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My personal Highway to Hell

Salice Piangente

Ieri mattina, tanto per fare qualche cosa di completamente diverso, sono passato a trovare la Cara Nonnina che mi ha deliziato con una ricca e colorita serie di considerazioni, indicazioni, consigli e richieste.

Così ho potuto apprendere cosa avrei dovuto votare alle regionali, di quali vicini aver fiducia, quali siano stati gli errori commessi da mia madre nel crescerci – buffamente mio padre non rientra nel computo – ed in che modo occuparmi del giardino e delle piante nel momento in cui lei passerà a miglior vita ed io mi trasferirò a vivere a casa sua.

Già, perché a quanto pare la Cara Nonnina si sta dando un sacco da fare per predisporre il giardino in modo che io non debba fare la fatica di prendere decisioni, mi basterà darmi da fare per perpetrare nel tempo lo schema da lei deciso e creato all’uopo.

Sopravvoliamo sul fatto che se tutto andrà come spero l’Italia mi perderà presto come residente e mi rivedrà solo nei periodi di ferie quando tornerò in visita parenti & amici; non soffermiamoci sul fatto che lasciarmi da curare delle piante è un po’ come condannare me alla tortura e loro ad una lenta agonia; ma l’idea di giardino della Cara Nonnina è sempre stata quella di una caotica accozzaglia di piante e vasi senza alcun genere di ordine ed equilibrio. Si tratta sempre di belle piante, bei fiori, bei vasi, ma vanno guardati singolarmente perché se si cerca una visione d’insieme c’è il rischio di un attacco di mal di mare.

Mentre lei mi illustrava cosa aveva intenzione di aggiungere, togliere o spostare, io pensavo a tutt’altro ed ho continuato a farlo anche durante la passeggiata mattutina. Il soggetto dei miei pensieri lo potete facilmente indovinare guardando l’immagine di apertura del posto: un albero, un salice piangente, il mio salice piangente.

Si può dire che io e lui si sia cresciuti insieme dividendo con allegrezza il suo angolo di giardino. E’ stato il primo albero su cui mi sono arrampicato e ricordo distintamente di aver trovato un grosso ramo che potesvo usare per tornare a terra: mi bastava percorrerlo e lui, nel flettersi sotto il mio peso di puer, mi accompagnava verso il basso. Era anche un albero assai fantasioso e versatile, a seconda della necessità e della compagnia sapeva diventare una torre o il ponte di una nave.

Con il passare del tempo siamo diventati entrambi più riflessivi, portati all’elucubrazione, ed i nostri incontri han preso la forma di un rarissimo esemplare di cetaceo terrestre sdraiato all’ombra o, al più, seduto su un intreccio di radici. Poi il liceo è finito, io ho deciso di andare all’università a Trieste e lui, ancor più pigro di me, ha preferito rimaner fermo nel suo angolo di giardino.

Il locus amenus si trova precisamente dinnanzi al cancello, dal lato opposto del giardino, una metà della distanza era coperta dal viale d’ingresso, l’altra occupata da piante, ma nessuna abbastanza alta da poterlo coprire. Così, ogni volta che tornavo a casa durante i fine settimana, non appena imboccavo il viale era lui la prima cosa che vedevo, lui il primo a salutarmi ed a darmi il benvenuto. Un ottimo tonico per l’umore…

Poi, un giorno, sono arrivato al cancello… e lui non c’era.

Sono andato a vedere e l’ho trovato a terra, diviso in alcuni buffi cumuli di ciocchi di legna. Non ricordo l’esatto ordine degli eventi, ma citando l’insieme ci sono stati: frignuccolamento, fiume di bestemmie con conseguente sterminio di Santi, tempestoso imperversare per casa corredato da ringhiante richiesta di informazioni. Mia madre se l’aspettava, era stata una sorpresa anche per lei e negli ultimi giorni prima del mio ritorno a casa non era mai riuscita a trovare il coraggio per telefonarmi e darmi la ferale notizia: la Cara Nonnina, in un’alzata di ingegno aveva fatto tagliare l’albero.

Già in passato era accaduto che si prendesse la libertà di mutilarlo facendogli tagliare un ramo perché “faceva ombra sull’orto” e la rappresaglia era stata un deliberato (e rivendicato) atto di vandalismo; in quell’occasione ho preferito andare ad informarmi alla fonte. Non ho avuto alcuna risposta soddisfacente, solo una serie di stupidaggini che potrebbero riassumersi in un moderno:

Perché così mi tirava il culo…

La cosa mi ha lasciato così basito da portarmi a fare una domanda di cui ancora oggi mi pento:

Perché non mi hai detto niente? Era il mio albero, avresti dovuto chiedermelo.

