo sbadiglio.
Guglielmo fu accecato dall’ira, la spada tornò a salire ed i muscoli si tesero pronti a scattare. «Che nome devo far incidere sulla vostra lapide?»
«Ferdinando, Ferdinando Mocenigo.» Nel presentarsi si distaccò dal tavolo e levò la spada in una guardia sbilenca.

Persa ogni speranza di poter evitare quella morte inutile, Sofia si era fatta da parte ed aveva distolto lo sguardo. Non aveva bisogno di vedere, il rintoccare delle spade diceva quanto necessario perché lei potesse figurarsi la serie di assalti portati da Guglielmo. Passo dopo passo, stoccata dopo stoccata, lo spadaccino avrebbe portato la sua vittima là dove la voleva e c’era ben poco che un uomo confuso dai fumi dell’alcool potesse fare per fermarlo. Gli avventori avevano lasciato i loro tavoli, la maggior parte di loro aveva saldato il conto e s’era allontanata per non rischiar grane con la giustizia, gli altri si erano stretti intorno ai combattenti e stavano seguendo quel duello dall’esito già scritto.

Ferdinando riusciva a muoversi abbastanza bene, ma i suoi riflessi erano lenti ed in diverse occasioni la sua difesa era stata approssimativa, troppo aperta per reggere il confronto con gli attacchi di Guglielmo. Quest’ultimo si era limitato ad infliggere ferite superficiali ed aveva continuato a giocare come un gatto con il topo, ebbro del proprio potere e della propria superiorità.
Dall’aumentare del ritmo di spade e passi Sofia riconobbe l’ultimo assalto: Guglielmo avrebbe spinto Ferdinando fino ad un angolo da cui non sarebbe potuto fuggire e lì, fissandolo negli occhi, l’avrebbe trafitto. Un ultimo passo indietro portò Ferdinando con le spalle al muro, una stoccata lo costrinse ad abbassare la spada e l’uomo si trovò inerme dinnanzi al proprio avversario.
«Addio, Ferdinando Mocenigo.» Guglielmo assaporò quegli istanti con le labbra piegate in un sorrisetto malvagio, poi si spinse avanti in un affondo al cuore. La spada di Ferdinando salì e deviò il colpo mortale. Colto di sprovvista lo spadaccino cercò di prender distanza e di ricomporre la propria difesa, ma l’avversario fu più lesto: un contrattacco tanto rapido quanto preciso portò l’acciaio di Ferdinando a scomparire nel ventre di Guglielmo fino a far capolino dalla sua schiena. I duellanti si trovarono l’uno poggiato sull’altro, petto contro petto.
«E’ facile uccidere gli ubriachi, vero Guglielmo?» Il sussurro si confuse con il dolore della ferita al ventre. «Per questo hai fatto bere Vincenzo Renzi, prima di sfidarlo a duello. Io però ho lasciato che fosse l’orinale a bere al posto mio. Tuo padre avrebbe dovuto nasconderti più lontano.»
Guglielmo vacillò, la spada gli sfuggì di mano e rotolò a terra, la gambe cedettero e lui cadde indietro, come un giovane albero sotto la scure d’un boscaiolo.
«Oste.» Chiamò Ferdinando lasciandosi cadere sulla seggiola. «Portami del vino, tutta quest’acqua mi ha messo sete.» Un braccio spazzò la tavola e mandò in frantumi le bottiglie che aveva usato per trarre in inganno la preda.
Guglielmo gemette, il sangue scorreva scuro e denso tra le dita con cui cercava di tamponare la ferita. Ferdinando lo osservò: gli aveva trapassato il fegato, nessuno avrebbe potuto più salvarlo e nel non dargli il colpo di grazia lo aveva condannato ad ore, forse giorni, di dolore, febbri ed agonia.
I Renzi lo avrebbero ben ricompensato per quella morte.

*** *** ***

Per il secondo dovrete aspettare la settimana prossima, nel mentre datevi pure da fare con i commenti, sono molto curioso di scoprire cosa ne pensiate.

Stay Tuned.

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  1. Rotolino
    21 febbraio 2013 alle 15:00

    Trovo che come primo esperimento (o almeno il primo che ho letto io!) di racconto breve sia una bomba.. Mi piace il modo in cui in poche frasi sei riuscito a rendere l’atmosfera.
    Poi sai, gli spadaccini ubriachi (o che almeno fanno finta di esserlo) mi smuovono un sentimento di nostalgia *w*

    • 21 febbraio 2013 alle 15:04

      Beh, non a caso cadono le foglie di Lothlorien, la parte del muoversi tra i tavoli e dell’usare la spada come appoggio sono comuni ad entrambi.
      Rileggendo per l’ennesima volta ho trovato diverse punti in cui avrei potuto alleggerire le descrizioni, ma se hai sentito l’atmosfera almeno hanno raggiunto lo scopo.

  2. 21 febbraio 2013 alle 19:14

    ..aspetto di sapere quale dei hai scelto di mettere al primo posto al primo posto, fiduciosa che sara’ il mio preferito 🙂

    • 21 febbraio 2013 alle 19:18

      A quanto vedo anche tu soffri del dramma delle frasi corrette a metà strada. E’ un sollievo sapere che non sono l’unico a lasciarsi alle spalle pezzi casuali di frase…

      Li ho messi in quest’ordine utilizzando una media delle vostre opinioni, spero di non scontentare troppo nessuno. ^_*

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