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Che ne pensate dei personaggi misteriosi?

Tanto nella letteratura, quanto nella cinematografia, sono sempre esistiti personaggi che venivano mantenuti nell’ombra, per comparire poi in un momento inatteso e poter svolgere il loro compito. Alcuni incrociano ricorsivamente le vicende dei personaggi, altri le manovrano a distanza, altri ancora si limitano ad osservare; possono essere ben conosciuti dai personaggi, essere dei nomi che vengono mormorati nelle leggende, o dei perfetti sconosciuti fino al momento del loro ingresso trionfale.

Esistono personaggi misteriosi che sono la motivazione stessa di una storia, sia nel ruolo di acerrimi nemici che di mentori dei protagonisti; ve ne sono alcuni che vengono usati come deus ex machina per variare bruscamente il corso degli eventi e sorprendere lo spettatore; altri si confondono nella trama comparendo di quando in quando e limitandosi a dirigerne gradualmente il corso; esistono infine dei personaggi misteriosi che hanno un’influenza molto relativa sul corso degli eventi e rappresentano unicamente una nota di colore e di mistero.

Immagino che tutti voi abbiate in mente diversi esempi di personaggi misteriosi corrispondenti alle varie tipologie elencate, ne ricordate qualcuno che vi sia piaciuto particolarmente? O che, al contrario, avete percepito come inutile (od una forzatura) all’interno del corso della storia? Qual’è in genere il rapporto che avete con questo genere di personaggi? Curiosità? Simpatia? Antipatia? Indifferenza?

Ricchi premi per chi risponderà, ed una spiegazione di questa domanda nelle prossime puntate.

Stay Tuned

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  1. 1 marzo 2012 alle 23:49

    In “The Beautiful Mind” la figura dell’ex compagno di stanza all’università infastidisce non poco per buona parte della narrazione: poi assume un ruolo chiave per capire la schizofrenia di Nash e diventa basilare per il senso di tutta la storia.

    Personaggi di questo tipo sono ottimi jolly da giocare per fare svoltare una storia, giustificare una decisione del protagonista, obbligarlo a certe scelte, definirene il carattere.

    Insomma, personalmente non ne farei mai a meno: di certo ci sono esempi di personaggi di vera utilità, di utilità marginale, di inutilità conclamata. Tornerò con alcuni esempi, ora sinceramente ho troppo sonno 🙂

  2. 2 marzo 2012 alle 01:35

    Accipicchia, a lui non avevo proprio pensato, forse dovrebbe avere una categoria tutta sua, visto quanto è particolare come personaggio. Più che personaggio misterioso è un personaggio con risvolto misterioso.

    Effettivamente il soggetto “personaggio misterioso” è talmente vario che è difficile riuscire a darne un giudizio generale. Come dici, possono essere molto utili o totalmente inutili.

    Mumble mumble.

