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L’agio della tradizione, od il fascino dell’ignoto?

Da bambino mi godevo il fascino degli inaspettati colpi di scena che trovavo in film e libri, da ragazzino mi sentivo astuto e geniale nel poterne anticipare la maggior parte; crescendo ho scoperto (con mio sommo disappunto) che l’ovvietà dell’inatteso è una scelta deliberata, operata appositamente per appagare l’ego dell’utente.

A quanto pare, oltre al piacere di sentirsi più furbi degli autori, gli utenti televisivi hanno largamente dimostrato di essere molto refrattari ai cambiamenti; non per nulla, come spietatamente illustrato nella puntata della prima serie di Futurama 1ACV12 (Attacco Alieno), l’utente medio delle serie televisive pretende che gli eventi della singola puntata abbiano poca o nessuna influenza sulla situazione generale della serie stessa.

Con un principio assai simile, credo che esistano anche lettori a cui piace di ritrovare, in quel che leggono, atmosfere già note e che riescono quindi a dar loro la confortante sensazione di sentirsi a casa. In particolare mi riferisco a ciò che viene scritto in generi letterari specifici, come il Fantastico, la Fantascienza ed in misura minore nell’Horror e nel Giallo.

Alcuni esempi?

Parlando di Horror, qual’è la pessima idea che ci si aspetta da ogni gruppo che si trovi ad aver a che fare con un mostro/maniaco omicida? Dividersi, ovviamente. Cosa succede a chi si allontana dal gruppo? La sua morte è pressochè certa. Ci sono inoltre alcuni personaggi abbastanza tipici: l’eroe tormentato, il vigliacco disposto ad ogni bassezza pur di sopravvivere (che in genere fa la fine più atroce), la bellona che grida e viene salvata, l’intellettuale che cerca di razionalizzare e magari di cercare di ragionare con il persecutore.

Nei Gialli, come James Bond insegna, le belle donne hanno molto spesso gli stessi due scopi: sedurre l’eroe con lo scopo di farlo fallire e/o farlo cadere in trappola, o affidarsi a lui per poter poi tragicamente morire per mano di uno degli sgherri del cattivo di turno.

La Fantascienza ci propone alcune inossidabili categorie di razze aliene, o creature similari. Ci sono i bruti, animati da una fortissima passione per la guerra, e spesso guidati da un qualche complesso ed inintellegibile codice d’onore; gli spirituali, che hanno ormai trasceso le umane debolezze, e vivono esistenze all’insegna dell’ascesi; gli infidi, che incapaci di rivaleggiare con i bruti per quel che riguarda le capacità belliche, operano tra complotti e tradimenti; gli innocenti, che da tempo immemore hanno abbandonato ogni aggressività e si dedicano ad una vita di pace e fratellanza.

Gli esempi di cui sopra, sono evidentemente degli esempi portati all’eccesso, per poter divenire delle provocazioni; ma sono sicuro che il senso sia chiaro e che a tutti voi siano venuti in mente decine di esempi (sia cinematografici che letterari) che possono esser fatti rientrare in quelle casistiche.

Arriviamo ora al punto dolente: il Fantastico!
Pur essendo senza alcun dubbio il mio genere preferito, è anche quello da cui più raramente mi trovo ad essere soddisfatto; forse la mia predilezione mi rende particolarmente esigente, ma è anche un fatto che il Fantastico sia un genere dove le poche opere di valore vengono sepolte sotto il cumulo dei prodotti di second’ordine.

Anche senza voler cadere nella bassezza di saghe come Twilight, e senza scomodare autori che hanno per lo meno un corretto stile di scrittura come Parker, non credo esistano generi soggetti allo stereotipo quanto il Fantasy. Lo scribacchino Fantastico, non si limita a far man bassa tra gli archetipi razziali come farebbe un suo pari nella Fantascienza, usa addirittura i medesimi nomi; in questo modo evita di dover perder tempo ed affaticare i propri neuroni con un sacco di descrizioni inutili. Perché dover spendere un mare di parole per parlare di orecchie affilate, fisici snelli e lunghi capelli sciolti quando mi basta scrivere “elfo”? Perché complicarsi la vita a parlare di carattere burbero, amore per metalli preziosi e gioielli ed indole vendicativa quando è sufficiente dire “nano”? Perché fare la fatica di creare un popolo credibile a cui far fare la parte del nemico, dandogli motivazioni, caratteristiche peculiari ed una struttura sociale sensata quando è tanto facile scrivere “orco”?

Certo, c’è anche qualche mente geniale che invece che Nazgul dice Ra’zac ed al posto di Uruk-Hai scrive Urgali. Dovremmo apprezzare lo sforzo di cambiare almeno i nomi, o sentirci presi in giro perché hanno cercato di rivenderci come nuovo, un piatto avanzato del giorno prima e malamente riscaldato?

