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Self-publishing e altre chimere

Ecco…

VITA DA EDITOR

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È iniziato il battage pubblicitario di http://www.scrivo.me/, la nuova piattaforma online del Gruppo Mondadori che intende offrire assistenza e visibilità a chiunque voglia autopubblicarsi; editor e altre figure professionali saranno messe a disposizione di chiunque coltivi il sogno della scrittura.

Ora, mi domando: anziché inseguire l’indotto del self-publishing, il più grande gruppo editoriale italiano non farebbe meglio a preoccuparsi soprattutto della qualità del proprio catalogo? Perché continuare a fomentare l’illusione (già innescata da ilmiolibro e affini) che esista una “democrazia della pubblicazione” e che si sia tutti scrittori?

Chiunque lavori nel settore sa che il mercato editoriale vive una contingenza asfittica, che l’editoria di qualità è sempre più penalizzata da un sistema distributivo e promozionale che insegue i bestseller e la letteratura di consumo (terribile ossimoro), che non basta pubblicare un’opera di valore per raggiungere il pubblico, che il mercato è inquinato dalla sovrapproduzione e da testi di infima…

View original post 322 altre parole

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Categorie:Reblog Tag:
  1. 8 gennaio 2014 alle 23:48

    Non sono per niente d’accordo con questo genere di considerazioni.
    Gli editori sono degli imprenditori, e, come tutti gli imprenditori, si occupano di far sì che la propria azienda prosegua. Questo, nel loro caso, si raggiunge con il vendere prodotti che le persone comprano; la cultura, lo spirito critico, son cose che non compete loro insegnare, quanto piuttosto ad una scuola che, purtroppo, pare invece faare tutto altro (cosa non ho ancora capito, ma questo di certo no).

    • Alessandro
      9 gennaio 2014 alle 14:35

      Evito di entrare in merito al contenuto del post ribloggato da Tale’s Teller: non so nulla di auto-pubblicazione – anche se non sono sfavorevole, tante opere prime di grandi scrittore sono state auto-pubblicate (vedi Svevo, Nietzsche, etc…) – e sorvolo pure sull’idea, chissà perché necessariamente nobilitante, della scrittura come sofferenza (cliché, ormai svilito, di un romanticismo ridotto a bieco sentimentalismo; e forse pure di un pruriginoso sfondo moraleggiante); detto ciò, alahambra1, non sono per nulla d’accordo sul fatto che l’editore sia solo un imprenditore. Le scelte editoriali influenzano, anche culturalmente, il pubblico, lo formano, e perché no, selezionano qualitativamente. Il post ribloggato cita Calasso, che è presidente della Adelphi, un esempio di come le scelte di una casa editrice abbiano “rivoluzionato” un panorama abbastanza stantio, chiuso unicamente nella forbice progressista/marxista e cattolica: è grazie ad Adelphi che a livello europeo Nietzsche è stato riscoperto, ne ha curato l’edizione critica (immensa la gratitudine alla mitica coppia Colli/Montinari), i tedeschi non hanno avuto il coraggio di farlo; Adelphi ha valorizzato i grandi della letteratura mitteleuropea, inaugurandone la rinascenza, molto prima che nei paesi germanici; pubblica costantemente autori o ignorati, o fraintesi, o boicottati ideologicamente, insomma fuori dalla “cultura ufficiale”, ma d’importanza immensa.
      Un editore non vende caramelle, ma libri; e se viene meno l’aspetto culturale (più o meno spiccato, dipende sempre dalle scelte), la sua attività rimane monca.
      Poi sarebbe bello scoprire cosa significa la parola “cultura”: oggi probabilmente, nella stragrande maggioranza dei casi, è solo uno slogan da intellettuali da salotto…

    • 9 gennaio 2014 alle 23:26

      Lo scopo di un imprenditore è quello di mantenere viva e prospera la propria azienda, su questo non c’è dubbio e non sono certo le case editrici a doversi far carico della pubblica istruzione, ma il fatto che sempre più spesso spendano e spandano solo quando si tratta di creare e promuovere l’ennesimo ‘caso letterario’ di discutibile qualità, le rende complici del sistema e dei danni che ha causato.

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