  3. Alessandro
    2 marzo 2012 alle 16:33

    In questo periodo, dopo la lettura di “Vita privata di H. P. Lovecraft” a cura di Claudio De Nardi, dove sono raccolte testimonianze di amici e della moglie del “solitario di Providence”, ho deciso di affrontare nuovamente l’intero corpus di scritti lovecraftiani. In molti racconti compare una versione molto particolare di personaggio misterioso: il protagonista stesso, che da una condizione di normalità scopre essere costitutivamente legato ad un’altra e più orribile realtà; il filone della degenerazione familiare o razziale è infatti centrale in Lovecraft, su tutti “I topi nel muro” o “La maschera di Innsmouth”.
    Ma vorrei soffermarmi su un altro autore, per cercare anche di riflettere su come la scrittura possa diventare attività metamorfosante per figure a cui secoli di tradizione hanno costruito una determinazione tipica: mi riferisco al mito di Faust (perché d’archetipo si tratta), e il suo rapporto con Mefistofele.
    Nel “Doktor Faustus” di Thomas Mann la vicenda del patto diabolico viene radicalmente rinnovata, senza alterarne però la sostanza. Poderoso tomo iniziato nel 1943 e che ha visto le stampe nel 1947, “Doktor Faustus” è il romanzo musicale del Novecento, perché non solo la vicenda tratta della biografia del compositore dannato Adrian Leverkühn, ma la struttura stessa dello scritto è concepita con tecnica polifonica, l’antica arte di combinare in infinite volute differenti linee melodiche: alla vita del protagonista si combinano un’infinità di altre vicende umane (su tutte quella della voce narrante, il fedele amico d’infanzia Serenus Zeitblom), eventi culturali (le avanguardie artistiche e musicali, la dodecafonia) e storici; in definitiva la figura di Adrian Leverkünh diventa potente e tragica metafora del destino apocalittico dell’arte e della storia del popolo tedesco (ma anche europeo) nel Novecento, non è infatti difficile leggere l’ascesa di Hitler dietro il consegnarsi a Lucifero.
    Dopo questa breve e incompleta introduzione, veniamo al personaggio misterioso: il Diavolo. Thomas Mann tratteggia genialmente questa figura come una non-figura, come una pluralità che individua un destino. Il fascino di Adrian bambino per gli esperimenti metà scientifici e metà alchemici del padre sui minerali, con l’innaturale confusione di vita organica e inorganica; l’ambizione del protagonista di superare l’ideale musicale universalizzate ed etico della nona sinfonia di Beethoven e del suo “Inno alla gioia”, per una nuova arte musicale intellettuale, fredda e terribile; gli studi teologici ad Halle turbati dalle tesi demonologiche del barbuto Eberhard Schleppfuss; il fattorino, stranamente somigliante a Schleppfuss, che a Lipsia indica ad Adrian un bordello, e non una trattoria, dove il giovane compositore incontra Esmeralda, l’unica donna con cui entrerà mai in contatto e che gli trasmetterà la sifilide; le morti misteriose di tutti i medici a cui si rivolge il protagonista; tutto culmina a Palestrina, durante una vacanza in Italia, nell’unico incontro/visione del Demonio, nel patto: ventiquattro anni di produzione artistica geniale e inarrivabile, poi la vita di Adrian sarebbe sprofondata nella follia e nella morte. L’aspetto più suggestivo di questa scena è il suo essere sospesa nel possibile, il lettore non ha la certezza che si sia trattato di un incontro reale o di un’esperienza delirante, onirica, causata dai sintomi della latente sifilide. Questa malattia sembra essere il vero elemento di corruzione fisica, etica e morale, il demone che spalanca gli abissi della paradossalità del genio creatore, condannato a sgretolare le fondamenta del mondo per consegnarlo all’assenza di significato, alla vertigine del vuoto; l’ombra di Nietzsche, ma non solo sua, anche di Schumann, Wolf, Wagner, Hölderlin, Lenau e molti altri “puri folli”, aleggia minacciosa sullo sfortunato protagonista, è l’ennesimo volto del cangiante personaggio misterioso, del proteiforme Mefistofele del “Doktor Faustus” di Thomas Mann.

  4. 2 marzo 2012 alle 16:47

    Alla faccia della risposta. O_O

  5. Alahambra
    2 marzo 2012 alle 17:19

    Accidenti Alessandro! E adesso come si fa a rispondere, dopo tutto questo sciorinare di cultura? ç_ç

  6. Alessandro
    3 marzo 2012 alle 23:29

    In realtà mi sono perso un paio di pezzi per strada. Quando scrivo di Beethoven ometto una “n”, “universalizzaNte” quindi; poi, nell’incontro/visione col Diavolo, ho dimenticato di far notare come anche quest’ultimo presentasse delle strane somiglianze con Schleppfuss e il fattorino. E’ una tecnica (ricorda molto i motivi guida, i leitmotive wagneriani) già usata da Mann, ad esempio ne “La morte a Venezia”, per un altro personaggio misterioso: il protagonista, lo scrittore Gustav von Aschenbach, sia all’inizio della novella, durante una passeggiata in un cimitero, sia nelle calli veneziane, incontra inquietanti figure, tutte molto simili, altro non sono che personificazioni della morte.
    Insomma, se un personaggio misterioso è funzionale alla miglior resa possibile di uno scritto ben venga, non credo si debbano avere preclusioni.

  7. 3 marzo 2012 alle 23:44

    Una conclusione decisamente confortante.
    A volte mi lascio imprigionare nelle elucubrazioni e mi dimentico che, alla fin fine, tutto può funzionare se rientra bene nel contesto.

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