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La Cattiveria del Giorno: “Silenzio.”

La Cattiveria del Giorno
Da più di un anno tradisco la mia scrivania con i banchi delle biblioteche. Lavorare fuori casa porta con sé lo svantaggio della trasferta, ma la qualità della concentrazione – e la riduzione delle fonti di distrazione – ripagano ampiamente lo sforzo.

Purtroppo il concetto di “silenzio” è molto più complesso di quanto ci si potrebbe aspettare e coloro che riescono a coglierlo ed interiorizzarlo sono una sparuta minoranza. Per quanto la biblioteca sia un luogo poco frequentato, chiacchiere e cellulari non mancano mai di sfrantumare le… quiete.

Una situazione seccante – a cui ormai ho fatto il callo – che solo di rado riesce a turbarmi. Di rado, già, e “di rado” non significa “mai”.

Due allegri studenti si siedono al tavolo accanto. Si siedono insieme, un pessimo segnale. Armeggiano con un portatile e con dei blocchi di appunti: se avessero esposto cassette di arance tarocco e dato voce per attirare massaie non sarebbero stati più chiassosi. Parlando, lei deve organizzare una presentazione in power point e lui fa da supporto morale, direttore artistico e ufficio tecnico. Spesso le loro opinioni divergono e, grazie a lunghi anni di educazione televisiva, parlano l’uno sull’altro, alzando sempre più il tono in modo per far prevalere la loro idiozia, se non con la logica, almeno con i decibel.

Guardarli male non serve, non resta che affidarsi ad una delle regole di vita che Roger Rabbit ha insegnato al mondo: “Il momento migliore per fare le cose è quello in cui fanno più ridere.”
Attendo pazientemente l’occasione…

Così è a posto.” Dice lei.
Meglio aggiungere una cornice.” Rimbecca lui.
Non sarà troppo?” La voce è diventata un gridolino.
Devi metterlo in risalto.” Giammai cedere, ruggisce.
Però l’ho già fatto con quell’altro.
Ma era due pagine fa.
Va bene, va bene. Così?
Ecco, così sì che è a posto.” Non ci sarebbe più bisogno di gridare, l’accordo è stato trovato, ma una volta superate le cinquantacinque miglia all’ora non bisogna mai rallentare, Speed Docet.
Bene, adesso dovremmo…
… abbassare il tono di voce e vergognarvi.

Consigli tecnici che hanno accettato senza riserve. Bello sentirsi utili.

Stay Tuned.

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  1. 6 febbraio 2014 alle 13:59

    Hai fatto anche la faccia sufficientemente indignata e con un pizzico di rimprovero?
    *_*

    • 6 febbraio 2014 alle 14:07

      L’idea era quella.
      Quale sia stato l’effetto reale dovresti chiederlo a loro…

  2. Pirofila
    12 febbraio 2014 alle 07:56

    Il silenzio imbarazza e fa paura, costringe a pensare o ad ascoltare, in città nessuno sa più farlo, penso agli applausi ai feretri fuori dalle chiese, ai minuti di silenzio allo stadio, un vero silenzio sarebbe così potente e invece no. Ho amici montanari, loro conoscono il silenzio, spesso sono anche saggi, che le due cose siano collegate ?

    • 12 febbraio 2014 alle 23:05

      Hum… spunto interessante.

      Credo che per apprezzare il silenzio sia necessario essere capaci di rimanere soli con se stessi. Avere la capacità di riflettere, di speculare ed al tempo stesso di non avere troppi problemi irrisolti con cui doversi confrontare.
      Parallelamente, chi è abituato alla solitudine non può non aver sperimentato la speculazione né non aver trovato il tempo ed il modo per affrontare i propri fantasmi.

      Un rapporto di causa ed effetto molto stretto, che non appartiene a chi è ben integrato nel mondo moderno così come lo interpretiamo comunemente. Un mondo in cui il pensiero autonomo viene disincentivato – se non punito – e si è soggetti ad un continuo bombardamento che ci priva del silenzio e della solitudine.

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