La Cara Nonnina non ha avuto un solo istante di esitazione nel rispondere.

Perché mi avresti detto di no.

Ora, se fino a quel punto mi limitavo a marciare a breccetto di una frenesia omicida, quella placida ammissione di malafede è stata il colpo di grazia. La Cara Nonnina aveva deliberatamente deciso – per nessun motivo valido – di fare una cosa che le andava di fare, consapevole di causarmi un danno ed era anche stata così vigliacca da farlo di nascosto. Mi risultava che il nonnacidio venisse considerato illegale, così mi sono ritirato in buon ordine, sono andato a casa ed ho passato il pomeriggio a dissodare per bene l’orto trasformando un insieme ordinato di piante in una desolata distesa di futuro compost. Un sacco di fatica, vesciche dalla punta delle dita fino ai gomiti, ma a sera ero molto più tranquillo e rilassato… non abbastanza per dimenticare quello che avevo chiesto e la risposta che mi era stata data.

Questi gioiosi eventi, uniti alla mia natura profondamente pacista ed assolutamente refrattaria all’idea della vendetta, hanno marchiato la Cara Nonnina di una colpa che non le ho mai perdonato, non le perdono e non le perdonerò mai. Se anche, a Recanati, un rispettabile operatore di call center e sua moglie, avessero un figlio tramite inseminazione artificiale e questo, cresciuto capellone, si sacrificasse sulla croce per la remissione di quell’unico peccato… non la perdonerò mai.

Sopetto che questa mia piccola carenza di propensione al perdono, complice anche la briciolina di blasfemia di cui sopra, potrebbe costarmi una corsia preferenziale per l’inferno… poco male, ci andrò cantando.

 

Non ti preoccupare, Cara Nonnina, ci penserò io a tenere il giardino esattamente come hai deciso che dovrà essere di qui all’eternità, e come ti piace dire: “farò questo in memoria di te”.

Stay Tuned.

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  1. olivia.civ7
    22 aprile 2013 alle 10:22

    non ci credo… Cara Nonnina è stata veramente crudele! 😦
    che peccato…

    • 22 aprile 2013 alle 11:56

      Wp mi ha mangiato la risposta… la riscriverò appena torno alla scrivania.

    • 22 aprile 2013 alle 14:04

      La Cara Nonnina è una decisionista che ha ben poca considerazione – e rispetto – per il pensiero altrui. Una egoriferita che non ha certo bisogno di conoscere le opinioni altrui per poter sapere quale sia l’unica Verità Universale. Lei sa, lei fa e tu non conti un caZvolo, chiunque tu sia.

      Non che sia cattiva, è capace di gesti di grande altruismo e bontà, ma questo non è sufficiente a far dimenticare episodi come questo (non certo l’unico della sua carriera). Anche il fatto che non sia particolarmente brillante – per non dire stupida – non è una scusante in grado di reggere…

      Un gran peccato, sì… quando mi torna in mente quell’albero ancora oggi vengo colto da un fortissimo desiderio di zappare l’orto di qualcuno. ^_*

      • olivia.civ7
        23 aprile 2013 alle 07:53

        🙂
        però mi sta simpatica Cara Nonnina!!!!

      • 23 aprile 2013 alle 14:20

        A me non molto… non quando combina cose simili.

  2. 22 aprile 2013 alle 11:24

    Vile nonnina traditrice! Un salice piangente, poi, uno dei miei alberi preferiti…piango un po’ pure io T_T

  3. valeria trombi (@ValeriaTrombi)
    22 aprile 2013 alle 15:00

    Avevo anch’io un salice piangente come “amico”, isolato in un angolo del grande giardino di casa mia: era il mio rifugio quand’ero bambina. Chissà se c’e ancora… forse andrò a controllare. 🙂

    • 22 aprile 2013 alle 15:02

      Un grande salice piangente isolato in un angolo? *_*
      Sì, dai, controlla… magari c’è ancora. ❤

  4. 22 aprile 2013 alle 18:20

    Le care Nonnine sono persone pericolose, vanno sorvegliate a vista.
    Sei stato disattento… 😀
    Nicola

    • 22 aprile 2013 alle 19:43

      Eh già… avrei dovuto assumere un cecchino per tener d’occhio l’albero o, almeno, minare il terreno lì intorno per assicurargli un minimo di protezione.

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