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La sindrome dell’ultimo pezzo.

Ultimo pezzo
Da un mese a questa parte il mio primo pensiero del mattino è: ‘fanculo ‘sto cazzo di mal di gola.
Niente di serio, niente di grave, niente per cui abbia ancora trovato la voglia di andare dal medico, ma abbastanza per rendere sgradevole il deglutire. Poi mi lavo i denti e faccio i conti con le n-1 afte che si sono affezionate al mio cavo orale e fanno il possibile per non abbandonarlo. Negli ultimi tre mesi mi avranno dato pace una decina di giorni al massimo, per il resto ce n’è sempre stata almeno una, con un record di quattro, strategicamente dislocate in modo da rendere doloroso spazzolare i denti, mangiare, bere e persino cambiare espressione. Evviva.

Superati questi piccoli impedimenti, comincia la giornata… ed è allora che arrivano i problemi.
Impegni, imprevisti, cose da fare che spuntano all’ultimo istante plausibile – o qualche minuto più tardi – e mandano all’aria la tabella di marcia.
Con la fine del corso avrei dovuto avere il tempo per andare in palestra quattro volte per settimana, per andare a camminare, per riordinare gli appunti, per studiare e – ovviamente – per finire la revisione. Invece no…

Potenziali inquilini che mi fanno fare viaggi a vuoto tra Lignano e Trieste, giornate di pioggia sincronizzate con le mie possibili passeggiate, commissioni mattutine che non mi permettono di andare in palestra prima che sia troppo affollata e il tutto che collabora a creare il grigiore che mi fa stare ore davanti alla tastiera senza riuscire a dare forma compiuta alle parole.
Il corso – con le venti ore settimanali che prendeva – aveva ridotto la produttività del 20%, da quando è finito è calata di un altro 60%.
E tutto quando ero così vicino al concludere: poche scene nuove da integrare e qualche migliaio di parole da revisionare. Buggerato ad un passo dalla fine.

Tapino me, vittima di un destino ingrato, che mi priva dell’ispirazione necessaria per lavorare.

Tapino me un cazzo!
Capita di avere il mal di gola ed alle afte non si comanda, ma tutto il resto sono chiacchiere senza capo né coda. Scuse dietro cui nascondersi, perché è più comodo giustificarsi, piuttosto che risolvere i problemi. L’unica cosa sensata di tutto quel discorso sta nelle ultime parole: “e tutto quando ero così vicino al concludere“.

La realtà è che sono pigro, sono abitudinario, mi distraggo facilmente e mi lascio abbindolare dalla sindrome dell’ultimo pezzo.

Di cosa si tratta?
E’ un insieme di ostilità al cambiamento, avversione per l’ignoto e attaccamento ossessivo a fatti, cose e persone. Prendete questi tre elementi, variatene le dosi, mescolateli a piacere e otterrete una delle tante varianti della sindrome dell’ultimo pezzo. Tutti ne hanno sofferto almeno una volta nella vita, molti si trovano ad affrontarla con una certa frequenza e alcuni fortunati se la trovano costantemente appiccicata addosso.

Vi è mai capitato di arrivare all’ultima pagina di un libro e di ricominciare dal principio? Sindrome dell’ultimo pezzo: attaccamento ossessivo alla storia e ai personaggi che vi ha spinto a volerli rivivere.
Vi è mai capitato di aspettare con ansia la nuova puntata di una serie televisiva?
Sindrome dell’ultimo pezzo: il non sapere come proseguirà la storia non vi dà pace.
Vi è mai capitato di tornare per l’ennesima volta nel mediocre locale che già conoscete, piuttosto che provare uno dei millanta che ancora non avete visitato?
Sindrome dell’ultimo pezzo: preferite una cosa a cui siete abituati alla sperimentazione.

Questi sono gli esempi più semplici, vi risparmio quelli più complessi – e risparmio a me il doverli argomentare – per passare al caso specifico.

Ho investito molto su questo progetto, tra prima stesura e revisione gli ho dedicato quasi tre anni di lavoro e intorno a lui ho rimodellato i miei ritmi e le mie abitudini. Ho passato migliaia di ore a scrivere, coinvolto amici perché si accollassero l’onore della rilettura e sperimentato il brivido della fisioterapia per risistemare la spalla e l’osso sacro, molto seccati dal tempo passato alla scrivania. Ora sono così vicino alla fine da poter visualizzare l’ultima frase… e poi?

Certo, ho un sacco di altre cose da scrivere, ma tutto questo lavoro che fine farà? Non sarò più uno scrittore wannabe che sta preparando un prodotto da proporre all’editoria, ma uno scrittore wannabe che deve proporsi all’editoria e non si tratta di una differenza da poco. Scoprire quale sarà l’esito del mio investimento non sarà più una questione di ipotesi di gloria usate per esorcizzare il demone del fallimento, ma un tirare le somme crudelmente concreto.

Potrò continuare a dedicare tutto questo tempo alla scrittura o dovrò ridimensionarlo per ricominciare a fare qualche cosa di ‘economicamente produttivo’? Avrò tra le mani il lavoro esportabile che mi permetterà di viaggiare e di cercare un posto dove mi piaccia davvero vivere?

In ogni caso – comunque vadano a finire le cose – con revisione finirà anche una fase della mia vita. Questo è il genere di cambiamenti che destabilizza noi abbonati alla sindrome dell’ultimo pezzo e ci spinge inconsciamente a rigirarcelo tra le dita il più a lungo possibile, per evitare che il puzzle sia finito e l’immagine completa.

Detto questo… si torna al lavoro.
Perché il diavolo, quando riesci a fissarlo negli occhi, non fa più così paura.

Stay Tuned.

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  1. 10 luglio 2014 alle 12:15

    non appartengo alla categoria degli accidiosi, anzi: quando capita, vivo la routine con grande disagio…
    il punto è che secondo me il cambiamento, come ogni cosa nella vita, ha un sapore tutto suo, che si chiama brivido.
    poi sta al singolo individuo viverlo in un modo piuttosto che in un altro.

    – perdonami se ho preso il tuo argomento ad accettate e l’ho reso estremamente semplice; è che ci sarebbe molto da dire.

    • 10 luglio 2014 alle 12:24

      Ci sarebbe anche troppo da dire e ognuno avrebbe un ‘troppo’ diverso con cui rispondere.
      Come sempre succede quando si parla di interpretazione della vita, tutto è poggiato sulla soggettività.

      Non essere dei recidivi della sindrome dell’ultimo pezzo è una gran cosa e nelle piccole dosi che toccano a tutti non crea grossi danni. ^_*

      • 10 luglio 2014 alle 12:38

        assolutamente d’accordo su tutto.
        riguardo all’ultimo punto: sì, è una gran cosa, ma come osservi tu, “a piccole dosi”. se invece – come me – sei affetto dalla mania di cambiare sempre, sei destinato a vivere nell’ansia della ricerca di qualcosa che cambia sempre… e l’ansia è una brutta cosa 😛

      • 10 luglio 2014 alle 12:42

        A quanto pare andiamo da un estremo all’altro.
        Una buona posizione per bersagliare con gavettoni gelati chi ha la fortuna di stare nel mezzo. Così imparano a non essere degli ossessivi compulsivi, ecco. ^_*

      • 10 luglio 2014 alle 12:46

        uh… beati loro. 😀

      • 10 luglio 2014 alle 12:48

        I soliti raccomandati… sigh.

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