Con questo non voglio certo dire che il rifarsi alla nomenclatura classica identifichi automaticamente uno scrittore scadente, anzi. C’è chi, come Andrzej Sapkowski, ha saputo reinventare completamente le caratteristiche della propria ambientazione, dandole delle caratterizzazioni estremamente forti ed originali, pur parlando di elfi e di nani.

Quello che mi chiedo, ogni qual volta mi trovo a riflettere sulle caratteristiche di un’ambientazione, è quello che il lettore si aspetti dal Fantastico: cerca la sicurezza di un mondo in cui il bene ed il male sono nettamente divisi tra rappresentanti di razze differenti, o spera di incontrare qualche cosa di nuovo e di diverso, che lo porti al di fuori dei soliti schemi?

Quali sono le vostre opinioni in merito? E, se siete appassionati di Fantasy, cosa vi piace trovare nei libri che leggete? La vostra preferenza va a chi scrive entro i canoni del cosiddetto Fantasy Classico, o siete alla costante ricerca di qualche cosa di diverso ed innovativo?

Stay Tuned

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  1. Alessandro
    13 marzo 2012 alle 16:25

    “Non ha l’ottimo artista alcun concetto
    ch’un marmo solo in sé non circoscriva
    col suo soverchio, e solo a quello arriva
    la man che ubbidisce all’intelletto.”
    (Michelangelo Buonarroti, Rime 15)

    Sono dell’idea che nulla si possa inventare, le cose si scoprono, basta avere sensi e intelletto adeguati. Questo sul concetto di innovazione e di autore originale.
    Per rispondere, invece, alla domanda: da parte mia non ci sono preclusioni, se un’ambientazione è coerente e concepita con gusto ben venga, anche se è astrusa o non classica. Ecco, bisogna sempre calcolare il rischio, sicuramente il lettore medio trova più facile la lettura e l’appassionarsi a un testo che lo accolga senza grossi problemi, che lo faccia sentire a casa.

  2. 13 marzo 2012 alle 22:32

    Il tuo discorso sul rischio centra in pieno uno dei piccoli dilemmi che mi sono posto nel momento in cui ho iniziato a lavorare sull’ambientazione.
    Accollarsi il lavoro per creare qualche cosa di nuovo e (si spera) originale, correndo il rischio che questo scoraggi il “lettore medio”, o cavalcare l’onda del classico?
    Spero che la mia scelta di originalità paghi.

  3. Alahambra
    14 marzo 2012 alle 12:40

    Non credo che possa esistere una risposta definitiva a questo dubbio.
    Certo mi figuro il lettore medio come poco avvezzo alla sperimentazione, e quindi più a suo agio con qualcosa che già conosce e che non gli costa più che tanto sforzo.
    D’altra parte il ripetersi degli usuali cliche (si scriverà così? mah) mi suona abbastanza indigesto; nella mia mente si associa istantaneamente all’immagine di un precotto surgelato, comodo ma con poca attrattiva.
    In generale, ad ogni modo, credo che sia opportuno seguire il flusso delle proprie idee, siano esse originali ed innovative oppure rivisitazioni più tradizionali di qualcosa di già esistente, a patto che il progetto narrativo sia ben strutturato e che abbia delle solide fondamenta.

  4. 14 marzo 2012 alle 12:51

    Da poco ho letto una lista di consigli, stilata un autore/artista di cui non riesco a ricordare il nome. Ne ricordo uno in particolare, il cui contenuto (la forma esatta non la ricordo) era:

    “Scrivi il libro che vorresti leggere”

    Credo che questo rientri molto nell’idea di “seguire il flusso delle proprie idee” di cui parli, ed è certo che scrivere una cosa che piace sia più facile e più produttivo. Evitando i precotti, cercherò di ottenere un piatto originale, sperando che ne venga fuori alta cucina e non brodaglia da fastfood.

    • 15 aprile 2012 alle 21:12

      Posso dirti che un tizio di nome Billy Wilder seguiva la massima del girare solo film che lui avrebbe voluto vedere al cinema. E non risulta avere sbagliato un colpo, a tutt’oggi. Credo non possa smentirci nemmeno in futuro, considerando che ormai è un fu! (non sono fuori tema, citando un regista anziché uno scrittore. Stiamo sempre parlando di gente che racconta storie)

      • 15 aprile 2012 alle 21:14

        ops. Mi è scappato un avrebe. Me lo correggi, per favore? Era avrebbe.

      • 15 aprile 2012 alle 21:17

        Posso correggerlo? Davvero?

      • 16 aprile 2012 alle 10:30

        Sì, perché non dovresti?

      • 16 aprile 2012 alle 15:35

        Perché, tutt’ora non ho idea di come si faccia.
        Credevo non fosse proprio tecnicamente fattibile. Darò uno sguardo più attento.

  5. 15 aprile 2012 alle 21:15

    Direi che il consiglio è lo stesso anche se applicato a due diverse realtà.
    Si parla sempre di creatività e del rapporto tra gusto personale e resa creativa. *_*

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